Gabriele Sassone

Scrittore, docente e affermato cacciatore di unicorni.

Scritto da Lucrezia Arrigoni il 16 dicembre 2021

Gabriele Sassone, classe 1983 originario di un paesino dell’hinterland milanese, oggi insegnante di Critical Writing alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti, dove ha da sempre dimostrato innate dosi di pazienza. La sua penna ha iniziato correndo sulle pagine delle riviste d’arte, per poi uscirne e trovare la sua forma di narrazione. Fino ad arrivare al 2020 dove, con Il Saggiatore, pubblica il suo primo romanzo: Uccidi l’Unicorno, con cui si è aggiudicato la XXVIII edizione del Premio Giuseppe Berto ed è finalista alla VI edizione del Premio Fondazione Megamark, e alla XX edizione del Premio Biella Letteratura e Industria.
Siamo andati a farci due chiacchiere perché Uccidi l’Unicorno è un libro particolare, uno di quelli che molti librai non saprebbero dove posizionare all’interno delle suddivisioni degli scaffali delle librerie: è un mix vincente di più stili narrativi con lo scopo di raccontare la frenetica notte di un docente universitario che si trova a dover preparare delle slide sull’arte contemporanea.
Senza svelare la trama – rinnovando dunque l’invito a divorare questa storia – quello che colpisce di più il lettore è la cruda realtà di un sistema contorto come quello dell’arte contemporanea, sbugiardato e raccontato nei suoi più fastidiosi dettagli dalla pungente penna di Gabriele.
Sembra un libro ideato per gli addetti ai lavori del settore artistico ma in realtà vuole dialogare con tutte le tipologie di pubblico per raccontare le difficoltà degli artisti e, oltre a questo, fa qualcosa di più: racconta i retroscena, le insidie, gli imprevisti, le gavette ai limiti della sopportazione e, purtroppo, anche le molestie.
È interessante scoprire le motivazioni che lo hanno convinto a raccontare questa avventura che tiene il lettore incollato alle pagine in attesa della fine di questa intensa nottata abitata da ombre che stringono la gola.

“Scrivere per me è un modo privilegiato di fare ordine in quell’architettura nevrotica e senza senso che è la vita.”

 

Da anni insegni Critical Writing alla Naba di Milano, anche il protagonista del libro insegna e si trova improvvisamente a sostituire l'ospite della conferenza organizzata per gli studenti il giorno dopo. In una notte di ombre che stringono la gola e incidenti, quanto di queste sensazioni narrate hai vissuto sulla tua pelle? Quanto ti senti rappresentato dal protagonista di Uccidi l'Unicorno?

Ho costruito il protagonista ritagliando e cucendo esperienze di persone diverse, fra cui le mie. Questo assemblaggio mi ha permesso non solo di rivivere situazioni del passato o di ipotizzare situazioni future, bensì di manipolare la mia vita con fatti e incontri capitati ad altri o addirittura inventati. Dal momento in cui me ne sono appropriato e ho trovato le parole per descriverli, questi episodi sono entrati a far parte di me. Raccontarli è una specie di suturazione interiore.

Nel libro emergono degli aspetti critici riguardo al lavoro culturale, il protagonista si trova a dover compilare delle slide per una presentazione in una sola notte, questo ovviamente causerebbe ansia anche al più controllato dei docenti, ma questa situazione rappresenta perfettamente il senso di angoscia costante che si prova nel lavorare nel settore culturale. Nel libro hai cercato di spiegare anche il punto di vista degli artisti e della precarietà del loro operato, secondo te come si può sopravvivere da giovani precari in un settore così difficile in Italia?

Cercando di tenere la testa fuori dalle sabbie mobili, proprio come fa il cane dipinto da Goya esattamente duecento anni fa, nella Quinta del Sordo. A essere sincero, quello di sopravvivere con il lavoro culturale, non è un problema soltanto degli esordienti. Io mi ritrovo di fronte alle stesse domande di dieci, quindici anni fa. Cambiano le situazioni ma i meccanismi sono identici. Addirittura più perversi. Questo refrain è difficile da sopportare, ma di recente mi hanno dato un paio di buoni consigli: cerca di elevare il tuo punto di vista fino a scorgere le cose in prospettiva; non farti distrarre.

Uccidi l'Unicorno è un invito a liberarsi da una giovinezza che torna a circuire il protagonista, nel libro è chiaro, ma mi chiedo perché, invece di accoglierla, hai deciso di ucciderla.

L’ingresso nell’età adulta e nel mondo del lavoro richiede un prezzo molto alto da pagare. Durante la scrittura del libro ho fatto una lista delle cose perse, lasciate per strada in questi anni, e mi sono impressionato. A tratti commosso. Eppure mentirei se parlassi della giovinezza come di un momento leggero, senza preoccupazioni. Per certi versi essere giovane è pure peggio. A un certo punto il protagonista riflette sulla parola “giovane” e scopre che è una miniera di significati sottintesi, come subordinato, gratuito, disponibile, inesperto e via dicendo. Quindi tutto tranne qualcosa di incoraggiante.

Il protagonista affronta una notte da cardiopalma: tra ferite con cocci, desiderio di tagliarsi la lingua e flashback più o meno sereni, si vive costantemente la sensazione di osservare queste scene seduti sul divano dell'appartamento e non poter fare nulla per infondere coraggio al professore. Cosa ti ha spinto a scegliere di comprimere tutti questi fatti nella narrazione di una sola notte?

La vicenda nasce dalla frustrazione. Avere dei limiti molto stretti – come le otto ore notturne per scrivere la presentazione, oppure i quaranta metri quadrati per muoversi nel proprio appartamento – obbliga il protagonista a reagire in fretta. Sotto pressione. Infatti, mentre lavora, sente che qualcosa dentro di sé sta per esplodere e dunque capisce che questa notte è una sorta di resa dei conti. Un modo per stabilire un prima e un dopo. Fra una slide e l’altra, fra un ricordo e un altro, l’insegnante cerca di fare il punto della situazione, di capire chi è diventato e perché si trova a fare ciò che fa. Scrivere per me è un modo privilegiato di fare ordine in quell’architettura nevrotica e senza senso che è la vita.

Altra sensazione costante che traspare dal racconto è l'ansia che si prova davanti a sfide di un certo tipo. Per una conferenza sull'Arte ai tempi dei Social Media decidi di citare nomi noti del passato affiancando tuttavia i racconti degli artisti che sono cresciuti professionalmente insieme a te. Come mai, tra il vasto ventaglio di possibilità, hai scelto di narrare le vicende di precisi autori presenti e passati?

Ho scritto il libro attraverso un criterio associativo, procedendo di tema in tema. Per esempio, nel secondo capitolo, quello dedicato allo studio dell’artista, ho scelto di raccontare van Gogh da una prospettiva insolita, e cioè dal suo desiderio ossessivo di possedere uno spazio per dipingere. Nelle lettere al fratello, emerge la perenne frustrazione di sentirsi un artista incompleto perché sprovvisto di uno studio. Da lì sono passato a raccontare la sua progressiva emarginazione, l’isolamento, e infine il rapporto viscerale con gli oggetti. E dagli oggetti di van Gogh mi sono allacciato a un brano di Paolo Volponi in cui dei ficus descrivono la rovina dell’industria italiana degli anni Ottanta. E dagli uffici descritti da Volponi mi sono allacciato a una traumatica studio visit in cui il protagonista inizia a balbettare in inglese e si rovina con le proprie mani, e avanti così di episodio in episodio.

La conferenza è stato un pretesto narrativo per sviscerare paure, insicurezze e gioie di una vita. Questo romanzo non parla strettamente d'arte e nemmeno di vicende legate al protagonista nel classico assetto del romanzo, è un mix di stili che risulta affascinante proprio per la novità che rappresenta nel settore culturale: raccontare l'esperienza di chi entra in questo mondo muovendosi piano e con pazienza, senza alcun tipo di aiuto. Ti senti soddisfatto del risultato? Se ci dovesse essere un sequel come pensi finirebbe la conferenza? Spero non torni nessun unicorno a vendicare la morte della giovinezza!

Sono soddisfatto perché, nonostante mi sia preso dei rischi rispetto ai contenuti e al registro scrittura, i risultati sono arrivati. Su tutti la vittoria della XVIII edizione del Premio Giuseppe Berto o la residenza di un anno al Centro Ca’Mon di Monno, in Val Camonica. Uccidi l’Unicorno è nato come un corpo i cui organi hanno trovato una sistemazione temporanea. Un equilibrio davvero sottile. L’ho pensato e scritto in cinque anni, riletto decine e decine di volte: ormai il libro sono io e ora non saprei come modificarlo. Ciononostante desidero che la mia scrittura migliori ancora, così come il mio sguardo sulle cose. L’obiettivo non è una seconda pubblicazione in rapidità ma, al contrario, il percorso umano e lo studio che mi porteranno a pubblicare qualcosa. Bisogna rispettare i tempi delle opere. Quindi credo che il prossimo libro sarà la naturale risposta a problemi e stimoli di questo momento. Vicino allo specchio ho una foto di me bambino. Ogni tanto la guardo e mi dico che ci sono ancora tante promesse da mantenere.