Gianfranco Baruchello

Fino al 18 marzo una personale da De Carlo in piazza Belgioioso

Scritto da Marco Scotti il 16 febbraio 2017
Aggiornato il 6 marzo 2017

Ha aperto negli spazi di Palazzo Belgioioso della galleria Massimo De Carlo Greenhouse, la prima personale di Gianfranco Baruchello a Milano: una mostra che affronta il complesso tema dello spazio nella ricerca storica dell’artista, per restituire una straordinaria pratica artistica fondata sull’appropriazione e la rielaborazione di un caleidoscopio di immagini ed esperienze. Per l’occasione abbiamo incontrato Baruchello (insieme alla moglie Carla Subrizi), una figura fondamentale che ha attraversato il Novecento tra Roma, Parigi e New York, a fianco di figure come Marcel Duchamp e Felix Guattari, Jacques Lacan e Alighiero Boetti, per parlare di impegno politico e progetti di arte e agricoltura, di sigari e di sogni, dei suoi riferimenti, del dolce e della felicità.

Archivio delle ossessioni. L'acqua, 1979 Foto di Alessandro Zambianchi Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong
Archivio delle ossessioni. L’acqua, 1979
Foto di Alessandro Zambianchi
Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong

ZERO: Ci può raccontare la mostra Greenhouse, allestita negli spazi della Galleria Massimo De Carlo all’interno di Palazzo Belgioioso a Milano?
Gianfranco Baruchello: Questa domanda andrebbe rivolta al padrone di casa, Massimo De Carlo! È prima di tutto una scelta della galleria: la mia recente mostra New Works alla Bergen Kunsthall ad esempio non ha nulla a che fare con questa, erano tutti lavori recentissimi, alcuni esposti prima nella sede londinese di Massimo De Carlo. Il mondo poi è lo stesso, questi però sono quadri dei tempi che furono. Ad esempio davanti a noi adesso abbiamo Acrobata Clandestino, che è andato alla Biennale di Venezia nel 1988, secoli fa!
Qui la mia ricerca si vede in una fase del suo sviluppo molto pittorica, carica di colori, spazi…. mentre a Bergen invece dominava, sugli stessi formati, il bianco e nero. È un momento della mia vita in cui le date contano per me, per fortuna ho vicino a me mia moglie Carla Subrizi, che è anche titolare della cattedra di arte contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, ad aiutarmi.
La pittura è un linguaggio che nel mio caso è rimasto sempre nello stesso libro, lo stile, i modi, le tecniche non sono cambiati: questa mostra è anche un esempio del lavoro di Baruchello intorno agli anni Settanta, un campione di quella che era la mia pittura quasi trenta anni fa. Un momento della mia vita in cui cercavo di fare in maniera sempre più rarefatta, incomprensibile, fregandomene completamente del significante al momento della comunicazione. In fondo, se tu vuoi comunicare, adoperi un linguaggio che tutti conoscono, se fai una cosa nuova credo che per principio nessuno debba capire, tranne forse qualcuno che vuole fare questa avventura. È come una sfida, da una parte orgogliosa, certo non “simpatica”: se facessi pittura che assomiglia a quella di qualcun altro, non farei pittura, farei un’altra cosa.
(Carla Subrizi): È una mostra che vuole essere anche una storia, ci sono opere quasi da ogni decennio – Sessanta, Settanta, Ottanta… – ed è molto presente l’idea dello spazio, dell’ambiente – anche intimo – e della casa come spazio della mente. L’installazione Una casa in fil di ferro è parte del progetto del 1975 per pensare delle case, è stata esposta all’inizio degli anni Ottanta: erano tutte strutture effimere, fragili, fatte di materiali diversi, facilmente smontabili e trasportabili. Qui uno spazio intimo e racchiuso si pare e si dilata: una casa senza pareti.

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Gianfranco Baruchello Greenhouse Installation Views Massimo De Carlo, Milano/Belgioioso Foto di Roberto Marossi Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong

Immagino che ogni lavoro qui in mostra abbia una sua storia particolare.
Questo quadro, Nella stalla della Sfinge (1980-1981), ha girato tutto il mondo all’interno di una mostra itinerante dedicata all’arte europea, ha vissuto una serie di avventure anche da un punto di vista fisico: in questa mostra il trittico è stato poi esposto in maniera nuova, come dilatato su più superfici diverse. Anche qui, come accadeva in quegli anni, le immagini sono molto manifeste, disposte in maniera molto precisa nello spazio, e non c’è più quel grande vuoto che c’era all’inizio e che è finito poi con l’essere anche una mia passione.

1979 - Archivio delle ossessioni. Il vegetale -Foto di Alessandro Zambianchi Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong
1979 – Archivio delle ossessioni. Il vegetale -Foto di Alessandro Zambianchi
Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong

Non vedremo in mostra i suoi primi lavori, quindi…
Io ho iniziato a lavorare negli anni Cinquanta. In fondo anche all’inizio i quadri non erano poi così differenti, anche se era presente una certa rozzezza. Intingevo le dita dentro i colori, cercavo di realizzare un fondo mentale sul quale le immagini potessero assumere un carattere molto rudimentale, niente affatto elegante. Poi chiaramente mi confrontavo già con le regole della pittura.

Gianfranco Baruchello Greenhouse Installation Views Massimo De Carlo, Milano/Belgioioso Foto di Roberto Marossi Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong
Gianfranco Baruchello
Greenhouse
Installation Views Massimo De Carlo, Milano/Belgioioso
Foto di Roberto Marossi
Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong

Da dove era nata l’idea di fondare nel 1973 Agricola Cornelia S.p.a.?
Agricola Cornelia è un punto nella mia vita in cui ho lasciato la città, in un momento in cui finiva una storia politica. Io ho partecipato in qualche maniera a tutto quello che è successo dal maggio del Sessantotto in poi, sotto forma di una militanza che rivista oggi a posteriori determina un qualcosa tra l’ascesso velenoso e la crisi isterica. Lo dico questo perché recentemente è stato proiettato un mio film, che ritrae un gruppo di militanti di Potere Operaio a Milano, nelle fabbriche e per le strade, al sud in Sicilia, girato anonimo ma che io ho montato e alla fine presentato – anche perché tutti questi operatori sono stati in qualche modo fregati dal fatto che Potere Operaio è finito in galera -: si chiama PO70. Perché ho parlato di questo? perché c’è stata una fase della mia vita in cui ho chiuso con questa militanza, che comportava anche dei rischi pazzeschi, anche legati all’ambiente di Feltrinelli, che era il mio editore e con con cui mi sono trovato nascosto in una mia casa al mare, insieme a un suo Sparafucile mentre provava una pistola contro i cassetti del comò. In quel momento io decisi di andare in campagna, a rivivere una situazione legata alla natura, sperimentando le cose: nessuno ha fatto arte sul gregge, nessuno ha fatto arte sulla produzione del latte o della barbabietola da zucchero. Quello è stata l’Agricola Cornelia: sono andato in campagna, ho raccolto un po’ di soldi e ho comprato un ettaro di terra con una casa, e poi ho occupato i lotti di terreno che stavano intorno a questa, perché non erano edificabili – era una zona di Roma che andava soggetta a incendi – e i proprietari per anni hanno accettato, o almeno se sono fregati se io coltivavo qualcosa sul loro terreno. Lì era impossibile costruire qualcosa d’altro, e io lì pezzetto dopo pezzetto sono arrivato fino a quindici ettari.
Io poi ho anche una vita parallela, una casa e uno studio a Parigi – ancora oggi è lì e ci vanno magari i miei figli in villeggiatura, la venderò quando sarò rimasto senza un soldo – e l’Agricola Cornelia è stato un posto dove ho vissuto, una mia vita precedente.

Alla moviola 1968
Alla moviola 1968

È molto interessante definirla come una vita….
In quel momento l’Agricola Cornelia è stata una mia vita diversa, dedicata a capire che cos’è la vita animale, che cos’è la vita in rapporto all’essere nella terra, sulla terra. Una dimensione quindi anche di tipo geologico, che ha portato anche a una serie di quadri realizzati immaginando il sottosuolo, oltre a una serie di progetti legati a tutto quello che era chimica, riproduzione botanica e animale.
Poi dopo libri, mostre, oggetti venduti e altro, tutto questo è finito, ma non in nulla. Vita sopravvissuta, una battaglia fatta per dire: “creo la possibilità di produrre barbabietole, non me ne frega nulla se quest’atto poi non si vende”. Vista da lontano poi potrebbe sembrare che ero completamente pazzo, che avevo fatto qualcosa che non c’entrava nulla con la pittura, ma questo è Baruchello!

La Verifica incerta
Verifica incerta, 1964-1965 Fondazione Baruchello, Roma

Visto che lei è un onnivoro, c’è qualche quadro o opera in generale della storia dell’arte o letteratura che lo ha influenzata particolarmente?
Io sono un devoto – oltre ad essere stato da lui aiutato e scoperto – di Marcel Duchamp. E non parlo della sua pittura, ma dell’incontro con una persona che ho amato all’estremo e che ha a sua volta amato e protetto Baruchello nel momento in cui cominciava a lavorare in America, negli anni Sessanta.

E se dovesse scegliere solo un’opera?
Hieronymus Bosch, quel tipo di pittura dove la follia si sposa con un grandissimo talento per la pittura e l’immagine. L’opera che sceglierei è La Nave dei Folli. Io sono andato apposta, secoli fa, a ‘s-Hertogenbosch, e ho dormito in una capanna per vedere la statua che gli hanno dedicato in una piazza, e la festa durante la quale l’hanno decorata con una corona di fiori.
Che c’entra poi Bosch con Duchamp? C’entra tutto! Il coraggio dell’uomo, il desiderio erotico di dire: “cerco di capire qualcosa che nessuno mi spiega, per cui la scienza non è sufficiente”. Che cosa è l’arte come strumento per capire sé stessi e il mondo. a quel punto succede che tu crei un linguaggio, e quel linguaggio incontra altre persone: quando io sono andato in America ad esempio come prima cosa ho fatto un film con parti di vecchia pellicola, e anche Joseph Cornell aveva fatto un film così. Quando sono andato a conoscerlo ho dovuto “costruire” un rapporto con lui! Poi lui è solo uno, un grandissimo…

Vorrei riportarle un’altra domanda del nostro comune amico Luca Cerizza: lei è un lettore o appassionato di cartografia e di mappe?
C’è un film dove un attore dice: “La mappa nella tasca della giacca…”. La mappa invece non è nella tasca della giacca, e in realtà non so dove stia. Una mappa è un tentativo di rappresentare lo spazio.
Perchè mi piacciono le mappe…?

A me ad esempio piacciono molto!
Anche a me. E ho sempre amato tanti pittori che hanno lavorato sulla mappa, Alighiero Boetti ad esempio: pensa che una volta era a casa mia e mi ha chiesto “ti spiace farmi un’iniezione”? Io ero lì con i bambini, in campagna, e lui si è abbassato i pantaloni e mi ha messo in mano una siringa. Io l’ho caricata e ho fatto un’iniezione alla natica di Boetti! Questo è il mio rapporto con lui… E tornando alla mappa, lui ne ha fatte di bellissime, senza aver mai fatto un quadro, o disegnato. Ha solo scritto, scelto degli oggetti, delle immagini e le ha messe insieme: un’impresa favolosa, quella di fare pittura senza pitturare.
(Carla Subrizi:)Forse anche questi quadri sono come delle mappe per te?
Non sono vere e proprie mappe, sono spazi… è chiaro poi che la mappa ha in qualche maniera la pretesa di riferirsi a uno spazio preciso. La mappa è una cosa “vera”, un quadro non indica nulla. Per questo la mappa sfugge: è troppo utile, necessaria, mentre un quadro può essere necessario solo a chi lo fa, o a chi eventualmente scopre che quel lavoro è importante per lui.
insomma, non mi interessa tanto, e mi fa un po’ ridere, la mappa.

Posso chiederle di quella volta a Londra che ha cercato i sigari di Marcel Duchamp?
Duchamp quando era venuto a Roma in occasione di una mia mostra era stato ospite a casa mia: mi ha rivelato cosa vuol dire ospitare un “vero” fumatore. Io e mia moglie gli avevamo lasciato la stanza da letto, lui è rimasto quasi una settimana, e fumava dieci-dodici sigari Rumbo Regalia al giorno.
Quando Duchamp ripartì lasciò per mesi odore di sigari nella stanza, nell’armadio non si poteva mettere nulla: era diventata l’ambasciata sulla terra del vizio dei Rumbo Regalia!
Poi c’era anche un altro motivo per cui avevo cercato recentemente dei sigari: io avevo lavorato con Jacques Lacan, che fumava però i Partagas Culebras, tre sigari intrecciati insieme che si strappano. Esistono dei suoi film, in cui tiene delle lezioni con questo sigaro in bocca: in uno un suo allievo si alza e protesta con lui, lui ascolta e alla fine di questo discorso fa una tirata di sigaro e dice: “Voila, l’amour”.
Questo è il sigaro, per me è legato a Duchamp prima e poi a Lacan.

E a Londra li ha ritrovati?
Proprio di recente a Londra siamo andati con Luca Cerizza a cercare, in compagnia di Alex Sainsbury, direttore di un meraviglioso spazio privato per l’arte, Raven Row, questi sigari. Ma non li abbiamo trovati!.
Avevo comprato una piccola scatola di un’altra marca, con cui pensavo di fare un oggetto ma che poi è rimasta inutilizzata. Io non fumo neppure!

Che cosa sogna oggi?
Domanda molto pericolosa! Per me il sogno è privo di ogni significato, è soltanto un effetto di scarico e di messa a tacere di una serie di impulsi che vengono registrati nella vita dell’uomo. Invece di andare al gabinetto e scaricare il tuo sistema digestivo, tu vai a dormire e scarichi una cosa misteriosa, il tuo cervello. E lì ci sono cose pazzesche.
Sono interessato al sogno soltanto per il fatto che sia possibile che questa cosa sia parallela a un fenomeno fisiologico, l’idea che Freud ci abbia costruito sopra tutto il suo mondo è una cosa che mi fa drizzare i capelli in testa. E pensare che tutti i personaggi che abbiamo nominato possono dirsi freudiani: Lacan ad esempio in fondo se ne frega di Freud, che è stato un grande apertore di casseforti senza arrivare a dire cosa c’è dentro. Ha detto solo che bisogna aprirle.

Si ricorda un sogno in particolare?
Ti racconto una cosa recentissima. Qui sulla mia agenda è pieno di disegni e immagini, ma pensate, non sognate. E una delle ultime notti ho scritto alcuni appunti sul sonno e i sogni. Alle sei del mattino poi ero rimasto solo a letto, Carla era andata all’università, e mi sono addormentato senza accorgermene. Appena sveglio ho scritto subito quello che ho sognato: “Sono solo sul livello di una costa del mare, c’è un lungo molo fatto tutto di sassi, io lo sto percorrendo e il mare è bellissimo. Sentivo che l’acqua era tiepida e decido di fare un bagno. Mi spoglio, c’è Carla su una barca che sta arrivando, io corro da lei e mi da un paio di mutande grigie per fare il bagno”. Cosa vuol dire questo sogno? Niente!
Curiosamente poi io ho scritto libri sui sogni, e ne ho a centinaia registrati. Ma se tu leggi l’Enciclopedia Britannica al sogno sono riservate poche righe, non serve a niente in fondo…

È uscito in questi giorni anche un suo libro – insieme a Michele Mari- dedicato ai sogni, per Humboldt Books…
È un libro bellissimo! Anzi, sono praticamente due libri: Michele Mari, anche se non ha nulla a che fare con la mia pittura, ha scritto queste pagine molto curiose e complesse sul sogno, io ho scelto questi miei disegni ed ecco il risultato.

Nei suoi quadri ho visto figure di ogni genere: ad esempio in Diego Kid (1974) Nembo Kid incontra Velasquez…
Lewis Carroll scriveva “The time has come, the Walrus said, To talk of many things: Of shoes and ships and sealing-wax. Of cabbages and kings”. Questo è il mio principio, si può parlare di qualsiasi cosa.

Con Grifi, mentre lavorano a "Doux comme saveur"
Con Grifi, mentre lavorano a “Doux comme saveur”

Che locali frequentava Baruchello?
Alla fine degli Settanta ho girato un film in Francia dedicato al dolce, Doux comme saveur. Io odiavo questo sapore, ma volevo scoprire cosa significava per diversi personaggi, sopratutto legati al mondo della psicanalisi: avevo intervistato Pierre Klossowsky, David Cooper, Felix Guattari, Jean-François Lyotard… Filosofi da una parte, e dall’altra gestori di pasticcerie, e pittori che lavoravano con lo zucchero. Questo film durava venti ore, e oggi si sono salvate soltanto le parti dedicate a Lyotard, Klossowsky e pochi altri perché erano le prime volte che si girava con un particolare tipo di pellicola che si rovinava con il passare del tempo. Oggi, a quasi trent’anni di distanza, un amico si è offerto di aiutarmi con il restauro e quindi è possibile che questo film esca.
Ovviamente per questo lavoro frequentavo sopratutto pasticcerie, posti famosi a Parigi, e racconti fantastici. Ad esempio Lyotard aveva organizzato alcune giornate di studio e mi aveva invitato e davanti a tutti i filosofi europei, allievi e colleghi, in quell’occasione mostrò l’intervista che aveva concesso per il mio film sul dolce: iniziava parlando del sapore dolce del liquido vaginale, e ovviamente scoppiarono tutti a ridere… Il contesto poi era la sala di un castello, con la proprietaria seduta su una sorta di trono e le finestre aperte!

Per citare Hans-Ulrich Obrist, c’è un progetto che non hai mai realizzato e vorresti realizzare?
Il mio progetto è di essere contento di vivere, non lo sono mai stato. Ho sempre vissuto e ancora vivo abbastanza felicemente, però dire che io abbia capito cos’è la felicità… Non so come si fa! Forse la totale incoscienza porta a questo, a non aver paura di te stesso. Però non sono mai stato tentato dal suicidio, perché ho fatto il pittore, che è un modo di confrontarsi con la morte. Ho scelto l’arte.