Gianni Morelenbaum Gualberto

Da domani, torna l'appuntamento settimanale con la rassegna musicale più colta e piacevole della domenica mattina milanese

Foto di Daniela Crevena

Scritto da Corrado Beldì il 6 novembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Persone che fanno cose a Milano. Nel jazz e non solo. A poche ore dall’inizio della 31esima stagione di Aperitivo in Concerto, appuntamento fisso per i milanesi appassionati di musica afroamericana, incontriamo il direttore artistico Gianni Morelenbaum Gualberto, uomo coriaceo e senza peli sulla lingua.

Zero – Come sei arrivato a Milano?
Mi sono trasferito nel 1995, ma ci venivo già prima, apposta da Roma per comprare dischi da Buscemi o alla Bottega Discantica. A volte facevo anche delle trasferte da Carù, a Gallarate, altri trenta minuti di treno, spesso nel freddo, ma un sacco di dischi da scegliere.

Quando è nata la tua passione per la musica?
È una passione molto antica, in qualche modo ereditaria: mia madre ascoltava molta musica in casa. Le piaceva il jazz, però quello tradizionale, che so?, Jerry Roll Morton. Per lei Dizzy Gillespie e Miles Davis erano già sovversivi. Figuriamoci Archie Shepp e il free jazz. Però avevamo in casa dei dischi Vox di una zia acquisita, pianista, si chiamava di Guiomar Novaes. Era stata la prima interprete di Gottschalk in Brasile.

Torniamo indietro: ci parli delle tue origini?
Sono nato a Recife e cresciuto a San Paolo. Mi sono iscritto al Conservatorio che ho finito poi in Olanda, all’Aia, con un diploma in Storia della musica e con una specializzazione in Sociologia della musica. Sono di famiglia ebrea: i Gualberto erano spagnoli, i Morelenbaum arrivarono a fine Ottocento in Argentina da Cracovia. Mio padre faceva il direttore generale della Shell in Brasile.

Dopo la specializzazione sei arrivato a Roma; a fare cosa?
Nel 1974 avevo 19 anni e non avevo idea di quel che avrei fatto nella vita. Andai a lavorare da Millerecords, il miglior negozio di dischi che c’era nella Capitale in quegli anni. Fu così che conobbi Aldo Sinesio, che aveva l’ufficio dei magazzini del negozio. Cominciai a lavorare per la Horo Records (Sun Ra, Archie Shepp, Don Pullen, Steve Lacy e tanti altri) e fu il mio vero inizio nel mondo della musica. Nel frattempo mi ero iscritto a Lingue e Letteratura Straniera Moderna.

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Quando hai cominciato a girare per teatri?
Il mio primo vero incarico fu nel 1978: mi chiamò Roman Vlad, che era sovrintendente dell’Opera di Roma. Direttore artistico era Gioacchino Lanza Tommasi. Il sindaco aveva promesso a qualcuno di fare un jazz festival. L’assessore era Renato Nicolini. Fu il primo jazz festival in un teatro dell’Opera in Italia. Il personale del teatro non era molto contento: «ahò, chi le cozze nun le volemo». Si riferivano ai neri.

Chi c’era in quella prima edizione?
Chiamammo Max Roach col World Saxophone Quartet, Sonny Rollins e Betty Carter e poi Tommy Flanagan al pianoforte solo. C’era un gruppo fantastico con Ran Blake, Gunther Schuller, George Russell, Anthony Braxton e Jaki Byard, che si alternava al pianoforte con Blake, e altri musicisti del Conservatorio di Boston. Doveva esserci un concerto con proiezioni di film noir, ma dopo 3 minuti si incantò il proiettore e rimase tutto il tempo l’occhio di quella scena di The Spiral Staircase di Robert Siodmak. Terrificante…

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Insomma fu un successo…
Al contrario, ebbi attacchi furibondi soprattutto dal “Messaggero”. Per certa stampa avevamo violato il tempio dell’Opera, per chi seguiva il jazz, invece, avevamo messo il frac ai musicisti…

Poi che cosa è successo?
Lavoravo al Teatro all’Opera da quattro anni, il direttore amministrativo aveva pronto un bel contratto a tempo indeterminato che avrei dovuto firmare il lunedì. Ero in un paesino fuori Roma, allora mi chiamano dalla locanda della piazza: c’era qualcuno al telefono che chiedeva di me. Era Harry J. Kraut, il manager di Leonard Bernstein. «Vuoi partire con noi fra tre giorni?». Il lunedì andai in ufficio e dissi: «Non mi vedrete mai più». Diventai assistente di produzione per l’Europa da 1978 al 1983. Quella è stata la mia vera università.

Che tipo era Bernstein?
Un uomo fantastico, non mi condizionò mai in nulla, ma fu largamente influente. Parlava sempre in modo scanzonato, beveva una bottiglia di Johnny Walker a pasto e fumava cinque pacchetti di Marlboro al giorno e anche altre cose… Mi disse: «Puoi forse ascoltare un solo genere di musica? Sarebbe come mettere la stessa camicia tutta la vita, leggere solo romanzi gialli o mangiare sempre lo stesso piatto».

Aveva una vitalità incredibile, vero?
Basta guardare il concerto di Ravel in sol maggiore con l’Orchestre National de France, oppure alcune immagini mentre dirigeva la Rhapsody in Blue.

Un aneddoto?
Raccontava di aver tampinato Billie Holiday negli anni Quaranta, ma solo per convincerla a registrare musica accademica. Non è un caso se la Holiday incise poi un suo pezzo: Big Stuff. Un brano bellissimo, che apre sempre le esecuzioni del balletto Francy Free di Jerome Robbins.

Nel frattempo quante mogli avevi avuto?
Purtroppo in quel periodo conobbi la mia terza moglie. La napoletana. Mollai Bernstein per lei. Una donna lapidaria. «Di cosa ti occupi tu?» – «Mi occupo di musica, cara». «Roba tipo Beethoven? Ma ci si fanno i soldi?». Insomma, ero davvero molto innamorato. Prima avevo avuto anche una moglie thailandese e una americana.

Come te la cavavi in quegli anni?
Lavoravo in Rai, alle cose di Adriano Mazzoletti, poi andai al Teatro Bellini di Catania fino al 1993. Feci anche cinque edizioni di Etnafest, un festival molto trasversale: Lou Reed, i Manhattan Transfer, i Klezmatics…

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Come sei arrivato ad Aperitivo in Concerto?
Fu grazie a Dino Betti van der Noot, che conoscevo da tempo, anche i suoi dischi fatti per Soul Note. Fu lui a presentarmi Fedele Confalonieri. Aperitivo in Concerto esisteva già, ma c’era un problema di pubblico: avevano fatto concerti di classica, ma le sale erano piuttosto vuote. Partii anch’io con un programma classico, ma poi feci qualche piccola correzione. Inserii un concerto in trio di Marcus Roberts e fu pazzesco. Poi venne Dave Brubeck.

Ricordo bene quel concerto: 7 novembre 1999, il mio primo articolo per Zero
Il quartetto di Brubeck. Era stato fantastico. Partimmo col giusto compromesso fra jazz moderno e aspettative del pubblico. Poi negli anni mi sono preso molte soddisfazioni.

Che cosa ci dici di Aperitivo in Concerto dopo 31 anni di storia?
Io ne ho fatti venti, anche se non so se siano stati storici… In realtà, lavorare vent’anni nello stesso posto non mi è congeniale, perché comunque ci si logora. Anche per la crisi economica che ha ridotto i budget. Si dice che la necessità aguzzi l’ingegno, ma è vero fino a un certo punto. Oltretutto, Milano s’è fatta più difficile: ci sono moltissimi eventi, persino oltre l’indotto, e quelli più significativi come il Festival MiTo andavano forse realizzati in un modo diverso. Penso che certi forti investimenti non dovrebbero concentrarsi in un ristretto periodo di tempo, ma estendere i loro benefici lungo un arco più ampio. Altrimenti si rischia solo di fare un The Proms in piccolo.

Troppa poca musica contemporanea?
A Milano sono ricchissimi l’offerta istituzionale e il repertorio a essa connesso. Mi pare ci sia una minore attenzione alla musica contemporanea, alla ricerca, al cosmopolitismo, alla danza contemporanea. A ciò si aggiunga che le iniziative private languono, non solo per la crisi, ma anche per uno scarso interesse da parte dell’imprenditoria, che preferisce anch’essa investire sul “sicuro”.

Stavamo parlando di Aperitivo però
Be’, Aperitivo in Concerto nasce per volontà di Fedele Confalonieri, all’interno di una realtà che è stata concepita per fare altro. Grazie a lui continuiamo a esistere; il giorno in cui non volesse più essere presente in azienda è ben possibile che Aperitivo in Concerto chiuda i battenti. Lavorare in questi anni con Confalonieri è stato stimolante, non lo dico certo per piaggeria: è un uomo e un musicista di vasta cultura, di molti interessi e profondamente interessato alla musica, di cui è ferrato conoscitore sia in campo classico che jazzistico. Ha una predilezione per la musica accademica, ma non si è mai opposto quando abbiamo deciso con la sua approvazione di allargare la programmazione alla nostra contemporaneità a tutto tondo. In questi venti anni ho avuto in lui un committente, severo, giustamente esigente, ma sempre interessato, che credo chiunque si augurerebbe di avere.

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C’è anche il tema della sede, giusto?
L’affitto del Teatro Manzoni scade nel 2018, poi vedremo. Stiamo cominciando a fare delle cose al Teatro Franco Parenti, ma la sala è da 600 posti invece dei 1.000 del Manzoni. E se devo dirla tutta, anche se sono amico di André Ruth Shammah, lei giustamente ha come priorità il teatro.

Se tu avessi la bacchetta magica, cosa ti piacerebbe fare?
Amerei rilanciare Aperitivo in Concerto, farlo ritornare all’epoca in cui si facevano quasi trenta concerti a stagione. Mi piacerebbe ampliare la programmazione, renderla un osservatorio della nostra contemporaneità in modo estremamente trasversale, ospitando più linguaggi e più progetti interdisciplinari, accogliendo la sperimentazione più avanzata, ma senza rinunciare a un impegno in qualche modo divulgativo: non credo alla cultura che non comunica, che non dialoga. Credo molto alla formazione e alla progressiva crescita culturale di un pubblico: se si raggiunge quell’obiettivo, nulla diventa difficile. Io credo che Aperitivo in Concerto, per quello che ha dato, per gli artisti e i progetti che ha ospitato, sia un patrimonio di Milano, un patrimonio che andrebbe curato ulteriormente, che andrebbe fatto nuovamente crescere. Certo, sarebbe bello che “Aperitivo in Concerto” potesse godere di un sostegno del Comune di Milano, che da tempo mostra un forte interesse per la cultura. Sarebbe interessante aprire la programmazione anche a tante realtà italiane, magari facendo delle coproduzioni, e non lo dico per piaggeria, più con realtà tipo NovaraJazz (di cui l’intervistatore è direttore artistico n.d.r.) che con Umbria Jazz, per esempio. Ma anche con realtà accademiche, perché vi è tanto repertorio da esplorare e (ri)esplorare, perché il Novecento rimane ancora un’incognita per troppi, perché esistono culture extra-europee da investigare, specialmente in una città che si va facendo ogni giorno più poli-etnica.

«…dovrebbe essere un dovere civile di uno Stato, quello di lavorare sull’elevazione dei cittadini»

Grazie per la stima. Mi sembra un progetto possibile, perché non insisti?
La vedo difficile. Riconosco di credere più nel finanziamento pubblico che in quello privato, tant’è che come modello privato Aperitivo in Concerto è una mosca bianca: sono pochi gli imprenditori interessati a puntare su quanto non è convenzionale. Eppure dovrebbe essere un dovere civile di uno Stato, quello di lavorare sull’elevazione dei cittadini. In questo, una rassegna come Aperitivo di certo offre il suo piccolo contributo. La globalizzazione ha aperto opportunità di scambi culturali, ma anche distrutto. Vedi, Milano è una città dove passano molte cose, ma dove ci sono ancora margini per produrre di più. L’esempio di MiTo è calzante e ne ho anche parlato con Francesca Colombo: certe manifestazioni devono diventare l’occasione per produrre nuovi scambi creativi tra artisti e realtà italiane e internazionali. Bisogna fare sistema, imparare a farlo.

Come pianifichi la programmazione?
Con un misto di passione ed equilibrio rispetto ai gusti del pubblico. Se facessi solo quello che mi piace ai concerti ci verrebbe solo mia zia. Però il primo aspetto è avere sempre un grande rispetto per l’artista che ha una visione, qualcosa che ci regala e noi dobbiamo custodire.

Il concerto che consiglieresti quest’anno?
Muhal Richard Abrams, musicista straordinario che ha avuto sempre molto meno di quello che avrebbe meritato.

Ci nomini una persona troppo trascurata a Milano?
Se parliamo di artisti ce ne sono molti. Come possiamo parlare dell’importanza del jazz italiano se i nostri musicisti più creativi hanno solo due o tre buone occasioni per suonare in un anno intero?

«…Credo che Milano stia cambiando in peggio perché il business provoca un’operazione centrifuga…»

Dove vivi?
A due passi dal Duomo, in via Santa Tecla. Ai tempi ci passava Chet Baker. La cosa che rappresenta di più il mio quartiere, secondo me, è il Libraccio.

Dove vai la sera a mangiare?
Mi piace Yoshi: forse ha a che fare con il mio passato in oriente o con la mia prima moglie. C’è anche tanto salutismo, che non fa mai male. Il Rebelot poi mi piace moltissimo. Il personale è simpatico: a me piace avere un rapporto con le persone che lavorano nei luoghi in cui vado.

Dove vai a bere?
Mi piace andare da Giacomo Arengario al Museo del Novecento e poi anche al Rita & Cocktails. In generale detesto i posti troppo fichettosi. Voglio dire che i fondamentali sono importanti: se vado in un cocktail bar e ho voglia di bermi un Manhattan, che per inciso è il mio drink preferito, me lo devono saper fare. Così come un Martini. A questo proposito devo tornare al Bar Basso.

Ci andiamo insieme. Chi sono i tuoi amici?
Sono pochissimi: l’amicizia è davvero una cosa seria. Mio padre diceva che se hai un amico è già un culo pazzesco. In generale mi confido poco, tengo tutto per me. Però per esempio mi piace frequentare Luca Conti perché è uno di quei toscani che ha la giusta dose di cinismo e disincanto, che aiuta a sminuire i drammi propri e altrui. Poi mi piace molto André Ruth Shammah: con lei mi lascio andare. È un’ebrea fuori registro, come me. Siamo tra quei pochi che non hanno sensi di colpa né istinti egemonici: dell’ebraismo prendiamo il meglio e scartiamo il peggio.

Mi parli di qualcuno che sta cambiando Milano?
Credo che Milano stia cambiando in peggio perché il business provoca un’operazione centrifuga di allontanamento dei suoi abitanti dal centro. Gli abitanti tradizionali vanno in periferia o fuori città. C’è una visione troppo ottimistica delle cose che accadono. Cosa si produce a Milano? Molto poco. Ci tengo però a citare Carlo Boccadoro e Sentieri Selvaggi. Anche loro mosche bianche, anche loro meritevoli di ulteriore incoraggiamento, perché sono fra i pochi a dedicarsi all’ampliamento del repertorio in modo stimolante e intelligente. Poi anche la Primavera di Baggio, una manifestazione che vorrei definire nel modo più alto: civile. Fondamentale per la divulgazione di una tradizione che va conosciuta in profondità, non solo attraverso nomi altisonanti.

Che cosa ti piace di Milano?
Tantissime cose, soprattutto i milanesi che hanno un grande amore per questa città. Se a Catania chiudono il Teatro Bellini, si protesta un po’, ma dopo tre giorni finisce tutto. Se succedesse una cosa analoga a Milano, ci sarebbe una rivolta popolare.

Un disco che ha cambiato la tua vita?
Solo uno? Te ne dico due: Symphony for Improvisers e Complete Communion di Don Cherry.

https://www.youtube.com/watch?v=H2Eb6vjLPsY

Un film?
Providence di Alain Resnais.

Un libro?
Lucien Leuwen di Stendhal.

Un oggetto per te è importante?
La valigia. È la cosa più bella che ci sia, perché ti lasci alle spalle tutto: moglie, amici, proprio tutto.

Ti piacciono le sagre?
Moltissimo, soprattutto perché hanno a che fare col mangiare.

Chi era il tuo eroe da bambino?
Moshe Dayan e poi, se proprio devo dirtelo, Leonard Bernstein. Capisci che quando andai a lavorare con lui…

Che cosa farai da grande?
Non so se alla mia età ho ancora voglia di affrontare momenti traumatici. Quando finirà il ciclo, vedremo se avrà senso aprirne un altro oppure no. Poi, se devo dirtela tutta il giorno in cui muoio non importa neanche dove mi mettono. Prima però vorrei andare via dall’Europa, un posto lontano, dall’altra parte del mondo dove cambiare identità magari stare di fronte al mare, alzarmi la mattina e ascoltare musica. Solo su disco.

Mi dici una persona importante per Milano?
Devo dire Confalonieri: mi ha sempre fatto fare quello che volevo.

E un angolo di Milano che ti piace?
Via Paolo Sarpi; mi piace perché mi piace sempre stare in mezzo ai misti, un po’ come a Recife e a San Paolo, dove sono nato e cresciuto. L’altro giorno ero in coda in un negozio e ho sentito due alle mie spalle che parlavano con accento milanese: «uè, figa hai visto lì, che cazzo». Mi sono girato ed erano due filippini. Fantastico.

Altri posti da quelle parti?
Mi piace andare alle Cantine Isola perché ci sono una grande umanità e sempre persone fuori categoria, fichi, vecchi, folli: secondo disponibilità si trova un po’ di tutto. Poi mi piace andare al Bar Messina: ha quel nome, ma è gestito da cinesi. Certo di Milano mi piacciono anche la vigna di Leonardo e tantissime altre cose.

Che cosa fai stasera?
Lavoro, vado al Teatro Franco Parenti. Significa che sai quando entri, ma mai quando esci.

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