Giulio Iacchetti

Come il militare ha salvato la vita a uno studente perso nel caos del Politecnico. Le vie tortuose del design.

Scritto da Lucia Tozzi il 19 dicembre 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Foto di Fabrizia Parisi

La lista dei brand con cui lavora o ha lavorato Giulio Iacchetti è impressionante. Se fossi Arbasino, ci riempirei un paginone solo per il gusto di elencarle: e giù Alessi, Danese, Meritalia, e su Abet Laminati, Moleskine, Foscarini, Magis. Tuttavia, anche se il sottotitolo del suo sito web è Industrial Design, questa è solo una parte della sua produzione, e non rende conto della forma della sua mente. Giulio ha fatto una mostra sulle croci, una intitolata Coltelli Inutili, e la sua personale in Triennale si chiamava Oggetti disobbedienti. I due progetti che gli sono valsi il Compasso d’oro nel 2001 e 2014 sono un cucchiaio-forchetta biodegradabile da aperitivo (Moscardino per Pandora Design, con Matteo Ragni) e una serie di tombini per Montini, che ricadono certo nella categoria dell’industrial design ma non sono il primo esempio che verrebbe in mente. Amante dei casalinghi in generale – con una passione particolare per le scope e i coltelli – Iacchetti ha tentato nel 2008 di fare entrare il design nei supermercati con il progetto Eureka COOP, che ha coinvolto un gruppo di designer italiani di grande bravura, da Paolo Ulian a Miriam Mirri, a Odoardo Fioravanti. E insieme a Silvia Cortese, sua moglie, ha creato Internoitaliano, una “fabbrica diffusa”, un network di designer e eccellenze artigiane italiane che reinterpreta oggetti classici della casa. Noi siamo però siamo andati a indagare su un progetto parallelo, gli Ossi, che appartiene a una regione più remota, e allo stesso tempo più essenziale, dell’immaginario di Giulio. Quello che ne è scaturito è un incredibile dialogo sul piacere e sul desiderio.

Modello osso, 2016 - photo credits Studio Giulio Iacchetti
Modello osso, 2016 – photo credits Studio Giulio Iacchetti

Di che si tratta?
Sto facendo un progetto sugli ossi. Ossi ipoteticamente di animale, non ossa umane. Queste che vedi sono foto di studio, per mantenere una memoria di questo esercizio, che consiste nel progettare ossi inutili, ossi che non esistono. Questo è un femorino, senti com’è leggero.

Questo sembra un calzascarpe.
In effetti è un esercizio, dopo ognuno può pensare quello che vuole.

Quando ti è venuta in mente questa cosa?
Mi piace la forma degli ossi, bellissimi perché sono solo funzione, e ho immaginato una situazione in cui li reinventavo, ispirandomi al lavoro dei paleontologi che da un osso, da un femore, o da un suo frammento, ricostruiscono la forma di un dinosauro o di un altro animale estinto. Come aveva detto anche Munari, è un lavoro di fantasia. Allora sono partito da un gruppo di disegni per ottenere questi oggetti, che però, sottolineo, sono perfettamente inutili. Mi interessano le forme, il piacere di toccarle: ho scelto volutamente il legno, un materiale non mimetico, e ho voluto che restassero così, senza dipingerle in bianco o avorio. Non era mia intenzione giocare sull’ambiguità, sull’ironia, ma volevo dichiarare la natura artificiale dell’operazione. Ho avviato una collaborazione a distanza su questo progetto con Emmanuel Zonta, uno scambio intensissimo. Io gli mandavo i disegni, lui trovava i legni, le essenze giuste. Alcuni li ho iniziati io, altri li ha interpretati lui ex novo. Mi piaceva l’idea di oggetti levigatissimi, che invogliano a farsi toccare – i legni duri diventano più facilmente lisci, questo per esempio è ebano – pensati solo per il piacere.

Da quanto ci stai lavorando?
Da circa un anno. Oramai è finito, gli oggetti sono finiti. Sono un insieme compiuto. È sempre stato un progetto fuori dal calendario, estraneo al quotidiano, alla vita di studio.

Quello che mi piace è che hanno anche un elemento cyberpunk.
Insomma, non li so commentare, diciamo che mi ci sono affezionato. Progettare ossi non solo è inutile, ma ti rimanda a una specie di situazione primordiale. Mi ricordo che cinque anni fa avevo partecipato a Independent: Design Secession, una mostra di Andrea Branzi e De Lucchi, alla Triennale Bovisa. Branzi aveva selezionato dei miei lavori con un’immagine molto pesante, un po’ lugubre, con le croci e dei vasi dal sapore primitivo. Era una mostra che voleva allontanarsi dalla narrazione serena e progressista del design, quella che risolve sempre ogni storia nella ricerca e nella scoperta dell’utile.

Coltelli inutili, 2008
Coltelli inutili, 2008

Ecco, ma perché invece ti è cara la parola inutilità?
È una parola passepartout che ci consente di capire molte cose sul nostro mondo, come spiega anche Nuccio Ordine nell’Utilità dell’inutile, o tornando indietro come racconta Werner Herzog nel diario di Fitzcarraldo, La conquista dell’inutile, dove racconta lo sforzo immane per issare la famosa nave di Fitzcarraldo su una collina nella foresta amazzonica. Ecco, a me sembra che tutto il nostro mondo schizofrenico che progetta 25000 sedie o 25000 nuove posate ogni anno, in una proliferazione fuori controllo, sia del tutto inutile, ma è questo il suo senso. È molto utile l’inutile, perché tutta questa frenesia che produce mille variazioni, multipli, citazioni, rappresenta l’anelito di arrivare a una perfezione irraggiungibile, che è una caratteristica della cultura occidentale, mentre quella orientale ha fissato degli archetipi che vanno ripetuti. Nel caso degli ossi il punto è la soddisfazione degli occhi, del tatto, e questo li rende interessanti: non è che il piacere sia inutile, ma qui non si tratta di una forma funzionale, esecutiva di piacere. È un bello che ti fa stare bene. Rimettere al centro oggetti di puro piacere, che si prova piacere a possedere. Contrariamente alle prescrizioni evangeliche, amo possedere le cose, ho necessità di toccare oggetti: ho mille penne, ma me ne manca sempre una.

Salmi e Salami, C. Ar.d 2016
Salmi e Salami, C. Ar.d 2016

Ok. Ma allora se dici così come li consideri, come oggetti unici o come oggetti che potrebbero essere prodotti? Potrebbero essere prodotti Internoitaliano?
Internoitaliano no di sicuro, perché cerchiamo di reinterpretare sempre oggetti già esistenti, rifarli in maniera più elegante, come il servomuto ad esempio, o un vaso. Gli Ossi piuttosto potrebbero essere scannerizzati e riprodotti con una stampante 3D. Oppure si, potrei anche venderli come pezzi unici. Un oggetto fatto per essere toccato, che so io, un quarto d’ora il sabato pomeriggio, e che non rientri nella sfera dal gadget erotico, è una cosa nuova. Gli Ossi non fanno niente, sono oggetti di piacere non sessuale.

Sgabello Affi, Internoitaliano
Sgabello Affi, Internoitaliano

È interessante, perché è una forma di piacere molto legata all’inizio della vita, alla prima infanzia naturalmente, e poi all’adolescenza, quando si scopre di avere delle mani agilissime, in grado di manipolare gli oggetti come giocolieri. Forme di piacere che poi, nella maggior parte delle persone, vengono rimosse, abbandonate con l’età.
Infatti. Nel mio caso si può dire che ho normato un’inclinazione anomala con questo lavoro, che la scioglie in questi palpeggiamenti innocui, non perseguibili per legge diciamo.

mollette Coop
mollette Coop

Una domanda che ti avrei fatto comunque: hai progettato quasi ogni cosa, divani, bottiglie, posate, vasche da bagno. C’è qualche cosa che non hai mai fatto e desidereresti progettare?
Il desiderio non può essere vago. “Vorrei disegnare una sedia” è un desiderio generico, non vuol dire nulla. È come dire “Vorrei innamorarmi di una donna”. Di quale? Dimmi che occhi ha, dove abita, come cammina. Mettere a fuoco il desiderio è fondamentale. Il nostro intervento deve essere chirurgico, preciso. In quel caso il desiderio ha una altissima probabilità di realizzarsi.

Sei sicuro? A me pare che il desiderio invece abbia molto a che fare con l’indefinito. È come se tu invece volessi un desiderio già progettato. Comunque banalmente la mia domanda si riferiva a una cosa più semplice, se ti manca una categoria di oggetti che magari a me sfugge ma a te piacerebbe progettare
Sicuro: vorrei progettare uno o più strumenti musicali, elettrici, fatti possibilmente a Cremona, dando la possibilità alla scuola dei liutai di fare nuova ricerca. Unire la fisicità di uno strumento alla tecnologia contemporanea. Ma in quel caso mi manca il committente, non vorrei farlo da solo come un progetto campato in aria, mi piacerebbe collaborare sulla base di uno stimolo. Ora sto lavorando con un archettaio per fare un archetto innovativo, ma è un dettaglio.
Un altro desiderio è un vaso per Venini. Sento fortemente che devo occuparmi di questa cosa, e sto muovendo le mie pedine per arrivare a farlo: in un certo senso è un po’ come se ci stessi già lavorando. Questo è un punto su cui insisto molto perché è un tema che mi sta molto a cuore in questo momento, ne parlo spesso con i ragazzi, con gli studenti. Quando gli chiedo “che vorreste fare?” mi rispondono “il designer”. Allora gli chiedo che tipo di designer, cosa vorreste fare per fare il designer, chi è il vostro maestro? E loro si impantanano, non sanno che rispondere. Il problema sta lì, non hanno un desiderio abbastanza individuato.

Scusami, ritorniamo ai tuoi esordi: tu non hai avuto una carriera lineare, no?
No, sono un autodidatta. Avevo interrotto la facoltà di architettura nell’86-87, dopo due anni con tutti gli esami fatti.

Ma volevi fare l’architetto o il designer?
No, non sapevo neanche cosa fosse un designer. Non c’era un indirizzo design, solo un esame di industrial design. Venivo da un paese, facevo su e giù tutti i giorni, cercavo di orientarmi tra le scelte assurde che venivano poste a studenti ignari: per dire, io scelsi restauro e conservazione perché avevo sentito dire che in Italia c’era più da restaurare che da costruire.

Beh in teoria era giusto, solo che nessun governo ha mai ragionato così e hanno continuato a incentivare l’edilizia classica consumando suolo… comunque continua, e poi? Che è successo dopo i due anni?
Andavo sempre in depressione, invece di aprirmi avevo una reazione di chiusura: odiavo Milano, i progetti anche radical di cui si parlava a lezione mi sembravano inconcepibili perdite di tempo, perdevo le cose essenziali che quella facoltà caotica avrebbe potuto darmi. Insomma, alla fine arrivò provvidenziale la cartolina del militare, e non perché non facessi esami, ma dietro mia richiesta. Mi ha salvato. Quando sono tornato ho annunciato che non avrei proseguito l’università perché mi faceva stare male, causando una crisi familiare. A quel punto sono entrato nello studio di un architetto e ho iniziato a frequentare una scuola serale di disegno industriale a Crema. Era una scuola regionale, quindi riconosciuta, ma certo la qualità era bassa. Però in quel frangente ho capito che quello che già facevo a casa, nell’officina di mio padre, poteva diventare un lavoro.

‏Nel laboratorio di Castelleone 1994
‏Nel laboratorio di Castelleone 1994

Perché, che facevi a casa?
Costruivamo oggetti, in effetti il mio primo basso elettrico è nato lì. Mi hanno dato il manico, poi le corde, e poi il pick up, e il resto l’ho costruito io.

Non ci posso credere! Ma allora uno strumento musicale l’hai già fatto! Era il tuo primo desiderio
Ma non c’entra, quello era una cosa per me, un Do It Yourself, frutto di una necessità: avevamo appena messo insieme un gruppo, e ho costruito praticamente anche la batteria del mio amico, non avevamo il becco di un quattrino. Anche l’amplificatore, fatto con il woofer di un vecchio cinema e una cassetta.

E quindi suonavi?
Si, scrivevamo anche le canzoni, non facevamo assolutamente cover.

Perché non hai continuato?
A 16 anni ho capito che o diventavo veramente bravo o sarei diventato un tristo figuro col parrucchino che suonava il liscio alle feste dell’Unità. Ero diventato anche bravo, ma non miglioravo più, e allora piuttosto che fare il dilettante ho deciso di fare una sola cosa benissimo. Per due anni mi sono buttato a testa bassa in questi laboratori del venerdì sera alla scuola di Crema, tornando nella nebbia fitta della notte padana.

Non hai mai suonato con Lorenzo (Palmeri)?
No, me lo propone ogni tanto, ma lo fa come per imbarcare le schiappe, e allora rifiuto.

Ma poi com’è che ti sei laureato in Conservazione dei beni culturali a Ravenna?
Era rimasta irrisolta la questione della laurea, che era stata all’origine di un conflitto tremendo con mio padre, fino alla sua morte improvvisa. Quell’anno, il 2004, ho deciso di iscrivermi all’università di conservazione dei beni artistici.

‏Assegnazione compasso d’oro per il Moscardino con Achille Castiglioni, 2001
‏Assegnazione compasso d’oro per il Moscardino con Achille Castiglioni, 2001

Perché a Ravenna, e non a Milano, dove ormai già lavoravi a tempo pieno e avevi già vinto il Compasso d’oro?
Perché l’unico modo che avevo per frequentare era seguire i corsi in dvd, allora non erano online: prendevo appunti di notte (Matteo ride, dice che mi sono laureato con le videocassette) e poi mi presentavo agli esami, tutti fatti in corso. Mi sono laureato nel 2008.

Torniamo di nuovo agli esordi: fai due anni di scuola serale, e poi?
E poi avevo progettato per il diploma una maniglia – una forma in legno fatta da me, ovviamente non un 3D – l’ho portata a un’azienda di quelle parti, Frascio, che l’ha esaminata e poi l’ha messa in produzione.

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E ci hai guadagnato?
Mah, non cifre da slot machine, ma ogni tanto mi arrivavano un milione di lire, cose del genere, non del tutto trascurabili.

E secondo te può succedere oggi una cosa del genere, che uno presenta un oggetto all’azienda x e quella glielo mette in produzione?
Beh, oggi non è la stessa cosa: non ci si può più chiamare fuori, se uno non sa una cosa va su internet e si informa. All’epoca io non sapevo niente di niente, non conoscevo la differenza tra Frascio e Olivari, per dire. Andavo all’ARCI del mio paese, dove c’erano le guide telefoniche di tutta Italia, cercavo sotto la voce maniglie, ne trovavo una in provincia di Brescia, provavo. Poi magari visitando le fiere ho capito qualcosa del mercato. Ma prima per un provinciale l’ignoranza era la norma, ora anche dall’angolo più remoto chiunque può e deve capire la differenza tra Domus e un giornale senza né arte né parte.

Non saprei, Giulio, nella mia esperienza non solo nei giornali, ma anche come professore alla NABA, mi sono resa conto che orientarsi nel flusso sterminato di informazioni della rete è un’operazione che presuppone una base culturale solida. Chi non sa niente non trova niente, non distingue, non trova una gerarchia plausibile.
Va bene, ma non sto parlando di novellini totali: uno studente che vuole fare il designer dopo 4-5 anni di università, che ha potuto girare per i Saloni, le fiere, gli studi, non può arrivare con la stessa ingenuità che avevo io quando cercavo “design” sulle pagine gialle. Sai chi era l’unico risultato sotto quella voce nella provincia di Cremona? Beppe Riboli, quello delle discoteche: e naturalmente lo andai a trovare, ma voleva solo uno che tirasse le righe per i suoi progetti di locali, che peraltro non corrispondevano esattamente al mio ideale estetico.

Peccato però. Sarebbe bellissimo trovare nel tuo passato un archivio di discoteche. Zagor verrebbe subito a intervistarti. Comunque, scusa, ripercorrendo quello che ti è successo fino a quel momento mi pare di capire che tu non avessi un desiderio così definito: volevi spasmodicamente arrivare a un qualcosa che non sapevi assolutamente cosa fosse. Come moltissime persone, ci sei arrivato per sbandamenti e incontri fortunati: la maniglia che avevi disegnato non era il sogno della tua vita, eppure aveva delle qualità se te l’hanno prodotta, no?
Aspetta: subito dopo la maniglia, è stata la volta della sedia. Ne avevo costruite alcune con mio padre, e ho detto: «ho saputo che esiste la Brianza – non è uno scherzo, non ne sospettavo l’esistenza prima – vediamo che aziende ci sono: c’è Zanotta, c’è Fly sedie, e il Magazzino del seggiolone». Giuro che sono andato da questi tre, senza neanche capire la differenza, e Zanotta mi ha ricevuto, mi hanno guardato la sedia nel cortile, hanno detto grazie non ci interessa, e via. Era intorno al 92.

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Quindi sono passati solo 8-9 anni tra la sedia nel cortile di Zanotta e il Compasso d’oro?
Eh si. È la cosa che dico sempre agli studenti: invece di accanirsi sul 30 e lode all’esame, che non conta niente nel mondo reale, è fondamentale avere una buona idea, farla girare, proporsi, capire cosa può funzionare per le aziende che ti interessano. Non è per fare retorica consolatoria, ma gli imprenditori intelligenti sono ancora curiosi, sanno che da progettisti meno conosciuti possono arrivare progetti migliori che da star internazionali. Sai chi è uno dei designer che vendono di più ad Artemide? Maurizio Scutellà, che avevo conosciuto nei miei giri infiniti di aziende lombarde quando era un tecnico di un’azienda di casalinghi, la Mepra, col grembiule nero d’obbligo. Sognava di fare il designer, portava i suoi progetti alla Flos, senza successo, ma invece Artemide ebbe l’intelligenza di mettere in produzione la lampada Pirce e da allora è l’unica che,per quel che ne so, viene prodotta in modo continuativo.

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‏Assegnazione compasso d’oro con Matteo Ragni in Triennale, Settembre 2001

Tra i tuoi desideri primari, parlavi di un vaso per Venini. Ma qual è la parte predominante, il vaso o Venini?
Venini, già solo il suono del nome mi da quasi un orgasmo. Ho già lavorato col vetro, ma la storia, la sequenza di vasi e oggetti prodotti da Venini è veramente straordinaria per me. Ecco, questo è quello che da senso al lavoro: quando hai la percezione della vera essenza di un brand allora è più facile fare progetti per quello, progettare di farsi scegliere. È stato così anche per Alessi, che amo alla follia.

Questa cosa è bellissima: anche Armin Linke parla di una cosa simile, di come è arrivato a progettare la committenza per i lavori che gli interessano.
Infatti. Ti racconto come è andata con l’accerchiamento di Alessi. All’inizio, sbagliando, ho fatto lo stalker: mandavo un progetto ogni due settimane, li braccavo alle fiere, e venivo sistematicamente rifiutato. Avevo persino collezionato tutte le lettere di rifiuto, che erano allo stesso tempo una piccola storia sia dell’Alessi che delle stampanti. A un certo punto ho buttato tutto e mi sono dedicato a Sambonet e ad altre aziende. Però mi era sempre rimasto il magone, la sensazione di un amore non vissuto. Qualche anno fa avevo fatto una mostra che si chiamava “Coltelli inutili” in uno spazio in via Broletto, Kitchen. Erano coltelli in legno, e quindi inservibili (anche se poi furono realizzati in acciaio da Berti): avevo invitato Gloria Barcellini di Alessi ed era venuta anche Chiara Alessi, e dopo qualche tempo mi ha chiamato Alberto Alessi, mi ha chiesto un primo progetto, che mi ha commissionato un vassoio. Insomma, la strategia più rilassata ha funzionato meglio, e ora mi sento veramente appagato.

Tagliacarte Uselen, Alessi 2011
Tagliacarte Uselen, Alessi 2011

Hai da qualche parte un archivio di tutto quello che hai fatto?
Si e no, qualche anno fa con l’aiuto di Federico Angi ho messo in ordine i materiali nei faldoni, ma non mi va di scavare troppo nel passato.

Perché?
Delle cose a guardarle mi mettono una tristezza assoluta, e poi non amo ripartire dalle vecchie idee, disegno sempre da zero. Poi a volte capita che il nuovo disegno sia una copia o una rielaborazione di qualcosa che era rimasto interrotto, ma vuol dire che era davvero una cosa che era rimasta a vagare nella mente, che aspettava un compimento.

E invece da che tipo di desiderio nasce Internoitaliano?
Non ti posso nascondere che ha contato molto il desiderio di decidere in autonomia dalle aziende, ma non è un esercizio libertino: ha contato il desiderio di gestire il rapporto con gli artigiani, il piacere edonistico di scegliere insieme il progetto, vederlo crescere, perfezionarlo, ispessire la relazione umana, alla fine vedere l’oggetto finito e dimenticarselo. È come la cucina, un piacere che a casa mia era vietato: solo mia mamma cucinava, e in più gli ingredienti erano sempre gli stessi. Parlo proprio del processo creativo, perché poi la mia attenzione decade, non mi interessa vederlo nella vetrina eccetera. Tutta quella parte, importantissima, enorme, la gestisce Silvia: è lei che segue la vita successiva degli oggetti, la percezione che la gente ha all’esterno di Internoitaliano, che in un certo senso è il vero valore del brand.

Staff di Internoitaliano
Staff di Internoitaliano

Come si è evoluto Internoitaliano?
All’inizio eravamo fissati con la vendita solo online, un errore madornale e come tutti gli errori, utile: abbiamo dovuto ammorbidire la linea, vendendo tramite agenti nei negozi, poi abbiamo dei piccoli contract, anche se ora come ora la vendita online è decollata.

Partecipate a molte fiere?
Si, abbastanza. A Milano però preferiamo ancora restare al Fuorisalone.

Qual è il progetto che ti ha dato più soddisfazione?
Dei pesci di legno, prodotti dallo stesso designer che ha realizzato gli Ossi. E poi la poltroncina di Gnocco (Alessandro Gnocchi).

Pesce Parè, Internoitaliano 2014 – photo credits Fabrizia Parisi
Pesce Parè, Internoitaliano 2014 – photo credits Fabrizia Parisi

Oltre al Surfer’s Den dove vai a bere/mangiare?
La trattoria Grand Hotel, che ha un menu molto piemontese, un po’ fané. E poi l’Erba brusca.

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Non vai più al Juleps?
Stiamo cercando di riaprirlo con Franz, era fallito ma sarebbe bellissimo che tornasse alla vita

Dove compri i libri?
Alla libreria della Triennale, al Libraccio del Naviglio o di Romolo, e poi ho un circuito di libri usati in rete

A parte quelle della Triennale, che mostre vai a vedere?
Sono molto pigro, i miei musei sono le aziende. Per contratto visito sempre le aziende all’inizio di un progetto. Per il resto il lavoro è il mio svago, e mi assorbe totalmente.

Sei un lettore: che leggi?
Sto recuperando tutti i libri che non avevo di Tommaso Labranca.

Chi sono i giovani che ami?
Persone duttili, porose, disposte al dialogo: come Agustina Bottoni, Studio Klass, Sovrappensiero.