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Beyond Common Ideas

Scritto da Salvatore Papa il 23 ottobre 2018
Aggiornato il 29 ottobre 2018

Luogo di nascita

Bologna

Luogo di residenza

Bologna

Attività

Collettivo

Analizzare e trattare il clubbing come un fenomeno sociale e culturale: l’ambiziosa missione di Beyond Common Ideas compie sette anni e torna venerdì 26 ottobre al Replay Club con il party Touch, tra videomapping e installazioni e in consolle Elvis, Easy Dual b2b Simone Manoni ed Echio b2b Marco Maldarella.
Abbiamo provato a ripercorrerne la storia e gli ideali insieme a loro.

Chi fa parte di Beyond Common Ideas?

Beyond Common Ideas è una crew nata dall’amicizia e dalla condivisione della passione per la musica elettronica di tre amici. Da tre oggi siamo in sette e, dai workshop ai party, è nata una squadra che va oltre gli impegni musicali.
Ognuno offre al gruppo la propria esperienza e la propria competenza, dando il massimo nel suo ambito specifico: dalla grafica, alla musica, alle pubbliche relazioni, fino al videomapping e alla componente tecnologica del nostro progetto.
Comunque per chiudere ecco i nomi: Alvise de Faveri, Andrea Galazzini, Francesco d’Errico, Lorenzo Salmi, Marco Maldarella, Simone Manoni, Ugo Leone Cavalcanti.

Raccontateci un po’ come siete nati.

Tutto è nato con due amici che tornano a casa da scuola, l’ultimo periodo delle medie, passando da un bar: il Mood di via Arienti. Ogni giorno era tappa fissa. Fermi lì ad ascoltare uno dei proprietari, Patrick Apostolo, che allora era anche un promoter del Link e che ci raccontava quella che era, e quella che era stata, una parte di Bologna per noi tanto sconosciuta quanto affascinante.
Parallelamente si architettava continuamente come procurarsi un mixer ed iniziare ad imparare a mixare. E al Mood, oltre ai racconti, c’era anche una consolle e tanti dischi.
Trascorso un anno, non appena avevamo acquisito parte di quelle fantastiche conoscenze e forti delle testimonianze circa le emozioni che la club culture potesse regalare abbiamo sentito il bisogno di provare a coinvolgere chi, tra i nostri coetanei, sarebbe potuto essere interessato. Così – fondamentale anche in questo è stato l’aiuto di Patrick – una sera davanti palazzo Re Enzo, prima di entrare a sentire Fabrizio Maurizi al RoBot Festival scegliemmo il nome e decidemmo di iniziare con una serie di workshop sul mondo del club.
Così ebbe tutto inizio.

Come mai quest’interesse per la club culture? E perché secondo voi si può considerare cultura?

In Italia più che altrove il pregiudizio nei confronti del clubbing e del mondo della notte è sempre stato ed è tutt’ora qualcosa di reale, una concezione tardo-medievale che considera il movimento come un fenomeno al massimo di bassa cultura giovanile, una massa di giovinetti in cerca della retta via che nel frattempo si smarriscono tra droga e musica ad alto volume. Beh, noi ci siamo sempre opposti a questa concezione, abbiamo sempre cercato di promuovere un’idea di clubbing letto da una prospettiva sociale e culturale perché crediamo, e la storia lo ha dimostrato, da Chicago a Detroit passando per Berlino e Londra, che dietro all’aggregazione di giovani e non attorno al fenomeno della musica elettronica ci sia molto di più che la semplice necessità di fuggire dalla vita quotidiana, componente pure fondamentale; crediamo, invece, ci sia la dimostrazione pratica della convivenza tra persone diverse, anche tra loro distanti, che il club sia, in sostanza, un’enorme palestra di tolleranza e conoscenza dell’altro, in tutti i sensi, estetici, fisici, spirituali. Dunque, per questi motivi, riteniamo abbia un’importanza sociale e culturale rilevante.

Avete anche organizzato una rassegna di incontri sul rapporto tra musica e psicologia. Perché?

Dopo aver affrontato l’argomento da un punto di vista socio-culturale, anche l’aspetto psicologico, scientifico ed emotivo ci ha appassionato.
Perché, ci siamo chiesti, il nostro cervello risponde a determinati suoni in un modo, e ad altri suoni in un altro?
Esiste un collegamento fisiologico, diretto e scientificamente provato della relazione tra una nota musicale e uno stato d’animo o un sentimento? Oppure più che essere una questione fisiologica è culturale?
Sono stati questi i quesiti di partenza. Con le varie edizioni svolte sul tema non siamo riusciti a darci una risposta definitiva, a trovare una soluzione a tutte le nostre domande, ma certamente abbiamo svolto e presentato al nostro pubblico un’indagine approfondita e da più punti di vista – dall’antropologo allo psichiatra passando per il musicista – di un tema tanto complesso e intrigante.

Quindi, prima la teoria e poi siete passati alla pratica, giusto?

Sì, in un certo senso si può dire così, anche se quasi tutti noi, già prima del party, avevano già “messo in pratica”, tra chi faceva il dj già da qualche tempo, chi militava in una band, chi aveva già qualche piccola esperienza come promoter.
Dopo anni di workshop a nome Beyond e un po’ di militanza come singoli in queste attività, è venuto naturale voler tradurre le nostre intenzioni e i nostri propositi in una realtà tutta nostra, dalla a alla z.

Qual è la vostra idea di party?

Ci abbiamo messo un po’ per arrivare a definire un nostro concept ed avere un’idea chiara sulla proposta di party, ma, dopo un po’ di esperimenti, ci siamo arrivati, grazie anche ad un’evoluzione naturale: un format in cui il dancefloor e l’aspetto musicale restino centrali e fondamentali, ma nel quale si possano inserire sperimentazioni con video-mapping, installazioni e luci, così da creare un’esperienza audio-visiva: connettere suono e immagine.
Oggi questo format può forse risultare già visto, già sentito e trito e ritrito da alcuni, ma, a onor del vero, rivendichiamo il fatto di averlo proposto, nel nostro piccolo, anche quando nei club di video-mapping e installazioni non se ne vedevano poi tanti.
Negli ultimi anni è diventata una moda, e, come sempre, quando le cose vengono fatte non perché ci si crede o perché piacciano, ma solo per adattarsi a un trend, non sempre riescono bene.
Tale per noi, infatti, è sempre stata l’importanza del binomio visivo-uditivo che, nei nostri ultimi party, buona parte della gestione dello show video-luci era affidata ad alcuni algoritmi che abbiamo sviluppato per seguire autonomamente il suono analizzato in tempo reale.
In tale contesto rimaniamo comunque fedeli alla nostra visione, ma abbiamo voglia di rimettere al centro il dancefloor, e per questo verranno apportate alcune modifiche alla visione originale – se vogliamo con un ritorno al concetto di club più tradizionale, con meno orpelli e aggiunte ulteriori. Più musica, più buio e meno invasività luminosa, senza rinunciare per questo alla sperimentazione e al video: il prossimo Touch avrà un taglio leggermente diverso dalle sue versioni precedenti.

Oggi come pensate evolverà il progetto?

Il progetto sta subendo una fisiologica mutazione ed evoluzione. Le menti crescono, si rinfrescano con nuovi input culturali, incontri folgoranti. Dopo anni di studio dell’ambiente circostante e di lavoro sul nostro prodotto, siamo pronti per raccogliere la sfida e contribuire a far ritornare Bologna, come ai tempi che non abbiamo mai vissuto, ma di cui si parla troppo spesso.
Un po’ per la capacità d’ascolto dell’amministrazione, per un naturale cambio generazionale, vogliamo spingere per fare rete tra tutte le realtà e creare un nuovo format di entertairment al passo con le esigenze delle giovani e giovanissime generazioni.

La scena clubbing com’è messa?

Ora il club è pressoché morto. Ci spieghiamo, c’è necessità di ripensare il club se si vuole mantenerlo e riattivare l’interesse su di lui.
Sia chiaro, siamo i primi a non amare il club di massa, ma siamo anche consapevoli che il pubblico club non esiste più. Il nostro pubblico che abbiamo “educato” e cresciuto, talvolta, ci mette a dura prova, vittima del contesto storico che ha riportato in voga, in Italia, l’interesse per la vocalità e la musica suonata.
Ma il problema non è circoscritto all’Italia. Sappiamo di altre città in e aree d’Europa che stanno vivendo una naturale involuzione, ma è ovvio che se non si lavora tutti dalla stessa parte, con politiche ad hoc, non riusciremo mai a far capire che la musica, così come un concerto di una star indie, provoca cultura e controcultura che possono dare benefici alla società intera.
Detto ciò, guardando Bologna, bisogna dire che con l’importante riaffermazione di Robot, la rinascita di WHP, e anche grazie a nuove realtà come Grapevibe e la neonata Rare Facto, dal nostro punto di vista la situazione sta molto migliorando rispetto agli ultimi anni.
Al di là delle crew sopracitate, una menzione va fatta anche per l’Archivio, negozio di dischi del nostro amico Dj Rou. Grazie a lui molti giovani si sono avvicinati al vinile ed è diventato un importante punto di ritrovo per addetti ai lavori e amanti della musica in generale.

I vostri ospiti dove li portate a mangiare e a bere?

Il nostro headquarter è l’Angolo B in via garibaldi 9, ma siamo anche grandi fan dell’Osteria La Frasca dove fino a tarda notte possiamo soddisfare le nostre fami ataviche notturne sorseggiando una delle tantissime birre artigianali.
Per una serata o un pranzo con gli ospiti invece scegliamo a seconda anche della personalità dell’artista o la Trattoria Annamaria (le migliori tagliatelle) l’osteria dei Grifoni (luogo di pace sensoriale e di gusto).

Un pezzo per l’autunno?