Il Dr. Pira

Da pochi giorni è possibile ordinare la raccolta definitiva, ben 900 pagine, de I Fumetti della Gleba del Dr. Pira, edita da NERO. A un'opera colossale non poteva che corrispondere un'intervista colossale.

Scritto da Nicola Gerundino il 9 giugno 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Prima di leggere i fumetti del Dr. Pira non avevo mai visto dei personaggi disegnati camminare con la schiena parallela al bordo orizzontale della tavola. Così come non avevo mai immaginato concepibile inserire nella stessa striscia Kenshiro e Balotelli o Papa Francesca e Vegeta, e neanche che fosse così facile trasformare in tre vignette il quotidiano in qualcosa di assolutamente paradossale, lisergico e divertente. Al Dr. Pira tutto questo riesce a meraviglia da 20 anni, tant’è che, al momento di pubblicare un’antologia con tutti i suoi Fumetti della Gleba, si è arrivati a un volume mastodontico, che però va giù come un bicchiere d’acqua. La sfida di pubblicare tutte e 900 le pagine è stata raccolta da NERO ed è stata lanciata sul mercato con la formula Prima o Mai, ideata da Ratigher, che permetterà di acquistare la copia cartacea del libro solo per un tempo limitato. Dopo la pubblicazione, è arrivato il momento della presentazione ufficiale: a Roma venerdì 7 ottobre dalle ore 19:00 fino a tardi (ma non troppo) al Caffè Tevere, Lungotevere Testaccio; a Milano venerdì 14 ottobre dalle ore 22:00 fino a tardi al Love Bar, Via Melzo 5.
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Zero: Iniziamo le presentazioni.
Mi chiamo Maurizio, ma tutti mi chiamano Pira. Mi giro in entrambi i casi. Sono nato a Tortona nel ’77.

Ti ricordi il primo fumetto che hai letto? E il primo che ti ha fatto andare in fissa con i fumetti?
Il primo non me lo ricordo, ma poteva essere qualche vignetta di Altan. Poi mi sono appassionato ai fumetti leggendo Akira di Otomo, che ha chiaramente influenzato il mio modo di fare fumetti. Si vede, no?

Akira
Akira

Da ragazzo che fumetti leggevi? E quali sono quelli che leggi di più ora?
Un sacco di manga di terza categoria e Tiramolla. Anche supereroi, ma solo quelli che trovavo a buon mercato. Ora ne leggo pochi perché viaggio spesso e al momento non ho una casa. I fumetti nello zaino pesano e ho buttato via un bel po’ della mia collezione. Quando riesco recupero un po’ di Tiramolla e simili.

Quando hai iniziato a disegnare fumetti?
Ho iniziato al liceo. Facevo lo scientifico, ma mi applicavo ogni giorno dal banco in fondo. Probabilmente se avessi frequentato una scuola di fumetto avrei condotto esperimenti scientifici con lo stesso impegno.

Hai sempre disegnato con il tratto che hai adesso o cercavi di avere uno stile più simile ai comics americani o ai manga?
All’inizio volevo fare il fumettista serio e in terza liceo ho iniziato a disegnare una storia in stile Frank Miller. Sono andato anche a mostrarla ad Ade Capone, un fumettista della Bonelli: gli ho fatto vedere una ventina di tavole e ho iniziato a raccontargli l’intricata storia che avevo in mente. Lui mi ha risposto che era interessante, ma che avrei dovuto intanto finire di disegnarlo. Non ci avevo mai pensato: era troppo lavoro. Meglio lasciarlo fare a Frank Miller.

Che reazioni c’erano ai tuoi primi fumetti, da parte degli amici soprattutto? C’era qualcuno che ti chiedeva di farne di nuovi o qualcuno chi ti invitava a cambiare mestiere?
All’inizio, quando disegnavo realistico, tutti volevano i disegni sul diario. Poi, all’improvviso, ho cambiato tratto: i nuovi disegni mi piacevano di più, ci mettevo meno tempo a farli, ma allo stesso tempo nessuno li voleva più sul diario. L’opinione generale era che dovevo cambiare mestiere, il che all’inizio poteva sembrare scoraggiante. Invece mi resi conto di avere finalmente un sacco di tempo per disegnare storie per conto mio. Potevo fare una rivista in due o tre giorni di scuola.
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Il complimento migliore che hanno mai fatto a un tuo fumetto e la stroncatura più acre?
Una volta mi ha scritto uno da un ospedale: era in un momento tremendo e sostiene di essere guarito grazie a una storia di Berutti. È stato bellissimo, ho sentito che il titolo di Dottore finalmente era guadagnato! Di stroncature non me ne fanno spesso direttamente. Ogni tanto mi mandano da leggere delle discussioni su dei forum di internet: uno pubblica un mio fumetto, dieci lo stroncano, un altro si esalta. I due a cui piacciono i miei fumetti in genere diventano amici, gli altri rimangono schifati.

Quali sono stati i fumetti che ti hanno influenzato, sia come disegno che come storie e linguaggio? Te lo chiedo perché la sensazione è che abbiano avuto più influenza le vignette o le strisce brevi che non i volumi veri e propri. Se non addirittura che le influenze siano arrivate da tutt’altra parte.
In effetti sono poche le influenze fumettistiche: se leggo un autore che mi piace, penso sia giusto che lui faccia il suo e io il mio. Mi erano piaciuti molto Mark Beyer e Shunji Enomoto, dei quali è uscito poco o niente in Italia, ma principalmente faccio i miei fumetti perchè non li trovo da nessuna altra parte. Così, posso rileggermi le storie da solo: dopo un mesetto in genere non me le ricordo più. Come influenza grafica, ho un sacco di libri di arte antica che mi sfoglio quando voglio disegnare qualcosa di fresco.

"Amy + Jordan" di Mark Beyer.
“Amy + Jordan” di Mark Beyer.

Invece, se parliamo della vera ispirazione sostanziale, il discorso è più complesso. L’idea può venire da un film, da qualcuno che incontro, da una foto di una zebra. I film di terza categoria, ad esempio, sono ottimi. Spesso sono gli amici ad aiutarmi inconsapevolmente: una notte, da qualche parte in Spagna, un mio amico ha cominciato nel dormiveglia a dettare qualcosa riguardo alle lavatrici Candy, gli alieni e le palline. Non so cosa avesse canalizzato, io e un altro ricercatore abbiamo trascritto tutto. È da quel momento che ho iniziato a fare i Fumetti della Gleba. Ma è abbastanza consueta come situazione: qualsiasi autore ti dirà che non sa da dove vengono le idee, e questo fa spesso pensare che ci sia un modo segreto. In realtà, nemmeno un pescatore sa da dove vengono i pesci, ma ha il suo modo per pescarli. Io, per esempio, dedico una certa quantità di tempo alle attività di ricerca e sviluppo, che comprendono letture, balletti propiziatori, incontri con persone, visioni di film e altre cose che non ti sto elencare non perchè sono segrete, ma perchè sono imbarazzanti.

Dove disegni di solito i fumetti? Mi dicevi una volta che le alture della Caffarella sono uno dei luoghi dove nascono molte tavole. Anche il mare è un luogo d’ispirazione se non sbaglio…
Dici giusto, quelli sono i posti avventurosi più a portata di mano. Mi piacerebbe riuscire a disegnare a casa o in studio, ma per qualche motivo mi risulta difficile. Per molto tempo la tecnica è stata andare a disegnare in posti impervi e lontani, in bicicletta o a piedi. Pensavo che così avrei vissuto avventure interessanti da raccontare; invece gran parte delle storie finivano con un esplosione atomica perchè nel frattempo si era fatto buio e dovevo tornare. Dopo un po’ di tempo, mi sono convinto che l’ispirazione per le storie fosse comunicata da delle entità. Non è un’idea tanto strana dopotutto, prima del 1400 il termine “genio” non era utilizzato per far riferimento a una persona, ma all’entità (genius) che parlava attraverso quella persona. Quindi andavo nei boschi o in cima alle montagne, sperando che quelle entità mi parlassero. Non so dirti se funzionasse o meno, ma non importa: trovo sia molto più rilassante prendere le cose così. Poi, dopo anni di montagna, ho passato tutta la primavera e l’estate scorsa al mare. I miei amici erano preoccupati, non riuscivo ad indossare nient’altro altro che camicie hawaiane. Il mare è molto più comodo della montagna, ci sono i baretti con i tavoli. In alcuni lidi tra Fregene e Passoscuro sono conosciuto come “er fumettaro”.

Il Pira in cerca di ispirazioni marine.
Il Pira in cerca di ispirazioni marine.

Ascolti musica quando disegni? Se sì, cosa?
Vado a periodi, come tutti. Ascoltavo tanti dischi crust e grind andando in bici, nel periodo d’oro di quel genere, fino a un paio d’anni fa. L’alternativa da disegno in quel caso era il black metal: fa più tappetone. Poi ho esaurito quella vena e sono andato a scavare nella psichedelia, un po’ di roba anni 70 e qualcosa di attuale. C’è una corrente di rap psichedelico in america che è interessante. Poi dipende dai casi: se disegno Topo e Papero, ad esempio, ascolto Beethoven.

Visto che abbiamo parlato di alcun luoghi di Roma, ti chiedo come, dove, quando e perché sei arrivato a Roma.
Ci sono arrivato una decina di anni fa. Al tempo abitavo in Germania, ero stato per diversi anni in varie città, ultima delle quali Berlino. Poi mi sono stufato, si stava bene, ma era il paese dei balocchi. Un mio amico ha aperto uno studio a Roma e sono sceso giù. Al tempo facevo principalmente grafica come lavoro.

Il Dr. Pira si appresta a raggiungere la Sardegna a nuoto.
Il Dr. Pira si appresta a raggiungere la Sardegna a nuoto.

E qual è è stato il tuo primo impatto?
Non era la città che avrei scelto razionalmente per la vita, ma per qualche motivo ci stavo bene.

E ora qual è il tuo rapporto?
Tutti i miei amici dicevano che non sarei durato a lungo: ho l’aspetto e l’approccio alla vita di un crucco. Invece dopo dieci anni ci sto ancora bene e il motivo l’ho capito solo l’anno scorso. Mentre disegnavo in riva al mare a maggio, parlavo con un tedesco. Era entusiasta del posto, ed era vestito con una camicia hawaiana e le Birkenstock, esattamente come me. Quindi ho capito di non essere mai diventato romano: sono rimasto tedesco, ma un tedesco in vacanza.

Come ti trovi nel tuo quartiere, Ostiense? La cosa che ti piace di più e quella che ti fa incazzare sempre?
Mi trovo benissimo: ha una piramide! Anche se non ha le proporzioni di quelle di Giza è pur sempre una piramide. Non sono molti i posti in Italia dove puoi abitare vicino a una piramide e avere tutto a portata di mano: metro, stazioni, mercati, locali. È la piramide più comoda che io conosca.

La Piramide Cestia.
La Piramide Cestia.

Il luogo – o i luoghi – di Roma che ti piacciono di più?
I posti speciali per me sono più attorno a Roma che dentro. Montagne, mare, terme. Sono andato dappertutto, nello scorso anno in particolare appena possibile andavo alle terme. Ho una mappatura di baretti dove disegnare quando non faccio in tempo ad andare fuori città, ma sarebbe lungo elencarli tutti. Il Sinister Noise è sempre stato il mio salotto preferito.

La locandina per il "Cineforum Ninja" al Sinister Noise disegnata dal Pira.
La locandina per il “Cineforum Ninja” al Sinister Noise disegnata dal Pira.

La caratteristica del romano (medio) che hai imparato ad apprezzare di più?
La prontezza nelle battute e l’uso del verbo “addobbarsi”.

Quella che ancora oggi non riesci a comprendere?
Pagare alla romana mi mette un po’ in difficoltà. Apparentemente è semplice perchè si divide la cifra per il numero di partecipanti. In realtà, per lo stesso motivo, al momento di ordinare si innescano una serie di calcoli quantistici molto complessi, con variabili come l’appetito, i legami sociali, il budget. Gran parte dei romani riescono a farli con molta rapidità, a me sembra impossibile.

Come giudichi Roma in rapporto al fumetto?
Non saprei proprio, ma a giudicare dalla tradizione di artisti e letterati che sono passati per Roma in passato, mi sembra un buon posto per comportarsi da artista.

Mai pensato di fare un fumetto specifico su Roma, con qualche personaggio “romanaccio”, sia nei modi di fare che nel linguaggio? Escluso il Papa, che non fa testo….
Mi risulta difficile, perchè non ci sono cresciuto. Le cose più vicine alla realtà materiale le ho ambientate attorno a Tortona, anche se non ci abito da vent’anni: Marguati e Berutti sono stati sindaci della mia città. La trilogia fantasy di Gatto Mondadory ha i suoi luoghi nelle colline e montagne circostanti. Probabilmente mi attengo in maniera inconsapevole allo stereotipo dello scrittore che parla della sua terra natia.

Il Pira per il Pontefice.
Il Pira per il Pontefice.

Visto che di fumetti ne hai fatti tantissimi, non ti faccio domande su ognuno di essi ma ti chiedo un racconto breve sulla storia di quelli che mi piacciono di piu

Berutti
Pochi lo sanno: è stato sindaco di Tortona fino a qualche anno fa. Prima di lui disegnavo Marguati, il sindaco precedente, finché è stato in carica. Era una serie di un certo successo e molti mi chiedevano perchè non facessi altri episodi. Io rispondevo che si era dimesso. Poi ho pensato che il sindaco è un’entità che non può morire, si reincarna ogni volta in un nuovo mandato. Quindi ho iniziato a fare Berutti. Il suo slogan elettorale era irresistibile: «Massimo Berutti, il massimo per tutti».
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Gatto Mondadory
Mi è venuto in mente un mattino in cui mi ero svegliato anzitempo. Il nome mi faceva ridere, ho iniziato con una storia di una pagina e mi sembrava difficile andare oltre. Poi ci ho fatto un libro, e poi altri due: trattandosi di un fantasy, è obbligatorio per legge fare almeno una trilogia. Da questa serie ho capito qual è la condanna del fare fumetti alla mia maniera: pensa al tempo che ci vuole a disegnare e promuovere tre libri e pensa a quante volte, in questo lasso di tempo, degli sconosciuti ti chiedono che genere di fumetti fai. Nella mia testa è chiaro, ma non so rispondere: «È una specie di fantasy matto con i telefonini. Per questo ultimo volume ho fatto un sacco di studi sui Puffi». Gente che me lo chiede con intenzioni amichevoli si mette sulla difensiva, pensando che li prenda in giro, ma non è quella l’intenzione. Non so come spiegargli che dovevo fare esattamente quel libro fatto così e non so dire per quale motivo. Me l’hanno detto degli Spiriti dei Boschi, cazzo!
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Batma e Robi
È conosciuta come la versione low cost di una serie americana dal nome simile. In realtà è nata indipendentemente da quella. Ci sono analogie, perchè in entrambe le serie i protagonisti sono supereroi, ma senza superpoteri. Però, a differenza della serie americana, Batma e Robi hanno sempre budget molto ridotti per le loro avventure.
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Marguati
Come dicevo prima, era il sindaco di Tortona. Al tempo abitavo a Stoccarda e tornato in patria ho incontrato un mio amico che non vedevo da diversi anni. Il nostro dialogo è stato questo: (amico) «Hai visto? Abbiamo un nuovo sindaco», (io) «Come si chiama?», (lui) «Marguati. Ha i baffi». E se n’è andato. Mi aveva colpito. Subito dopo ho scritto il primo episodio.
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Bugs Bunny
In quel periodo, sarà stato il 2003, molti mi facevano i complimenti perchè le mie storie erano veloci da leggere. Questo ha fatto accrescere in me l’interesse nelle storie interminabili. Il progetto era quello di scrivere un romanzo tipo Le avventure di Gordon Pym, partendo da una storia di qualche pagina che avevo letto su un giornaletto. Poi mi sono fermato a 11 pagine. Ero già stanco, e mi chiedevo come facesse la gente a fare i libri.
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Ken il Corriere
Volevo fare una serie sui corrieri perchè li trovo eroici e pochi fumetti raccontano questa professione violenta e avventurosa. Mi hanno detto che c’era una serie simile in Giappone, ma non ho trovato granché sul tema fattorini. Devo chiedere a Vice se riesce a farmi sponsorizzare da UPS!
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Excalibur
Questa mi piacerebbe saperti dire perchè mi è venuta in mente, ma non lo so. È una delle mie serie preferite.
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Teschio di Faccia
Secondo un mio amico molto colto, il protagonista di questa serie è la personificazione allegorica del Fato. Non sai quando arriva, non sai cosa farà. Potrebbe salvarti dal pericolo o distruggere casa tua, ma in ogni caso va bene: era giusto farlo. Ovviamente non sono partito da presupposti tanto elevati, ma mi piace questa interpretazione.
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Arriviamo quindi alla mega raccolta de I Fumetti della Gleba che hai pubblicato in questi giorni, come mai hai deciso di pubblicarla?
Sono state una serie di coincidenze, mi sa. Era da diversi anni che vari editori mi avevano proposto di raccogliere tutti i Fumetti della Gleba, ma avevo sempre risposto di no. Se bisogna stampare un libro, perchè non farne uno nuovo? E poi mi sembrava di darla vinta a tutta quella fetta di pubblico che sostiene che “era meglio il primo disco”. Ma soprattutto, mi sembrava una cosa da fine carriera. Invece, quelli di NERO mi hanno proposto di farlo come libro d’arte, che mi sembrava un’idea divertente, soprattutto se pensi al materiale di partenza. Poi Ratigher mi ha chiesto se volevo produrlo con il metodo Prima o Mai, che mi sembrava adatto: si stampa una volta sola e poi non ci si pensa più. Ora che vedo tutto insieme, mi sembra di aver costruito una piramide. Credo che nell’antico Egitto abbiano iniziato a mettere giù dei pietroni con l’idea di fare una specie di montagna triangolare nel deserto, e alla fine abbiano guardato il tutto e pensato: «Toh! Sembra una piramide».

Come mai hai scelto questa formula per la vendita: su prenotazione e solo per un tempo limitato?
Come dicevo, me l’ha proposta il mio collega Ratigher. È interessante, ribalta tutti i meccanismi dell’editoria. Non vedo niente di malvagio in come funziona l’editoria classica, nel senso che all’autore arriva solo una piccola percentuale del prezzo di copertina, ma non perché qualche cattivo ci lucra sopra. È solo un sistema poco efficiente: come se, una volta scoperto il motore, si andasse comunque in giro con una carrozza trainata da un’automobile, facendola guidare al cavallo. Ma a parte questo, vendere tutto solo per una volta e per un tempo limitato mi sembrava una cosa virile, adatta a un tomo di quel genere. Se l’avessi prima stampato e dopo venduto, non sarei riuscito a proporlo alla gente, sarebbe stato come portarsi sulle spalle 15 anni di vita e cercare di darli a qualcun altro. Invece così chi lo vuole ce l’ha subito e poi non ci si pensa più.

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Ci sono tutti tutti tutti i Fumetti della Gleba mai fatti?
Si, sono riuscito a raccogliere tutto. Non è stato per niente facile. Non ho mai dato un gran valore agli originali, quindi molti erano dispersi.

Dove hai conservato le storie inedite?
Ho dei cassetti pieni di fogli, diverse cartelline, una mole di blocchi e questa è stata la parte facile. Altri erano dispersi in giro, ma per fortuna qualche collezionista aveva conservato le antiche fanzine che avevo fatto uscire al tempo. Di alcuni sono rimaste solo le scansioni fatte con tecnologia medievale: per esempio, un paio di fumetti li avevo sotterrarti tanti anni fa pensando che a un certo punto della mia vita li avrei riesumati, ma poi non mi ricordavo più il punto esatto.

Quante pagine sono precisamente?
Siamo sulle 900 pagine. Quelli di NERO hanno avuto un bel daffare a impaginare tutto, e hanno trovato i contributi giusti per commentare l’opera. Non è facile trattare fumetti simili seriamente, ma non seriosamente.

Hai già idee per fumetti o personaggi futuri? Ci puoi dare qualche anticipazione?
Ho pensato che, dato che ora esce la discografia, mi scioglierò. Vorrei dedicarmi allo sport da ora in avanti. Ho qualche storia già scritta negli anni passati che potrei fare uscire, roba sul genere di Rap Violent, che avevo realizzato per Vice.

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Ultime domande a bruciapelo: cosa non deve mai mancare nella casa di un fumettista?
Della musica per fare i balletti.

Cosa non deve mai mancare nello zaino di un fumettista?
Io mi porto sempre dei viveri, non si sa mai.

Il tuo autore di fumetti preferito in assoluto?
In questo momento, tale Shunji Sonoyama. Domani chi lo sa?

Il tuo fumetto preferito?
Se l’avessi trovato avrei smesso di farne.

Autore e fumetto preferito italiano?
Le storie lunghe di Altan!

Se potessi scegliere di fare una vacanza su un ufo o con Craxi, quale delle due sceglieresti?
L’ideale sarebbe su un Ufo guidato da Craxi, ma in mancanza di Craxi va bene l’Ufo.

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