Industria Scenica

I cinque protagonisti del progetto ci spiegano perché vale la pena di andare a Vimodrone

Scritto da Matteo Torterolo il 22 febbraio 2018
Aggiornato il 5 marzo 2018

Ci sono luoghi misteriosi che circondano Milano, luoghi dai nomi esotici che a pochi minuti di distanza dal centro della città possiedono la sorprendente particolarità di appartenere ad un’altra dimensione: Cernusco sul Naviglio, Gessate, Buccinasco, Gaggiano, Vimercate…
Neppure troppo misteriosi, direte voi. Eppure sfido qualunque milanese a confessare quante volte lo colga in un anno, l’impulso di frequentare quei luoghi (sempre che non vi risieda stabilmente): del resto, cosa potremmo aspettarci di trovare lì, che non sia possibile trovare altrove in città?
Sbagliatissimo. Perché a volte anche in questi luoghi è la legge della provincia a farla da padrona e la vita, lontana dalla frenesia e dai tempi serrati della vita metropolitana, scorre secondo logiche differenti, a volte ancora capaci di sorprenderci (il più raro dei sentimenti: dico, alzi la mano chi si è sorpreso negli ultimi sei mesi).
Così, accade che dalle parti di Vimodrone – prima fermata extra-urbana della M2 in direzione nord-est – da qualche anno un gruppo di artisti abbia deciso di prendere in mano la sala del Circolo Everest, storica balera della zona, per farne un centro culturale, che ha come fulcro il teatro ma che lavora moltissimo sul territorio senza limiti di formato e di età in un’ottica di inclusione sociale e di welfare culturale: dai laboratori nelle scuole ai progetti legati alla terza età o all’integrazione, sempre più spesso sono gli stessi enti locali a richiedere il loro intervento in casi delicati (all’interno di scuole, comuni, istituzioni nell’hinterland milanese e non solo) – e in molti hanno ormai smesso di stupirsi dei risultati straordinari che il “semplice” coinvolgimento in un progetto di creazione artistico possa ottenere, aiutando le persone e il loro vivere comune come poche altre pratiche e terapie sono in grado di fare.
Industria Scenica è il nome della realtà che riunisce anche Elea Teatro, compagnia attiva da anni sul territorio nord-est di Milano, che ha preso in gestione nel 2014 l’Everest (oggi rinominato più semplicemente così) per farne luogo di spettacolo, di studio, di formazione, di cultura – senza dimenticare la sua vocazione originaria di Sala da Ballo nel solco della migliore tradizione italiana («tutti i sabati qui si balla, anche perché se no rischieremmo di essere linciati dalla folla scalpitante degli affezionati della zona»).
Dietro IS si celano i volti e le storie di: Andrea Veronelli (una laurea in Lettere Moderne con specializzazione in Teatro Sociale e anni di lavoro nel no-profit come formatore, project manager e fundraiser), si occupa di sviluppo dei progetti di formazione nell’ambito della media education, ricerca fondi e creazione di reti progettuali; Ermanno Nardi (laurea in Arti, Spettacolo e Produzione Multimediale, cultore della materia presso la cattedra di Storia del teatro all’Università Cattolica di Brescia), attore ed organizzatore, si occupa di produzione, distribuzione teatrale e relazioni esterne e stesura bandi; Francesca Perego (laurea in Storia e Critica del teatro e una specializzazione sul Teatro Sociale), si occupa di produzione e sviluppo di progetti di drammaturgia di comunità e formazione; Serena Facchini (specializzata in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo), che è attrice, performer e regista, oltre ad occuparsi della distribuzione e dell’organizzazione; Isnaba Miranda (Master in Drammaturgia e Regia con specializzazione in Teatro Sociale), si dedica per Industria Scenica dello sviluppo di progetti di valorizzazione territoriale, ricerca fondi e stesura bandi
Abbiamo fatto due chiacchiere con i ragazzi alle prese con i preparativi per il prossimo weekend, uno dei più importanti della stagione: venerdì 23 sarà in scena Pout Pourri (in occasione dei dieci anni della compagnia Elea Teatro), mentre domenica 25 l’Everest dedicherà un’intera giornata alla presentazione del nuovo progetto Share³, che mette in rete tre differenti compagnie (Teatro Ex-Drogheria, Elea e Francesca Franzé) in vista di un miglioramento gestionale e produttivo condiviso. Un’ottima occasione per avventurarsi oltre le spaventose colonne d’Ercole di Cascina Gobba…

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ZERO: Ciao ragazzi, la prima domanda che mi viene è: ma come ci siete capitati qui? Come avete scoperto l’Everest?
IS: Industria Scenica come cooperativa nasce nel giugno 2012 e da subito ha cercato una “casa”. Per un po’ siamo stati in un capannone a Cassina de’ Pecchi, proprio sotto il palo della Telecom, nella zona industriale, poi ci siamo trasferiti in un piccolo ufficio nella frazione di Sant’Agata, sopra un birrificio artigianale, la Spilleria, poi ci siamo spostati in un coworking a Sesto San Giovanni, tutto bianco e pieno di creativi. Tutti questi posti erano molto belli, ma ci mancava uno spazio in cui sperimentarsi davvero, raggiungibile anche con i mezzi, che potesse accogliere più discipline e che potessimo sentire “nostro”. Così abbiamo incominciato a cercare. Abbiamo visto un po’ di tutto: vecchie fabbriche, capannoni abbandonati, spazi labirintici e poi un giorno, quasi per caso da alcuni amici, abbiamo saputo che la balera di Vimodrone, che conoscevamo già come la sala da ballo vicino al “vecchio Busker”, un noto locale jazz ormai chiuso, era stata dismessa e che la cooperativa edilizia che l’aveva acquisita la voleva convertire in appartamenti. Abbiamo subito incontrato il Signor Conca, uno dei gestori dell’Everest, abbiamo concordato un sopralluogo e aperta la porta è stato subito un grande “wow” per tutti. Un colpo di fulmine. Davanti a noi una sala immensa tutta rossa e blu, con una palla a specchi appesa al centro del soffitto e un bar tutto specchiato con venti lampadine colorate e con due bottiglie di vino “d’epoca” con la faccia di Lenin e Stalin al centro degli scaffali. Uno spazio incredibile, fuori dal tempo, vintage nel vero senso della parola. Abbiamo chiesto un appuntamento al CDA della Coopcel, proprietaria dello stabile, abbiamo presentato un progetto di riqualificazione dello spazio e dopo lunghe riunioni e infinita burocrazia abbiamo concordato 6 mesi di comodato d’uso e il 21 febbraio 2014 abbiamo riparto i battenti. A questi 6 mesi abbiamo aggiunto un altro anno di prova e oggi abbiamo attivo un contratto a medio-lungo termine con un progetto condiviso, che non punta più alla costruzione di appartamenti, ma alla rigenerazione dello stabile a partire di un’offerta culturale di qualità, che vede i cittadini di Vimodrone protagonisti e partecipi in tutte le attività. Ad oggi lo stabile, oltre a ospitare noi al primo piano, ospita la PAV – Pubblica Assistenza Vimodrone, una scuola di danza, una pizzeria, un negozio di vestiti e uno studio di post produzione audio-video. Un condominio davvero speciale!

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Brevemente: presentatevi.
Industria Scenica è il progetto di vita di 5 persone che credono profondamente nelle potenzialità creative e performative della comunità e che ogni giorno creano progetti che accolgono, promuovono e trattano i bisogni, le risorse e i talenti artistici delle persone.

L’Everest è innanzitutto la sede di Industria Scenica, realtà complessa e multiforme, e in effetti si respira un fermento incredibile da queste parti: su quanti fronti state lavorando in questo momento?
Industria Scenica è fatta da 5 persone, noi 5, e molti collaboratori. Noi facciamo drammaturgia di comunità, formazione, produciamo spettacoli teatrali, organizziamo eventi culturali, festival, visite turistiche teatralizzate e infine gestiamo l’Everest appunto, la sala da ballo rigenerata, lo spazio multidisciplinare che spesso però preferiamo chiamare “la nostra piazza al coperto” tant’è il via vai e l’eterogeneità delle persone e delle attività che si alternano durante l’anno. All’Everest organizziamo corsi di teatro e promuoviamo una stagione teatrale, ospitiamo eventi e residenze artistiche, leggiamo favole per i più piccoli e ogni sabato sera: super serata danzante con orchestra dal vivo.
Sono tutti questi i fuochi di attenzione sempre vivi e vividi. Col tempo abbiamo capito che la nostra complessa multiformità è la nostra forza.

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Qual è la storia di questo luogo?
L’Everest nasce negli anni 60 con la Cooperativa dei Lavoratori Uniti ed è diventato da subito un punto di riferimento per la Martesana: al piano terra la bocciofila frequentata solo da uomini, al primo piano una sala da ballo di 400 m2 che scoppiava di gente.
Negli anni 80, per un breve periodo, la sala è stata data in affitto ed è diventata una discoteca, lo Zeppelin con tanto di dirigibile appeso al soffitto, ma fu solo una parentesi, presto l’edificio è tornato Dancing Everest, di nome e di fatto. Si ballava 4 sere alla settimana, sempre con orchestra dal vivo e la domenica con i dischi: boogie, liscio, valzer. Ormai le serate accoglievano più di 300 persone e il “tutto esaurito” era all’ordine del giorno. I clienti sono diventati amici, gli amici sono diventati compagnie e quindi l’Everest è diventato un luogo di incontro, un posto per festeggiare matrimoni, battesimi, occasioni speciali: è diventato casa.
All’Everest hanno suonato alcuni artisti che hanno fatto la storia della musica italiana: i Bisonti ad esempio, si sono formati qui e quando loro suonavano, il tram denominato “gamba de legn”, doveva aumentare le sue corse per portare tutti i clienti!
L’Everest era tante cose e si è trasformato in altrettante, ma da sempre è stato la sede del partito comunista e infatti spesso ancora oggi, nonostante gli anni trascorsi, in paese ci dicono “ah siete lassù, dai compagni”…
Dopo tanta storia ora ci siamo noi.

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Com’è che avete deciso di non accantonare completamente la storia del Dancing, ma di legarvi mantenendo la serata “danzante” del sabato?
Nessuno di noi avrebbe mai detto che un giorno avremmo gestito una sala da ballo, ma dal momento che abbiamo riaperto la porta sono venuti così tante persone a chiedere di ballare ancora e ancora che ci è sembrato rispettoso e doveroso restituire alla gente la sala e alla sala un po’ della sua natura del passato, così ogni sabato sera organizziamo serate danzanti.
Poi, per come siamo fatti noi, ci piace poter mischiare, intrecciare e far incontrare diversi linguaggi: così spesso portiamo pezzi di teatro o azioni performative nelle serate danzanti oppure coinvolgiamo le persone che ballano in altre attività.
L’Everest ci sta davvero regalando tante sorprese e abbiamo imparato tanto dalla gente che frequenta questo posto. In cambio di tutto questo, noi offriamo alla città teatro, video, eventi, ovvero, altre forme di fare cultura.
È un percorso lungo ma che per noi ha molto senso.

Ci raccontate qualche episodio divertente accaduto durante i sabati sera?
Beh qui ne succedono di tutti i colori, dai mariti che bevono bianchini di nascosto dalle mogli e poi mangiano un intero pacchetto di gomme per cancellare l’odore, alle confidenze sugli amori passati, impossibili o dei tradimenti che ancora oggi aleggiano in sala, alle barzellette osé che ci vengono a raccontare al bancone del bar, alle nostre gaffe come servire un punch freddo in un bicchiere di amaro perché nessuno, 4 anni fa, sapeva come si prepara un punch al mandarino? Insomma… Ogni sabato sera qui è un carnevale!

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Com’è il vostro rapporto con Milano? In fondo siete all’interno della linea M2, eppure spesso si ha la sensazione che Vimodrone sia piuttosto remoto.
Milano è a 5 minuti da qui… uno da Loreto ci mette 20 minuti in bicicletta costeggiando il Naviglio Martesana, 15 minuti in metropolitana e 15 in macchina a raggiungere Vimodrone.
E’ di certo più difficile andare allo stadio di San Siro che arrivare all’Everest, però per chi sta a Milano, Vimodrone pare “lontanissimo”… è una questione di abitudine, quando poi raggiungono l’Everest le persone dicono “ma è attaccato, è vicinissimo!” e da lì in poi tornano senza problemi.
In ogni caso è bello essere immersi in un paese dell’hinterland di Milano, gli abitanti si conoscono, in alcune situazioni basta presentarsi come i ragazzi dell’Everest e tutto è semplice, e poi la gente del posto viene spesso a trovarci, semplicemente suonano il campanello e salgono: per bere un caffè, per portarti i babbà che hanno preparato apposta per noi, per un saluto. Qualche genitore o qualche nonno passa per portare al figlio o al nipote che è qui a fare o a vedere teatro qualcosa che ha dimenticato chissà dove e qualche altro nonno speciale passa per proporci una fiaba da leggere ai più piccoli… Insomma, davvero non si sa mai chi può arrivare da un momento all’altro.

La prima persona che ha suonato il campanello?
Un artista locale che ci ha lasciato in custodia il suo torchio e ci ha dato un suo disegno come benvenuto.

L’incontro più strano?
Due signori vestiti di tutto punto come dei veri propri suonatori di cornamusa di un tempo passato che ci hanno regalato un pezzo musicale.

Ci consigliate un posto dove bere e uno dove mangiare in zona Everest?
Per chi viene a trovarci in giornata, la Latteria! Qui le torte caserecce sono conosciute su tutta la Martesana. Torta alla ricotta, crostata di frutta, tiramisù… e il caffè costa 80 centesimi! Una garanzia di artigianalità.
La sera invece, sempre sulla nostra via, Via Sant’Anna, da un lato è possibile bere un aperitivo immerso in un ambiente rockabilly al bar White cafè e dall’altro si può gustare una buonissima pizza alla pizzeria Antica Pizza. Poi, ovviamente, ci siamo noi, al civico 4, con il Punch (caldo), gli amari e le grappe caratteristiche delle sala da ballo. Per una digestione retrò tra un passo di danza e l’altro.