Chiara Montanari

In occasione di iCodex, l'hackathon dedicato all’innovazione culturale, abbiamo intervistato l'ingegnere e ricercatrice specialista nel management

Scritto da Martina Di Iorio il 8 giugno 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Cosa hanno in comune l’Antartide, le missioni speciali, Milano e un hackathon per l’innovazione culturale? Per scoprirlo abbiamo intervistato Chiara Montanari, una donna, in primis, ma anche ingegnere, capo missione in Antartide, specialista in management e tante altre cose. Sarà uno dei key speaker per iCODEX, ideato con il supporto di Fondazione CariploiC e Bookrepublic, una due giorni non-stop di idee e sviluppo a cui possono partecipare developers, designer, informatici, creativi e chiunque abbia un’idea legata alla cultura. Chiara ci spiega come innovare sia possibile e lo sia soprattutto in una realtà come Milano. Con il cuore sempre rivolto ai ghiacci.

ZERO – Chiara Montanari è tantissime cose: ingegnere, esperta in Innovation Management, Knowledge Integration, Leadership e Team Building in ambienti estremi. É anche capo spedizione scientifica in Antartide. Da cosa iniziamo e soprattutto chi è Chiara?
Chiara Montanari – Una persona curiosa che ama esplorare la vita in tutte le sue forme, dai viaggi in luoghi remoti ai paesaggi più vicini. Naturalmente includo nella categoria del viaggio anche gli incontri con le culture diverse dalla mia, la lettura dei libri e il mondo complesso delle relazioni umane. Insomma, adoro farmi stupire da tutto quello che ancora non conosco.

Una persona che si occupa certe cose deve avere una formazione molto specializzata. Ci puoi parlare di questo? Qual è il tuo percorso formativo?
Mi sono laureata in ingegneria, con una specializzazione in strategie per la sostenibilità ambientale, poi ho conseguito un master in management per acquisire le competenze in ambito gestionale e, alla fine, mi sono messa a fare ricerca con i filosofi della scienza, perché gli strumenti umanistici sono fondamentali quando si ha a che fare con il fattore umano. In ogni caso tutti gli studi che ho fatto sono sempre stati integrati dall’esperienza diretta sul campo, quindi, forse più che di “formazione molto specializzata” parlerei piuttosto di “formazione continua e ad ampio spettro”, e naturalmente non è ancora finita.

Chiara Montanari in una delle sue spedizioni in Antartide
Chiara Montanari in una delle sue spedizioni in Antartide

Ad iCODEX, il primo hackathon dedicato all’innovazione culturale, lei interverrà come key speaker. Quale sarà il suo contributo a questa manifestazione e come le sue varie esperienze diventano tesoro per chi parteciperà e non solo?
Parlerò di come essere più efficaci quando si vuole far emergere una soluzione creativa attraverso il lavoro di un gruppo multidisciplinare, con risorse limitate e tempi brevi. Situazioni così ce ne sono molte in Antartide, perché l’ambiente estremo ti sottopone continuamente all’imprevisto e bisogna saper agire in fretta, con la mente lucida e la capacità di rischiare.

Lei lavora con il Politecnico di Milano e grazie alla sue diverse esperienze conosce molto bene questa città che nel 2014 l’ha insignita dell’Ambrogino d’oro, civica benemerenza della città di Milano per l’impegno nell’innovazione e la ricerca. Come le sembra la situazione a Milano di chi fa innovazione in tutti i campi?
Stiamo vivendo un momento storico entusiasmante dal punto di vista dell’innovazione, oggi chiunque chi ha una buona idea ha la possibilità di realizzarla e di renderla reale. Per esempio, proprio ieri ho conosciuto la fondatrice dell’italianissima start-up che sta sfidando google come motore di ricerca. L’altro lato della medaglia è che in questo mare di possibilità la competizione è forte e fare emergere un progetto è davvero difficile, così le strutture come gli hub d’innovazione e gli incubatori d’impresa o i luoghi di co-working e le iniziative come iCODEX sono cruciali per sostenere i ragazzi che vogliono scommettere su se stessi e costruire il proprio futuro. Milano è da sempre una città molto creativa e vivace e credo che ci siano ampi spazi per sviluppare ulteriore innovazione investendo di più nelle competenze di chi supporta queste strutture, come fanno all’estero.

Parliamo delle sue spedizioni in Antartide. Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano, come si prepara a quegli ambienti estremi Chiara e come si superano le paure? Non si può non avere paura…
Chiunque abbia vissuto l’esperienza di trovarsi in pericolo di vita ed abbia reagito per mettersi in salvo, sa che nelle situazioni di emergenza non c’è spazio per la paura, più che altro si prova attenzione, mista a tensione. La paura, semmai, arriva dopo. A parte le situazioni di emergenza, in Antartide ci si trova spesso ad affrontare l’incertezza e le situazioni che cambiano a causa di qualche imprevisto che stravolge tutta la pianificazione. I progetti di ricerca da portare a termine in soli tre mesi sono molti e le risorse su cui possiamo fare affidamento sono limitate. Poi ci sono le relazioni umane e a volte i conflitti da gestire. A Concordia in particolare c’è anche il freddo (la temperatura estiva è intorno ai – 50°C) e la mancanza di ossigeno dei 4000 m di quota. Io pratico sia yoga che kung fu per allenare il mio corpo e la mia mente all’armonia e alla presenza.

Chiara pratica sia yoga che kung fu per allenare il  corpo e la mente a situazioni estreme
Chiara pratica sia yoga che kung fu per allenare il corpo e la mente a situazioni estreme

In “Cronache dai ghiacci, 90 giorni in Antartide” il racconto della sua ultima spedizione a Concordia, propone l’Antartide come metafora del business contemporaneo, caratterizzato da elevata complessità, cambiamento continuo e incertezza permanente. Ci spieghi meglio.
La società in cui viviamo è globalizzata e interconnessa, in altre parole è un sistema complesso. Quindi, che si parli di condizioni metrologiche, di crisi finanziaria, di innovazione tecnologica o di sviluppo sostenibile, sono ambiti caratterizzati dal cosiddetto effetto farfalla, per cui un battito d’ali in Brasile può creare un uragano in Texas. In altre parole viviamo in un periodo di forte instabilità ed è un mondo recente, per cui i nostri corpi e le nostre menti che sono plasmati da tempi di evoluzione molto lenti, fanno fatica ad adattarsi.
Accade la stessa cosa quando si arriva in Antartide per la prima volta, ci si trova disorientati a dover agire in situazioni di estrema incertezza. Poi, a poco a poco, aumentando la preparazione e la familiarità con l’ambiente estremo si sviluppa più resilienza e si scende a patti con la gestione dell’incertezza. In questo momento sto lavorando ad un progetto di formazione per trasferire il know how Antartico nel mondo quotidiano.

Un'altra immagine di Chiara nella terra dei ghiacci
Un’altra immagine di Chiara nella terra dei ghiacci

In Antartide si soffrirà la solitudine, anche se sono sicura che molto spesso Milano e la sua frenesia non le siano mancate affatto. Sbaglio? Magari sono proprio i ghiacci a mancarle quando si trova nella capitale meneghina. Esiste il mal d’Antartide?
I ghiacci dell’Antartide mancano a tutti quelli che li hanno vissuti. Il Mal d’Antartide esiste ed è fatto essenzialmente di nostalgia di qualcosa che non si trova da nessun’altra parte. E’ una nostalgia per l’esperienza del vuoto, del freddo, del silenzio, della vastità e della potenza della natura. Nell’incontro con questo infinito deserto di ghiaccio, isolato, immobile e bellissimo, si viene catapultati fuori da tutto quello che conosciamo e in qualche modo questo ci fa ritrovare la nostra appartenenza al pianeta terra. Uno dei motivi per cui mi sto impegnando molto per raccontare e condividere le nostre esperienze in Antartide è che spero che questo permetta ad altri di beneficiarne e di ritrovare quella connessione con il pianeta che ci siamo persi da qualche parte dai tempi della rivoluzione industriale. Quello di cui ci si accorge è che le nostre azioni individuali contano, perché modificano l’ambiente in cui viviamo, per cui se vogliamo migliorare quello che ci circonda bisogna cominciare dalle nostre scelte.

Sopravvivere a Milano. Consigli di un’esperta.
Alzarsi alle 6h30 per un allenamento leggero al parco. Qui ci si accorge non solo che l’aria può essere pulita anche a Milano ma anche che, contrariamente alle aspettative, sono già tutti svegli.

Chi è invece la Chiara del quotidiano, lontana da spedizioni estreme e complesse ricerche scientifiche. Dove va a bere e a mangiare a Milano? Ci sono dei posti del cuore dove rilassarsi?
Mi piacciono i ristoranti etnici come Aladino, dove una volta il padrone mi ha regalato una tisana di erbe siriane formidabile contro il mal di gola. Amo molto fare trekking nei dintorni della zona dei laghi o andare al mare a casa mia, in Toscana. Di Milano adoro i teatri e i locali di musica, oltre al Teatro alla Scala e al Blue Note, c’è sempre qualche spettacolo o concerto da non perdere. Per rilassarsi basta andare al parco oppure concedersi il lusso delle terme dentro la città.

Invece gli scienziati dove si vedono? Non certo nei laboratori.
Gli scienziati più bravi che conosco sono come gli artisti e difficilmente li trovi nel posto che immagini essere il più adeguato a sviluppare idee geniali.
Del resto, credo che a ognuno di noi sia capitato almeno una volta che, dopo lunghi mesi o anni passati a studiare e pensare, l’illuminazione sia arrivata all’improvviso, magari, nel momento e nel luogo più improbabili.