Sergio Ricciardone

In occasione della quindicesima edizione di Club to Club abbiamo fatto due chiacchiere con il direttore artistico del festival. Sergio, tra una partita della Juve, una cena da Scannabue e un giro per i festival europei, ha una grande voglia di progettare con la musica.

Scritto da Emanuele Zagor Treppiedi il 3 novembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Sergio Ricciardone pensa che ogni festival sia organico alla città in cui si svolge. Un’affermazione che è pane per i nostri denti, visto che raccontiamo la città attraverso gli eventi e le persone. Ci ha spiegato com’è cambiata Torino, quali sono i cicli che Club To Club ha vissuto e che, se in passato era attento alla nightlife sabauda, ora con l’internazionalizzazione del festival ha un po’ perso il polso di quello che succede di notte in città, però ci ha consigliato interi quartieri da tenere sott’occhio.
Dice che la musica elettronica e la club culture come la conosciamo oggi non hanno più ragion d’essere, perché sorprendono poco, e che – com’era una volta – bisognerebbe essere più legati ai luoghi (intesi come discoteche) che ai dj guest.
Il lavoro lo assorbe sempre e solo il calcio, mangiare e bere riescono a distoglierlo dalla musica e dalla voglia di progettare con essa.

Chi sei? Quando sei nato? Cosa fai? Perché sei qui?
Sergio Ricciardone, nato il 30 agosto del ’71 a Torino. Sono qui perché faccio l’impresario musicale.

ricciardone_battiato_vascellari
Ricciardone con Franco Battiato e Nico Vascellari

È divertente fare l’impresario musicale e occuparsi di Club To Club?
Sempre divertente non direi, sicuramente è appassionante.

Ci racconti la tua giornata?
Sveglia alle otto e mezza, colazione sabauda alle nove e mezza, (rock’n’roll) apnea dalle 10 alle 22, studio dalle 22 alle due.

Xplosiva è l’associazione culturale che porta avanti Club To Club: quando e com’è nata? E tu che ruolo hai?
Xplosiva nasce nel 2000, dopo tre anni di serate nei club. Io sono il presidente, oneri e onori. Poi ci sono un consiglio direttivo e gli associati. Dall’inizio ci siamo Bob Spallacci, Giorgio Valletta e io.

Lo staff del festival Club To Club a Torino
Lo squadrone di Club To Club 2014

Che cosa ti ha spinto a organizzare prima serate e poi il festival?
Desideravo riuscire a fare emergere un immaginario che all’epoca non esisteva in Italia, che era legato a una nuova sensibilità musicale, quella elettronica, innovativa in quegli anni.

Quest’anno Club To Club festeggia i 15 anni; come hai visto cambiare il festival? È corretto pensare ci siano stati 3 cicli di 5 anni?
Direi di sì: la prima fase è arrivata fino alle Olimpiadi, erano gli anni in cui Torino era una città laboratorio molto vivace e il festival aveva una dimensione prettamente locale. Poi c’è stata una seconda fase post-olimpiadi, in cui Club To Club ha iniziato a crescere e ad assumere una fisionomia sempre più nazionale. Dal 2010, a mio avviso il vero anno del cambiamento, il festival ha cominciato a ragionare in grande pensando a una dimensione internazionale. Credo siamo già entrati nella quarta fase, inaugurata l’anno scorso con il concerto di Franco Battiato, in cui abbiamo iniziato a giocarcela con festival decisamente più grossi di noi, quindi oltre a un richiamo internazionale anche una programmazione in linea con i grandi festival europei.

Franco Battiato in concerto al festival Club To Club di Torino
Franco Battiato sul main stage di #C2C14

C’entrano il concetto di avant-pop e lo strizzare l’occhio a quei nomi che possano rientrare anche in un festival più “popolare”, appunto?
Ritengo che la fase in cui si ragionava per modelli classici, quella in cui c’erano la musica elettronica, l’indie e gli altri generi musicali, sia finita. Siamo in un momento storico in cui tutto è molto veloce, i fenomeni vengono creati senza pensare a queste categorie. Da qui, tenuto conto che il festival propone artisti completamente diversi fra loro, il minimo comune denominatore nella scelta è che siano artisti che uniscono la ricerca e l’avanguardia a una sensibilità più pop. Tutto ciò non è per forza riconducibile a una musica di nicchia o underground, dal momento che l’underground stesso può essere underground per un periodo e poi diventare pop.

Abbiamo parlato un po’ di cambiamenti del festival; ci racconti invece com’è cambiata Torino dagli anni 90 a oggi?
Negli anni 90 Torino ha vissuto un momento incredibile: la città si risvegliava da un torpore durato parecchio tempo, diventando una città che amava sperimentare. Con le Olimpiadi, Torino è arrivata allo zenith della sua possibilità di crescita e negli anni immediatamente successivi c’è stato quel classico riflusso che succede in città le quali, come la nostra, vivono fasi altalenanti. Credo oggi a Torino ci siano le premesse perché possa tornare nel novero delle capitali creative italiane.

E il fatto che ci sia stata un po’ meno spinta non potrebbe essere uno dei motivi che ha permesso al festival di fare il grosso salto di visibilità? Banalmente: c’era molta meno offerta e quindi tutti gli occhi erano su Torino durante Club To Club…
Mi viene da citare il buon Andrea Lissoni che, in una delle edizioni del festival della seconda fase , scrisse un bellissimo articolo per il nostro paper in cui raccontava che cos’è un festival e come ogni festival sia organico alla città in cui si svolge. La fatica nell’ottenere una spinta da parte della città sotto l’aspetto della creatività è stata sicuramente un limite per noi, tant’è che negli anni abbiamo iniziato sempre più ad attrarre pubblico da fuori Torino e dall’estero. Adesso mi sembra che i segnali siano tali per cui la città e il festival possano andare un po’ a braccetto e questa è la mia speranza.

Piero Fassino con Sergio Ricciardone e Roberto Spallacci
Sergione e Bob Spallacci che con espessione compiaciuta accolgono al Teatro Carignano il sindaco Piero Fassino

Ecco, visto che hai introdotto il tema della città: quali sono stati i locali che hai frequentato e che frequenti tutt’oggi?
Non parlerei di locali o club, quanto di persone che fanno delle cose a mio avviso creative, e mi sembra ci sia più fermento oggi rispetto a qualche anno fa.

Vuoi farci qualche nome?
Gli artisti musicali che vivono a Torino, che io ritengo più interessanti e che stanno sperimentando, da Vaghe Stelle a Gang of Ducks, passando per Stump Valley. Ci sono parecchi artisti di The Italian New Wave che producono musica con un riscontro internazionale.

 

Mi viene quindi da pensare che tutte le realtà che propongono il suono di questi artisti siano quelle che tu reputi interessanti.
Ti dico la verità: non ho più molto il polso di quello che succede nella vita notturna torinese, quindi faccio un po’ fatica a rispondere alla tua domanda. Il mio lavoro mi porta ad avere un totale focus su quello che faccio 24 ore su 24, per cui non so dirti quali siano i segnali della città o la sua scena. Su questo aspetto è più ferrato il mio gruppo di lavoro: Guido, Davide, Elisa. Come dicevo prima, quello che capto è un’evidente rinascita culturale. È molto positivo il fatto che la vicina Milano sia diventata molto più creativa di qualche anno fa, vuoi anche per la giunta politica, e questo a mio avviso ha innescato un meccanismo virtuoso anche a Torino.

Hai detto che il tuo lavoro ti assorbe sempre; ci racconti come funziona? Immagino sia parecchio trasversale.
Mi occupo della programmazione artistica con Guido Savini, che è il mio assistente, supervisiono la comunicazione insieme con Davide Amici e sono la persona responsabile del rapporto con i partner e le istituzioni.
Diciamo che quello che stiamo cercando di fare come associazione culturale che realizza Club To Club, ma anche altri progetti, è di consolidare una scena e una ricerca molto legata all’avanguardia del pop.

Vuoi già raccontarci qualche nuovo progetto?
Penso che il festival racconti bene quello che stiamo progettando. Se si guarda con attenzione cosa succede dentro il festival, dal progetto The Italian New Wave quest’anno in sinergia con Red Bull Music Academy, alla festa di quartiere a San Salvario la domenica pomeriggio realizzata con Carlsberg, passando per l’Absolut Symposium – ovvero trasformare un hotel in un hub -, si capisce cosa facciamo e quali sono i nostri orientamenti. Preferirei non svelare nulla di quello che stiamo progettando per il 2016 per non distogliere l’attenzione dal festival.

Oltre a San Salvario, che in questi anni è stata una delle zone più calde di Torino, sai dirci se ci sono quartieri con una vitalità particolare?
È appena uscito un articolo molto interessante su «Monocle» che parla del Regio Parco e spiega bene anche il nuovo orientamento di quel distretto. La zona di Vanchiglia è diventata molto interessante dal punto di vista della proposta musicale e dei locali, e poi auspico una rinascita dei Murazzi a breve. I Murazzi erano un vero avamposto per l’offerta, capace di unire persone diverse. C’è stata una finta sostituzione dei Murazzi con San Salvario, ma i risultati sono discutibili. San Salvario è interessante per il melting pot di cose che accadono, ma tra queste ce ne sono alcune parecchio deludenti che hanno a che fare più con il concetto di “movida” passiva che con l’intrattenimento culturale.

E invece che cosa mi dici dell’esoterismo di Torino?
Mi interessa molto. Torino è una di quelle città dove davvero avverti un’energia diversa da tutte le altre. Penso sia riconducibile a qualche forza sconosciuta. Poi è anche la città dove sono nato, quindi c’è sempre un cordone ombelicale.

A Torino potreste sparire e nessuno saprebbe perché, magia bianca o magia nera?
A Torino potreste sparire e nessuno saprebbe perché, magia bianca o magia nera?

 

E invece che cosa mi sai dire delle altre città dove organizzate le preview, quali sono stati i motivi per cui sceglievate di farle a Milano, piuttosto che a Londra o Roma?
Guardando l’Italia, dal mio punto di vista Milano e Torino sono città complementari e la cosa che mi interessa è legarle sempre di più dal punto di vista della progettazione. In un mondo ideale mi piacerebbe vederle interconnesse da treni notturni, che spostano la gente da una parte all’altra facendola ballare.
Club To Club, però, può esistere solo a Torino, per una serie di motivi che risiede nella storia del festival.

Ricordo che Bob Spallacci aveva un progetto simile ai tempi in cui la Riviera Romagnola pullulava di club ed eventi.
Certo, è stato fra i primi a inventarsi un treno con la gente che ballava nei vagoni.

house train

E per quanto riguarda le città straniere?
Abbiamo lavorato su Istanbul per 4/5 anni, ma adesso c’è un momento di riflessione perché la situazione politica non è delle migliori. Mi interessa continuare a lavorare su Londra, e portare all’estero il discorso che facciamo in Italia, soprattutto con il progetto di The Italian New Wave.

Com’è nata l’idea di fare Club To Club a Istanbul?
Ho avuto la fortuna di conoscere Baris di Zero Istanbul con cui mi sono trovato in sintonia sulla visione della città: abbiamo provato insieme a immaginare cose che non esistevano. Poi io sono un amante del Mediterraneo, quindi se potessi scegliere dove fare la mia progettazione nei prossimi anni mi piacerebbe lavorare a Lisbona, o in Grecia, insistere sulla Turchia o nel Sud Italia.

Alcuni nomi e la mappa con i locali di Club to Club Istanbul
Alcuni nomi e la mappa con i locali di Club to Club Istanbul

 

Un Club To Club estivo?
No, non necessariamente.

E invece di Milano cosa preferisci?
Milano è una città fantastica, come dicevo prima, complementare a Torino: la città sabauda è in qualche modo laboratorio, Milano è invece il posto in cui, se hai un’idea che funziona, la puoi far risplendere.

A Milano avete collaborato con Buka o con il Dude, anche per la città meneghina vale lo stesso discorso di prima: ovvero che non sono i club o i locali che rendono grande la città, ma le persone.
Buka è un progetto fantastico e riconosco nei suoi autori una grande capacità di visione: il progetto all’ex CGD non aveva eguali in quel momento a Milano, era realmente innovativo per la città e per l’Italia. In questo momento non sono molto affascinato dai club, spesso non mi sorprendono e funzionano in maniera ripetitiva in base alla programmazione musicale. La musica elettronica e la club culture come le conosciamo non hanno più senso d’essere.

O One Circle alla preview di Club to Clube 2013 nella Buka c/o ex casa discografica CGD
O One Circle alla preview di Club to Clube 2013 nella Buka c/o ex casa discografica CGD

 

Non pensi che più eventi-one night e meno club potrebbero essere una cosa che va a discapito dei festival? Io vedevo i festival come la massima realizzazione di una vita passata nei club.
Sono assolutamente d’accordo con te e infatti, come ha detto anche Georgia Taglietti all’incontro che abbiamo fatto a Linecheck: i club hanno difficoltà, e la concezione di club inteso in maniera originaria, in cui si andava fuori da alcune dinamiche, dove alcune convenzioni non esistevano e c’era una serie di linguaggi differenti, si è uniformata troppo.
Se si pensa all’Italia ci sono state esperienze incredibili, lo stesso Cocoricò, tanto bistrattato, con l’esperimento del Morphine è stato avanguardia. Per me il club è quel luogo che mi deve stupire, dove chi suona è importante ma non quanto il posto in cui suona.

Ci sono festival in Italia o all’estero ai quali guardi con attenzione?
Ce ne sono parecchi di festival che guardo, studio, cerco di frequentare e da cui traggo ispirazione. In Italia potrei citare Terraforma, che è un format diverso dal nostro e che ritengo molto interessante. All’estero mi vengono in mente Unsound o Mutek Messico. Ovviamente cerco di imparare anche dai grandi festival come Pitchfork Paris, Sónar o Primavera Sound. Occupandomi del mio, è naturale per me frequentare più i festival che i club.

Il Sónar per te potrebbe essere il modello cui ambire con Club To Club?
No, sarebbe un errore sopravvalutare o sottovalutare la città in cui siamo. Il Sónar accade a Barcellona perché lì ci sono le condizioni e si creano delle economie di scala che permettono al festival di esistere. Faccio un po’ fatica a immaginarmi il Sónar fuori da Barcellona, forse perché non l’ho vissuto veramente. Tra le edizioni satellite, mi sarebbe interessato molto andare a quella di Reykjavik, per vedere quello che succedeva in questo edificio clamoroso che si chiama Arpa.
Tornando alla domanda, per me i modelli sono diversi: sicuramente non ambiamo a diventare così grandi. Noi rimaniamo un “boutique festival” – il termine non è dei migliori – di cui però mi piacerebbe migliorare sempre di più l’esperienza delle persone; questa per me è la cosa più interessante, insieme all’unire avanguardia e ricerca a una nuova idea di pop.

Qual è secondo te uno degli aspetti fondamentali per un festival, cosa fa realmente la differenza?
Credo che nel nostro caso la migliore programmazione musicale per quelle che sono le nostre linee guida – quindi invitare certi artisti musicali e averli tutti insieme -, con l’esperienza legata ai luoghi, sia fondamentale: cercare di unire l’esperienza musicale in teatri aulici a quella in padiglioni post-industriali o quartieri della città, cercando così di dar vita a qualcosa che non c’era prima. Infine la cosa più importante è in assoluto il pubblico e la qualità del pubblico, e fare in modo che sia interessato a quello che sta vivendo.

Ci descrivi il pubblico di Club To Club?
È un pubblico incredibile, che si aspetta molto ed è molto attento. È il migliore che potrei desiderare: lo scorso anno la sensazione che avevo stando al festival è che avrei voluto conoscere tante delle persone che erano lì e parlare con loro.

La folla al Lingotto lo scorso anno per il Gran Finale
La folla al Lingotto lo scorso anno per il Gran Finale

 

Se non fossi un promoter cosa faresti nella vita?
Lo psicologo, perché ho capito che il mio lavoro è fatto anche di molta psicologia.

Parlando un po’ delle tue passioni, come la vedi la Juve quest’anno?
Domenica c’è Empoli – Juve e sicuramente vinceremo, vedo una grande risalita della Juventus che secondo me vincerà di nuovo lo scudetto. Il calcio per me è realmente una di quelle cose che mi permettono di avere un distacco dal mio lavoro e fa parte della mia quotidianità: mi permette di vedere un altro mondo e se vuoi anche di rilassarmi.

Oltre allo stadio ci sono altri luoghi di Torino che ti permettono di svagarti?

Invecchiando la cosa che mi interessa di più, a prescindere dalla passione per il lavoro che mi spinge a tenermi aggiornato sulla musica e su tutto quello che la circonda, è mangiare e bere bene.

Quindi, dopo i suggerimenti di Bob Spallacci aka Bobadvisor, consigliaci alcuni posti dove andare a mangiare e a bere durante Club to Club.
Come posti dove bere io consiglio due posti che sono entrambi a San Salvario: La Cuite e l’altro è il DDR. Come ristoranti assolutamente Scannabue e questo nuovo posto che si chiama il Banco.

E il tuo piatto preferito?
In questa stagione sicuramente i tagliolini con i funghi porcini, anzi il risotto con i funghi porcini.

La cosa più matta che hai fatto nella vita?
Fare Club to Club.

Chiudendo: chi è il tuo eroe e perché proprio lui.
Il mio eroe è Franco Battiato perché musicalmente è tutto quello che io cerco nella musica.

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