Francesco Maria Colombo

Il 10 giugno, nella capitale della Food Valley, inaugura Gli ori di Parma, mostra fotografica dedicata all'industria del cibo. Ne abbiamo chiacchierato con l'autore. E siamo finiti a parlare dell'infinito. E oltre...

Scritto da Corrado Beldì il 7 giugno 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

In concerto. Foto di Paolo Dalprato

Foto di Paolo Dalprato

Almeno in apparenza, Francesco Maria Colombo è quanto di più lontano si possa immaginare dai lettori di ZERO. Direttore d’orchestra e fotografo, reduce da una serie di grandi concerti per Expo, inaugura l’11 giugno a Palazzo Pigorini a Parma, la mostra monografica Gli ori di Parma. L’industria, il cibo, il lavoro, una mostra in cui ci sarà moltissima carne. Nonostante questo suo viaggio molto attuale nelle aziende della Food Valley italiana, il nostro sembra avere lo sguardo costantemente rivolto al passato. Eppure ogni cosa è specchio di un’altra e tutto questo passatismo alla fine riflette una Milano vissuta intensamente. Insomma, quel che poteva sembrare un chiedi alla polvere ci regala, all’opposto, un fiume in piena vitalità.

Francesco Maria Colombo fotografo
Francesco Maria Colombo e la sua macchina. Foto di Monica Silva

ZERO – Iniziamo ordinando una buona bottiglia di vino rosso, che te ne pare?
Francesco Maria Colombo – Siamo davanti a un ragù alla napoletana, proverei volentieri un vino campano. Castello delle Femmine, Terre del Volturno.

Stavi pensando a Paolo Isotta?
Parleremo anche di lui, ma devo farti una premessa.

Anch’io devo fartene una. Prenderò solo qualche appunto: non sopporto l’idea di registrare le interviste.
Era così anche per Truman Capote. Andò in Giappone a intervistare Marlon Brando che stava girando Sayonara, passarono la serata insieme. La notte, a Kyoto, trascrisse tutto dalla memoria e ne uscì uno dei ritratti più meravigliosi e spietati mai scritti.

Truman Capote_Marlon Brando

La tua premessa

Vorrei non rovinarti l’intervista parlando della mia infanzia e adolescenza: non sono stati anni felici. Ora sono in uno stato di felicità permanente, ma rispetto a quegli anni di solitudine vorrei fare un gesto di rimozione, almeno qui.

A che cosa sono serviti quegli anni?

In quella solitudine ebbi una formazione culturale molto ampia; studiavo, viaggiavo, mi confrontavo con i linguaggi contemporanei, facevo quello che faccio ora, ma ero del tutto infelice. Certo, in quegli anni ho studiato molto: quando venne annunciato il Lohengrin per l’apertura della Scala, nel 1981, mi misi a imparare il tedesco per capire il testo di Wagner.

Quando sei diventato felice?

Il 30 marzo 1991. Quel giorno si sono create le condizioni per una felicità senza misura, che mi accompagna da allora. Una felicità che ha un nome, un volto, una presenza.

Francesco Maria Colombo_1975

Critico musicale, direttore d’orchestra, fotografo, conduttore televisivo. Definirti è davvero impossibile: che cosa scriveresti sul biglietto da visita?

Non ho mai avuto un biglietto da visita. Sulla carta d’identità c’è scritto musicista ed è quello che di certo mi sta più a cuore. Il vero problema è fiscale: poiché il mio reddito proviene da quattro fonti così diverse, il mio consulente deve essere molto paziente.

Parliamo della fotografia: stai per inaugurare una mostra molto carnale.

Sono passato dal fotografare premi Nobel e artisti celeberrimi, tema del mio penultimo libro (Sguardi privati. Sessanta ritratti italiani, pubblicato da Skira), a sporcarmi le mani divertendomi moltissimo, fotografando le industrie alimentari per l’Università di Parma. C’è molta carne, ci sono culatelli e prosciutti, parmigiani e, più inaspettati, pomodori, acciughe, liquori, gelati. Teoricamente è una mostra che racconta il processo produttivo del cibo, in realtà sono 120 fotografie stipate di citazioni dalle avanguardie informali, con molti ritratti di chi lavora, il protagonista occulto dell’impresa quotidiana di trasformare in cibo la natura, un’impresa che coinvolge la grande industria come l’artigianato piccolissimo, e che il nostro immaginario collettivo ha rimosso. La mostra dura fino all’autunno prossimo, e Skira pubblica il catalogo.

Francesco Maria Colombo_Libro

Qual è la prima foto che hai visto?

Bella domanda. Sto scrivendo un saggio sulla fotografia e lo voglio scrivere molto lentamente. Cos’è per me l’esperienza della fotografia? Ricordo da bambino quando mi portarono in un cimitero nel comasco. C’erano le lapidi con i ritratti in porcellana dei nostri morti. Sono state le prime immagini che ho riconosciuto come fotografia e non altro. Chi guarda una fotografia è sopravvissuto a quello scatto. Il mezzo fotografico ha uno strettissimo legame con il tempo e impone, come diceva Roland Barthes, «quella cosa vagamente spaventosa che c’è in ogni fotografia: il ritorno del morto».

Mi parli di una fotografia che ami particolarmente?

Le fotografie degli amanti di Brassaï. C’è sempre la sensazione che quegli amanti si stiano abbracciando per l’ultima volta.

C’è una foto che avresti voluto scattare?

Esiste! Una foto di Jacques Henri Lartigue scattata sul lungomare di Nizza nel 1952. Alcune persone camminano sotto la pioggia e c’è un fortissimo vento. Una foto percorsa da un ritmo vitalissimo e quasi disperato: vedi palpitare la vita e tutta la sua transitorietà.

Nizza_Lartigue

Parliamo dell’immagine in movimento, dunque. C’è un film in cui avresti voluto vivere?

Madame de… di Max Ophüls è il film amo più di ogni altro. Ophüls si chiamava in realtà Oppenheimer, ma scelse uno pseudonimo per non imbarazzare il padre e le stesse iniziali per non dover cambiare le cifre sulle camicie. Il film racconta la storia di due orecchini che passano di mano in mano. È indimenticabile e sublime la scena del valzer con la macchina da presa che indugia su una coppia che balla, senza fermarsi da una sera all’altra. Lui è Vittorio De Sica, lei è Danielle Darrieux.

Incontro, seduzione, abbandono. In un salone i cui l’orchestra si assottiglia e le candele vengono spente una dopo l’altra, i due continuano a ballare, soli, mentre la musica svanisce lentamente…

Madame de...

Qualche giorno fa hai citato il 27 gennaio 1756, la nascita di Mozart, come il giorno più importante della storia dell’umanità 

Mozart è quanto di più importante sia accaduto nella storia dell’umanità. Senza di lui questo mondo non meriterebbe di essere vissuto. Da questo punto di vista sono un credente, monoteista e praticante. Come dice Javier Bardem, «Non credo in Dio, ma credo in Al Pacino». Ecco, io in Mozart.

La musica è il sottofondo di ogni tua attività?

No, è un amore costante, ma lo tradisco volentieri con altre amanti, la scrittura, la fotografia, il fare televisione. D’altra parte la musica è solo una delle rappresentazioni del grande mistero che ci riguarda, la natura effimera della vita. Non esiste prima e svanisce con il suo apparire.

Francesco Maria Colomb_tv
Durante una registrazione. Foto di Elio Di Pace

Ci metti molta sacralità…

Non è del tutto vero: come diceva Leonard Bernstein, «la musica ha una componente sporty», la devi vivere e quel che succede, succede. Non per nulla, dirigere un’orchestra è quanto di più adrenalinico io abbia provato. Certamente molto più della scrittura, che d’altra parte io amo e per molti anni mi ha dato da vivere.

Quanto ti manca la critica musicale?

Ho scritto per vent’anni, dal 1981,  quando avevo 16 anni, al 2001. Il mio primo caporedattore fu Alessandro Sallusti sull’”Ordine” di Como, poi l’ho ritrovato al “Corriere della Sera”. Primi anni Ottanta, altri tempi, altri shampoo.

C’è chi dice tu sia il migliore critico musicale in Italia. Non hai mai pensato a un ritorno?

Già dato! E poi devo dirti: come si misura l’importanza? Dal seguito sui giornali? Chi più li legge? Oggi la figura di musicista e critico che mi interessa molto è quella rappresentata da Luca Ciammarughi. Dove scrive Luca? Sul web, sul suo profilo Facebook, dove può avere un enorme grado di libertà e anche molti lettori.

Insomma, i giornali sono morti…

Ho alcuni ottimi amici che continuano a scrivere. C’è chi lamenta che la critica non abbia abbastanza spazio. In realtà sono i critici stessi ad averla distrutta, perché molti di loro mangiano alla stessa mensa dei teatri e dunque la loro credibilità è pari a zero.

C’è un ex collega cui sei particolarmente affezionato?

Ho un grande debito con Paolo Isotta: quando ero un ragazzino e non conoscevo nessuno ha apprezzato la mia scrittura, mi ha incoraggiato e aperto la mente, spingendomi alla verifica delle cose in autonomia. Quanti anni insieme! Peccato che a un certo punto mi abbia espunto dalla lista dei suoi amici. Le persone geniali sono le più imperscrutabili.

Avete girato i teatri di mezzo mondo insieme

Erano altri tempi e questo è il principale motivo per cui la critica non mi interessa più. Allora i critici viaggiavano con mezzi che oggi sono impensabili: aerei, alberghi, cene. In teatro ci stendevano il tappeto rosso. Un articolo poteva cambiare una carriera. Ricordo un viaggio a San Francisco nel 1998 per la première di A Streetcar Named Desire di André Previn, da Tennessee Williams. C’erano meravigliose coppie di afroamericani gay con smoking oro e signore vestite con maschere atzeche. L’ufficio stampa chiese a Paolo Isotta: «Is it your first time in San Francisco?». Paolino, con meraviglioso accento napoletano rispose: «It’s my first time outside Naples».

I tuoi racconti sono senza dubbio molto letterari. C’è una pagina di un libro nella quale avresti voluto vivere?

Torniamo a Capote e in particolare alla scena in cui lui e Marilyn Monroe fuggono dal funerale di Constance Collier, arrivano a Battery Park e lei è una novella Galatea che gli addita il mare e, forse, un mondo ancora vivibile. Ti dirò di più: amo qualunque libro ambientato a Manhattan. Più naturalmente la grande letteratura francese e russa dell’Ottocento, e le Memorie di Giacomo Casanova, il libro più divertente mai scritto.

Capote_Marilyn_Monroe

Hai conosciuto alcuni tra i più grandi direttori di orchestra. Quali sono quelli che ami di più?

Del passato certamente Karajan, Bernstein, Solti, Kleiber e Giulini. Sono un privilegiato, perché li ho conosciuti tutti. Personalmente. Del presente amo enormemente due direttori molto diversi fra loro: Bernard Haitink per la profondità e l’altezza spirituale e Yuri Temirkanov per la follia e le illuminazioni. Poi c’è Iván Fischer con la sua meravigliosa Budapest Festival Orchestra. Più Georges Prêtre, che è fuori concorso. Direi che possono bastare.

Nella tua trasmissione Papillons, su Sky Classica HD, non parli solo di musica

Certo che no! La trasmissione funziona bene proprio perché parlo di cose disparate e piuttosto uniche: fili rossi tra musica, arte, letteratura, poesia, cinema. Se parlo di farfalle passo da Schumann a Nabokov, da Nabokov a Brassens, da Brassens a una serie di mie fotografie. Suono, racconto, illustro. Il grande vantaggio è che dura solo 10 minuti. La prossima puntata sarà su Madame du Barry; partirò preparando un cocktail a lei dedicato, per arrivare a Cole Porter, un altro dei miei grandi amori.

https://vimeo.com/78159846

 

Quale è il cocktail più indimenticabile della tua vita?

Non è un cocktail, ma un intero ciclo di cocktail che mi ha permesso di conoscere Corrado Beldì. Avvenne durante un Ring di Richard Wagner diretto da Daniel Barenboim alla Scala. Ora, poiché durante durante un Ring ci sono almeno sei intervalli, quattro aperitivi e quattro drink a fine spettacolo, abbiamo avuto davvero occasione di conoscerci bene. I drink, sempre perfetti, erano quelli di Tommaso Cecca del Café Trussardi. È stato bello conoscerci bevendo. Ripensandoci, non poteva accadere diversamente.

Quali sono i tuoi cocktail preferiti?

Dovrei risponderti quelli che ho bevuto a Chicago fra l’85 e il ‘90. Sono comunque alla costante ricerca dei grandi classici. Detesto i drink dolciastri emersi a fine millennio a Manhattan, quelli di Sex and the City per intenderci. Certo, leggere la tua guida ai cocktail di New York mi ha fatto capire che qualcosa è cambiato: è bello sapere che c’è un ritorno ai grandi classici secchi.

Che bar frequenti a Milano?

Per il breakfast la Caffetteria Leonardo in via Saffi: fanno brioche straordinarie e ci lavorano dei bravissimi e simpatici ragazzi dello Sri Lanka.

Per la sera, invece?

Esco quasi ogni sera e prediligo i locali dove poter fare conversazione. Per questo ci vogliono divani larghi come quelli di Bamboo Bar dell’Hotel Armani o del Lounge Bulgari. Il grado di secchezza del Martini, la temperatura e la qualità del gin sono ciò che fa un grande barman. Amo il Barr Hill, un gin straordinario prodotto nel Vermont, che purtroppo in Italia non si trova. Ottima anche l’enoteca di Peck e certamente mi piacciono i drink del Dry: buoni ma piccoli.

Barr Hill

Come scegli un ristorante?

Ci sono tre tipi di cene e quindi tre criteri: se vado con amici, quindi con gruppi numerosi, lascio che a scegliere siano gli altri. Ultimamente sono stato da Al Porto, da The Boidem, alla Terrazza Triennale, alla Saketeca Go, da Carlo e Camilla in Segheria. Se invece scelgo l’hardcore vado con qualche amico fidato e capace di condividere il mio lato carnivoro. Chi mi definisce un esteta, sbagliando di grosso, dovrebbe vedermi tuffarmi nel brasato, nella coda, nelle guance del maiale, e per esempio nella trippa che fanno alla trattoria Trippa o nello stinco che fanno alla Cucina del Toro. Infine io amo soprattutto le cene a due con le mie amiche, e ancora una volta è fondamentale poter conversare in pace. In questo caso mi piacciono molto la calma e la cucina di Innocenti Evasioni, di Berton, dove però il menu cambia troppo raramente, di Contraste, dove il servizio però è un po’ troppo zelante, di Unico anche se il building è un po’ spettrale. Mi piace molto anche Alice, ma i tavoli sono davvero troppo grandi per conoscersi, per parlare, per capirsi.

Chi sono i tuoi amici?

In realtà io ho quasi solo amiche.

Che cosa leggi?

Da quando Philip Roth ha deciso di non scrivere più, leggo pochissimo letteratura contemporanea. In gran segreto coltivo la perversione dei giallisti scandinavi. Ma poi torno sempre a Flaubert, Maupassant, Proust.

Quali sono i tuoi film preferiti?

Vedo circa 300 film all’anno. Ultimamente mi è piaciuto molto Nie yin niang (The Assassin) del regista cinese Hou Hsiao-hsien.

The Assassin

Italiani?

Italiani? Oggi?

Come rispondi a chi ti accusa di essere un passatista?

Non è esattamente così. Ascolto, e qualche volta dirigo, musica contemporanea. Vado alle mostre di arte contemporanea, a Kassel, a Basilea, a Venezia, a Parigi per Paris Photo. Amo alla follia fotografi contemporanei come Sally Mann o Alberto García-Alix. Certo che se al Guggenheim mi trovo l’esposizione di Maurizio Cattelan, allungo il passo fino ai Vermeer della Frick Collection.

Vai a ballare?

Detesto le discoteche! Come Nabokov, penso che chi va in discoteca non può aprire le pagine di Lolita.

Che cosa detesti particolarmente?

La musica nei luoghi pubblici. Va eliminata. Perché se vado in banca a chiedere un mutuo devo sentirmi in sottofondo la voce di Eros Ramazzotti? Siamo la civiltà di Voltaire, di Buñuel, di Rubens: non di Bocelli in sottofondo.

Francesco Maria Colombo_grinta
In concerto a Kiev nel 2014

Quali sono le tue piccole ribellioni?

Legate alla domanda precedente: chiamare il servizio 8585, chiedere un taxi e raccomandarmi che mandino una macchina con la radio spenta. Ecco, vorrei fare una petizione per chiedere che tutti i tassisti spengano la radio. Ormai mi conoscono molto bene: «Ah, lei è quello della radio spenta?»

Quest’estate per EXPO hai diretto 14 concerti di compositori di 14 nazionalità diverse.

Moltissimi brani mai sentiti da nessuno prima. Nemmeno da me, per la verità. D’altra parte ho seguito il suggerimento di Gianandrea Gavazzeni: «Non eseguire Beethoven», e ho scoperto compositori davvero curiosi. Certo, è stato un caso più unico che raro: di solito, quando dirigo all’estero e mi capita soprattutto in America del Nord e del Sud, prediligo in particolare il repertorio d’opera italiano.

Quale è un grande piacere per Francesco Maria Colombo?

Fare esattamente il lavoro, o i lavori, che mi piacciono. Affrontare un’orchestra nuova, incontrare un personaggio per ritrarlo. Non sono un solitario, amo stare con gli altri, ma anche leggere Balzac di notte, nel silenzio. Viaggiare e un piacere immenso, «il più personale dei piaceri» come diceva Vita Sackville-West: e avendo vissuto per anni negli alberghi ho imparato che un grande albergo si misura non dalle fontane nell’atrio, ma da un accappatoio con la cintura già inserita nei passanti. Capote diceva che una grande cena si distingue dai piselli bolliti che servono come contorno. Il mio problema è che mi piace davvero tutto, da Lino Banfi a Lars von Trier.

Che cosa ti dà la massima gioia?

La gioia più intensa è senza dubbio legata alla vita affettiva: dopo 25 anni insieme, mi capita ancora di far scattare la segreteria telefonica della donna amata solo per ascoltare la sua voce. Ogni singola volta che la vedo mi si straccia dentro qualcosa: un’eruzione di felicità che non ha nome.

Che cosa detesti?

Detesto due cose: il clericalismo e ancor di più l’anticlericalismo. Soprattutto, detesto chi tratta con sufficienza una questione, la fede, con la quale si sono misurati così tanti uomini straordinari, da Omero a Dostoevskij.

Eppure, tu non esiti a criticare in modo feroce la Chiesa

Certamente: soprattutto quando vuole decidere quello che devono fare gli altri. Più o meno proibiscono tutto quello che a me piace. Ammetto comunque di essere contraddittorio: sono figlio di un imprenditore dell’ubertosa Brianza, sono cresciuto leggendo i classici della destra, Friedrich Nietzsche, Julius Evola, José Ortega y Gasset. E ho votato Rifondazione Comunista. Oggi propendo per le porcellane di Meissen.

Che cosa pensi di Milano?

Penso che sia una città fantastica. Ho vissuto per lunghi periodi a New York negli anni Novanta, ma qui succedono tantissime cose e Milano è diventata la città più viva d’Europa. La Torre Isozaki è bellissima, l’ho vista ergersi dalla mia finestra. Certo, da quando è apparsa la scritta “Allianz” chiudo le tende più spesso. Milano offre una bellezza nascosta e segreta, ma anche tante mostre d’arte, di fotografia e fantastici concerti.

Che cosa pensi, invece, dei milanesi?

Preferisco parlare delle milanesi e citare un libro di Giuseppe Marotta intitolato Le milanesi, un vero canto d’amore. Ma per capire una certa Milano bisogna tornare a un film dimenticato di Vittorio Caprioli, Scusi, facciamo l’amore?. Franca Valeri dice solo una battuta, la frase finale: «A Milano, i soldi sposano i soldi».

Scusi facciamo l'amore

Quali sono gli angoli di Milano che ti piacciono di più?

Sono molti e facilmente raggiungibili, perché Milano è una piccola città, che si gira tranquillamente a piedi. Ci sono chiese sublimi e ancora troppo note. Tutti vanno a vedere il Cenacolo, ma chi va a vedere San Satiro o Sant’Eustorgio? Non amo invece frequentare i Navigli e le periferie, che in effetti sono più interessanti a Bucarest. Ma non posso negare che Roma, dove sono stato concepito, sia più bella. Le altre città del cuore sono New York, Rio de Janeiro e San Pietroburgo.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sto scrivendo un libro su Pierre Louÿs e sul suo rapporto con Marie de Régnier, entrambi poeti, entrambi erotomani. Lei è stata la donna più bella, più porca e più affascinante di tutti i tempi. Non mi rassegno a non averla avuta come amante.

Marie de Régnier
Marie de Régnier in uno scatto di Pierre Louys

Visto che le nostre interviste sono sempre legate a fatti di attualità, quali sono i tuoi progetti per le prossime settimana?

Prendere la Transiberiana.