esterni

Oggi inaugura Base. Abbiamo chiacchierato con una delle entità che lo gestiscono e che da poco ha spento due decenni di candeline

Scritto da Lucia Tozzi il 11 dicembre 2015
Aggiornato il 23 gennaio 2017

L’evento del giorno – dell’anno, dice qualcuno – è l’inaugurazione di Base. Dalle 19 a oltranza si festeggerà la rinascita degli spazi dell’ex Ansaldo. Fra le entità che lo animeranno, c’è esterni. Che avevamo intervistato, poco tempo fa, in occasione del loro ventennale. Riproponiamo qui la chiacchierata paro paro.

In onore del ventennale esterni ha ricevuto persino l’Ambrogino d’oro. E per documentare l’incredibile vita di un gruppetto di studenti appassionati di spazio pubblico che si è trasformato in un’impresa culturale in grado di gestire spazi complessi e folle immense è nato un libro monumentale, più somigliante a una bibbia che a una mappa: Milano, la città di esterni, dal 1995. 400 pagine, 850 fotografie che descrivono 1000 cose fatte, con una media secca di 50 all’anno.

La cover del libro di Esterni
La cover del libro di Esterni

All’inizio erano l’Associazione Culturale Aprile, e cominciarono organizzando picnic urbani, drink in tram, bar itineranti sul naviglio della Martesana, container, carretti, feste nei tunnel, festival sotto i ponti, riusi temporanei di caselli daziari abbandonati. In meno di dieci anni hanno ottenuto location come Piazza Cadorna e Parco Sempione, Villa Necchi Campiglio e il Piccolo Teatro Strehler,

L'indice del libro
L’indice del libro

E se l’andamento tematico del libro rende difficile ricostruire la cronologia e l’evoluzione di quelle piccole iniziative in megaeventi da centomila presenze come il Milano Film Festival, sfogliandolo si individuano subito i punti cardinali di esterni, come Gentucca Bini per la moda e il sublime Ugo La Pietra (e chi altri, se no?) per il design. E si nota come la dimensione politica dall’appropriazione dello spazio pubblico sfumi in toni sempre più leggeri a vantaggio dell’istituzione, anche se aveva dato luogo nel 2006 a una lista civica fatta di 46 candidati sindaco. La sfilata di testimonial (un po’ in stile Giorgio Armani) che dedica un pensiero a esterni nelle pagine finali dà una pur pallidissima idea dell’estensione della rete costruita da questi operosi ragni tessitori, mentre quell’elenco del telefono contenuto nel capitolo “autori” (in cui compare praticamente un’intera generazione di milanesi più una serie di outsider) fornisce la dimensione del lavoro compiuto meglio di qualsiasi altro dato. E senza nulla togliere alla loro mirabolante attività, forse la cosa più emozionante del libro è rivedere nelle foto una serie di spazi, belli e brutti, come apparivano prima del restyling di EXPO.

Public Design Festival nel Tunnel sotto i binari della Stazione Centrale, 2005. Foto Laila Pozzo
Public Design Festival nel Tunnel sotto i binari della Stazione Centrale, 2005. Foto Laila Pozzo

In nome del comune interesse per la città e la gente che la vive, e dei 20 anni compiuti quasi insieme, Zero ha rivolto una rapidissima serie di domande a due dei fondatori, Lorenzo Castellini e Beniamino Saibene.

Zero: Voi siete passati da progetti molto concentrati sull’uso temporaneo dello spazio pubblico alla gestione di una balena urbana come BASE. C’è una grande differenza, ci raccontate come siete passati da quella fase più effimera a questa?
Beniamino Saibene e Lorenzo Castellini: In realtà non abbiamo mai considerato effimeri quegli esperimenti anche se brevi, abbiamo sempre pensato fosse importate lasciare delle tracce anche nelle memorie, nell’immaginario collettivo come si diceva. A Madrid uno di quegli esperimenti dura dal 2008, una piazza nata al posto di un vuoto urbano. BASE e Cascina Cuccagna sono indubbiamente progetti diversi e più complessi, ma si tratta comunque di recuperare spazi abbandonati.

Public Design Festival 2013, foto Delfino Sesto Legnani
Public Design Festival 2013, foto Delfino Sesto Legnani

Sentite il vostro lavoro più legato alla cultura o all’urbanistica, e perché?
Fin dal 1995 abbiamo deciso più o meno coscientemente di puntare sulla città, questa e altre, in Italia e poi in Europa, muovendoci tra discipline diverse con consulenze diverse. E in effetti non siamo mai stati in grado di definirci con precisione. Ci siamo travestiti da architetti, da artisti, da amministratori, ci hanno definito creativi e situazionisti, urban strategist o cultural counselor, descritto come un collettivo, una factory, un’agenzia, un movimento…

Public Design Festival sul Cavalcavia Bussa, foto Delfino Sisto Legnani
Public Design Festival sul Cavalcavia Bussa, foto Delfino Sisto Legnani

Di che cosa ha più bisogno Milano e la città in generale?
Milano forse avrebbe bisogno di più coraggio, di più voglia di rischiare. Pubblico e privati. Che si tratti di grandi eventi o di strutture permanenti. E poi avrebbe bisogno di aria pulita.

Dove andate a mangiare?
Per fortuna ci capita ogni tanto di andare ad assaggiare i prodotti di chi rifornisce Un posto a Milano, nei dintorni della città. Ma molto più spesso mangiamo a casa… con la spesa fatta al mercato agricolo della Cuccagna.

Cascina Cuccagna a volo d'uccello
Cascina Cuccagna a volo d’uccello

Dove andate a bere?
Possiamo ancora dire dalla Lina? Purtroppo non più spesso come una volta, ma il suo locale (in via D’Oggiono) rimane il posto dove sentirsi di più a casa.

Dove comprate i libri?
Dal 9 dicembre alla nuova libreria/bar Verso, in Corso di Porta Ticinese.

Secondo voi lo spazio pubblico di Milano è migliorato in questi anni? E perché, sia se sì che se no?
A noi pare di sì; con una lentezza sfiancante, ma anche a Milano oggi si parla di spazio pubblico come di qualcosa di importante. Probabilmente è anche l’effetto di una indigestione da social network che ci porta ad apprezzare ancor più una festa in piazza. Se in minima parte abbiamo contribuito a questa nuova onda, ne siamo felici.

Amaca Parking all'esterno del Museo Diocesiano, 2006
Amaca Parking all’esterno del Museo Diocesiano, 2006

Vi piacerebbe davvero diventare sindaco di Milano? (per come sono ora le leggi, uno alla volta, of course) E quali sarebbero le priorità?
Sì! Da pazzi. Ma non ci candideremo più. Non adesso. L’esperienza di quasi 10 anni fa quando proponevamo 46 cittadini come sindaci della città, con un programma vero (non politico…) rimane per noi tra quelle più importanti. Molte delle idee che lanciammo allora sono diventati punti irrinunciabili per vivere le città di oggi.