Intervista Placentia Arte

Gli organizzatori del festival di arti performative Livenel, a Piacenza dal 23 al 25 settembre negli spazi dell'ex Enel.

Scritto da Rossella Farinotti e Lucia Tozzi il 15 settembre 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Piacenza ha molti festival di musica, ma si prepara nel weekend 23-25 settembre ad accogliere un evento inconsueto per i suoi canoni: il Livenel, una manifestazione di arti performative che a tratti coinvolgerà lo stesso pubblico, anche attraverso i device elettronici. Il merito è di quattro curatori trentenni, Michele Cristella, Marta Barbieri, Paola Bonino e Riccardo Bonini, che hanno assunto la direzione artistica e la gestione della storica galleria Placentia Arte di Lino Baldini, che dagli anni Novanta ha accolto artisti come Sisley Xhafa, Anri Sala, Adrian Paci, Norma Jean, Yuri Ancarani, e altri fondamentali per l’arte degli ultimi decenni. Ora tocca a loro fare ricerca sui giovani, e avvicinare la città al contemporaneo. Dopo avere inaugurato la stagione con una mostra di Stefano Serretta, Rubble in the Jungle, i quattro hanno chiamato un gruppo di giovani artisti, da Palmwine a Davide Allieri, Go Dugong e Marco Belfiore, a performare negli spazi ex-Enel.

ZERO:La prima domanda è la più scontata, forse, ma è naturale chiedervi quale è stato il legame tra voi quattro e Lino Baldini, il fondatore di Placentia Arte negli anni Novanta?
PLACENTIA: Siamo tutti originari di Piacenza e provincia e condividiamo la formazione storico artistica. Chi più chi meno ha sempre gravitato attorno all’orbita e al magnetismo di Lino, dopo svariati anni ci siamo tutti ritrovati nella città di origine e lui stesso ci ha incoraggiati a prendere in mano la gestione della Placentia e a succedergli in questa avventura. Lino ha il suo studio pochi metri avanti rispetto alla galleria e rimaniamo tuttora in costante contatto con lui.

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Ci raccontate che fa ognuno di voi fuori di Placentia, che faceva prima, e come vi siete incontrati?
In una città piccola come Piacenza, se si condividono interessi comuni e un po’ sopra le righe, è facile incrociarsi! Prima di approdare alla Placentia, ci siamo fatti le ossa con diverse esperienze in Italia e all’estero: Michele e Riccardo hanno studiato a Parma, Marta al Dams e Paola allo Iuav. Al momento, manteniamo tutti un’attività parallela alla Galleria – gravitiamo abbastanza su Milano, io per ragioni sentimentali, Paola collabora alal Fondazione Prada e Marta da Monica De Cardenas – ma il tempo e l’energia che dedichiamo a Placentia è in continua crescita e l’obiettivo è quello di farne la nostra attività principale.

Davide_Allieri_Résonance_Installation_View_2016_Fotografia_Marco_Fava
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Dal 2015 avete ripreso in mano la programmazione della galleria, che poi ha rappresentato un luogo di raccoglimento, quasi come un centro culturale, a Piacenza. Scegliete insieme gli artisti? O ogni mostra è il frutto di una scelta singola da parte vostra?
Siamo in quattro e, seppur condividiamo una visione comune rispetto alla ricerca artistica e alla linea da seguire, ognuno di noi ha interessi specifici diversi e porta i nomi che più sono affini alla sua sensibilità. Le proposte vengono animatamente discusse, fino ad arrivare a una scelta condivisa da tutti. Essere un gruppo comporta un po’ di fatica e discussioni, ma assicura una proposta sempre fresca ed eterogenea, non si rischia di arroccarsi sulle proprie posizioni; insomma, non ci annoiamo e, crediamo, non facciamo annoiare!

Tra gli artisti che trattate si nota un legame estetico, che probabilmente deriva dal vostro gusto e dalla vostra ricerca, ma anche una voglia di denunciare, in maniera sottile, e sottolineare l’importanza del fare artistico. Mi ha colpito una frase di Lucia Cristiani in un comunicato di una mostra del 2015: “Percepire il proprio tempo non significa adagiarsi a una convenzione ma contribuire alla costruzione di un processo culturale”. Pensate che l’arte sia una missione?
L’arte è costantemente in missione come un agente segreto: da sempre la nuova estetica ed i discorsi portati avanti da artisti contemporanei influenzano settori come la moda, il design, il cinema, il teatro e di conseguenza la società, quindi possiamo dire che l’arte spesso partecipi in modo subliminale alla rivoluzione quotidiana.

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È interessante il progetto Livenel che inaugura la prossima settimana. Ce lo raccontate?
Livenel è un festival dedicato alla pratica performativa nell’ambito delle arti visive, che presenta lavori dal vivo e site-specific di giovani artisti (16 in tutto!) nella scenografica location di palazzo Ex Enel a Piacenza, una palazzina nel centro città che unisce architettura industriale e liberty. Livenel è una scommessa, per noi perché usciamo dagli spazi della Placentia e ci confrontiamo con un format – quello del festival – e un medium – quello della performance – che prescindono dal lavoro prettamente di galleria, per la città che lo ospita perché porterà proposte inusuali che ci auguriamo contribuiscano alla sensibilizzazione e diffusione dell’arte contemporanea tra un pubblico non deputato. Ci aspettiamo una buona affluenza anche dalle cittadine limitrofe e da Milano e speriamo che questa sia solo la prima edizione di un festival che, nel tempo, possa diventare un punto di riferimento per la pratica performativa a livello nazionale e internazionale.

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Che impatto hanno le esposizioni di Placentia sulla città, sono ben accolte?
Impatto zero, siamo molto ecologici nei confronti dei piacentini, riuscire ad inquinarli è estremamente difficile. Bisogna dire, però, che dopo un anno e mezzo di lavoro alcuni frutti si vedono. Il primo è appunto Livenel, una proposta ardita per la città; inoltre, in galleria il transito di persone residenti è in crescita, benché lo zoccolo duro dei nostri visitatori venga da fuori città.

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Il mondo del collezionismo è ricettivo rispetto alle vostre proposte?
C’è un gruppo di persone molto curiose ed interessate che si sta creando intorno a noi, un collezionismo giovane che segue il nostro lavoro e matura insieme a noi. Il mercato piacentino è fortemente legato ad autori locali, è quindi fondamentale mettersi in gioco con le fiere per allargare gli orizzonti. Iniziamo il prossimo ottobre con Artverona: siamo stati selezionati per la Raw Zone dove porteremo un progetto personale di Davide Allieri.

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La scelta degli artisti è prettamente italiana – tranne qualche eccezione come il rumeno Ovidiu Hulubei o, in passato, nomi come Anri Sala – e questo è un altro segnale positivo e coraggioso. Come mai?
Perché se non ci fossero piccoli spazi come noi e tanti altri in Italia, allora la fuga inesorabile dei nostri talenti verso l’estero sarebbe ancora maggiore. Vogliamo andare un po’ controcorrente rispetto all’esterofilia che caratterizza il panorama italiano: gli artisti italiani ci sono e sono bravi, perché non dargli visibilità? Per forza di cosa, non siamo chiusi o inchiodati sul voler trattare solo autori italiani, stiamo vagliando collaborazioni con realtà estere e artisti stranieri, ma per noi non è un must dover avere il nome esotico, alla base della scelta c’è sempre e principalmente il valore della ricerca e il lavoro strutturalmente solido.

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Si percepisce il legame con una buona istituzione, la NABA, nella scelta degli artisti. Qualcuno di voi l’ha frequentata?
No e non pensavamo nemmeno di avere un legame così forte con la NABA. Le andremo a chiedere una sponsorship ;-)
Scherzi a parte Milano è vicinissima ed è un bacino molto interessante, è quindi naturale che dialoghiamo con artisti che abbiano legami con una delle sue accademie d’arte più importanti.

Stefano Serretta, Rubbles_in_the-Jungle_ settembre 15, 2016
Stefano Serretta, Rubbles_in_the-Jungle_
settembre 15, 2016

E quali sono i vostri legami con altre istituzioni, gallerie, musei milanesi? quali seguite di più ? con quali collaborate?
Seguiamo ovviamente il lavoro delle grandi istituzioni: Triennale, Hangar Bicocca, Fondazione Prada, Trussardi e degli spazi di ricerca più interessanti come Zero… (peraltro anche loro di Piacenza), Peep-Hole, Monica De Cardenas, Prometeo, Kaufmann-Repetto, Raffaella Cortese…
In particolare, nel fermento dei nuovi spazi indipendenti qua a Milano, quali vi sembrano più interessanti e promettenti?
Sicuramente molto interessanti nuovi spazi come The Workbench, t-space, /77, Marselleria, Tile, Edicola Radetzky e Fanta Spazio; con gli ultimi abbiamo iniziato a fare due chiacchiere e ci auguriamo che in un futuro possano nascere collaborazioni.

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Ce n’è qualcuno che invece vi pare tutto fumo e niente arrosto, oppure indipendente solo di facciata?
C’è stata una tale proliferazione in un periodo così breve, che è davvero troppo presto per dirlo. Bisognerà aspettare e vedere quali spazi si dimostreranno capaci di resistere al tempo e alle mode.

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Che ne pensate dell’editoria indipendente che pure sta vivendo un momento di grande fulgore? nel panorama contemporaneo quali sono le case editrici e le riviste di cui non perdete neanche un’uscita? chi vi piace? collaborate con qualcuno in particolare? con chi vi piacerebbe pubblicare un libro?
Innanzitutto occorre sottolineare come la situazione dell’editoria indipendente sia un segnale positivo e stimolante per tutte le realtà che si occupano di ricerca al di fuori dei canali mainstream. Abbiamo avuto l’occasione di collaborare con alcune testate che si caratterizzano per forti segnali di rinnovamento del racconto contemporaneo, come Fruit of the Forest e Archive Books (di base a Berlino ma con molte sinergie su Milano). Seguiamo con attenzione lo sviluppo di una realtà in un momento di particolare evoluzione, segnato ad esempio anche dalla positiva esperienza di BellissimaFiera e SPRINT.

Dove andate a bere e mangiare quando siete a Milano? Quali zone della città privilegiate?
Milano sembra offrire tante piccole realtà dove trascorrere differenti tipologie di serate, ovviamente dipende dalle esigenze e dagli interessi. Un quartiere accogliente e vitale è Isola, dove ti puoi rilassare in locali dall’atmosfera tranquilla e conviviale. Altrettanto piacevoli a Porta Venezia, piccoli ritrovi multiculturali ti permettono di bere qualcosa fino tarda notte. Purtroppo si avverte un po’ la mancanza di grandi Club in cui godersi una lunga nottata.

Quali sono invece i posti da non perdere assolutamente, ristoranti e bar, a Piacenza? e perché?
Casa di Riccardo a Fiorenzuola quando decide di fare serata, gli eventi organizzati dal collettivo di cui fa parte Michele (tra cui WHY NOT? Festival), sempre a Fiorenzuola. A Piacenza, usciamo spesso all’Irish Pub, dove ormai siamo di casa, al Lan Modern Bohemian si trovano i migliori cocktail della città, mentre il Baciccia appena fuori dal centro propone sempre interessanti attività, fra cui musica dal vivo. Per mangiare non c’è che l’imbarazzo della scelta, dall’ ottima Osteria Santo Stefano, che offre i piatti della tradizione piacentina rivisitati, al ristorante vegano LoFai che fonde cucina con artigianato handmade e piccole produzioni artistiche.
Tutti bei consigli per chi ci verrà a trovare in futuro o per LIVENEL!!