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Irbis37

Il romanticismo di periferia

quartiere Bovisa

Scritto da Tommaso Monteanni il 7 aprile 2022

Foto di Glauco Canalis

Gli adolescenti sono tanto delle teste di cazzo quanti sono i contesti dove sfuggono all’occhio dei genitori. È in mezzo a questo marasma di ormoni, testosterone e presa di coscienza che i “ragazzini” imparano a crescere. E se c’è chi prende la via dell’omologazione per comodità, c’è anche chi decide di restare fedele a sé stesso. Per rendersene conto, basta parlare con Irbis37 della sua musica, della sua biografia da “romantico di periferia” e del sopravvivere culturalmente sulle strade meno battute.

«Bovisa è un quartiere che non sembra un quartiere. Ma qua ci conosciamo tutti e ci identifichiamo in questo posto

Prima domanda facile: cosa significa Irbis37?

Onestamente mi sono un po’ stancato di dirlo che me lo chiedono in tutte le interviste (sorride)… comunque deriva dai graffiti, è un trip collettivo di una mia compagnia di quando ero ragazzino. Il numero in particolare era un qualcosa di ricorrente che un po’ tutti ad un certo punto vedevamo ovunque, e che di conseguenza ha assunto sia un significato particolare per ciascuno che uno comune per tutta la compagnia.

Come mai hai scelto questo bar per l’intervista? Abiti qui vicino?

Ultimamente ci vengo spesso anche perché qua da Antonio (Coffee Bar Marano di Via Cosenz 53, ndr) ha delle robe buone da mangiare, e comunque si abito qua dietro, sono venuto a piedi. Tra l’altro quando sono arrivato in Bovisa in questa zona non c’era nulla; era una distesa di lamiere, le famose Favela di Bovisasca, orti abusivi di quartiere dove vecchietti di zona coltivavano i loro ortaggi. Era una specie di labirinto, quando mi sono trasferito qua a 12 anni ci vagavo spesso, prima abitavo a Cenisio.

Se fossi venuto in macchina ti avrei chiesto che dischi trovavo nella tua macchina. A questo punto te la rigiro e ti chiedo cosa ti pompi in cuffia ultimamente.

Un disco incredibile che ho ascoltato ultimamente è Silk Sonic di Anderson .Paak e Bruno Mars. Rap italiano devo dire poco, sono tornato un po’ alle origini e mi sto ascoltando i Police e i Clash (per i più formali, “The Police” e “The Clash”, ndr).

 

Ho l’impressione che ultimamente ci sia un po’ una rinascita del punk in un certo senso. Condividi?

Si condivido, e la mia opinione è che quando ci sono situazioni di repressione collettiva viene un po’ fuori l’animo selvaggio delle persone.

Raccontami un po’ il tuo percorso: da quant’è che fai musica? Quando hai iniziato a scrivere?

Suono un po’ da tutta la vita, mio padre è un chitarrista quindi girando chitarre in casa ci ho messo subito mano senza aver mai studiato, ho imparato da autodidatta. Poi verso i 13 anni ho scoperto il rap, facevo le medie qui sotto in piazza Prealpi e ai tempi giravano tantissimo i Dogo. Io in realtà ero molto diverso da “l’attitudine di piazza” del periodo, poi però ho scoperto Fabri Fibra che mi ha fatto capire che il rap era un buon modo per sfogare e buttare fuori. Da lì mio padre mi ha piazzato una scheda audio nel suo studietto e ho iniziato a registrarmi. Poi verso i 16 circa mi sono improntato per portare la cosa ad un livello successivo e a farmi gli sbatti per pagare studi veri per andare a registrare. Ai tempi facevo un hip hop molto old school, eravamo mega infottati coi dischi di Fritz, nonostante fosse il 2013 quindi anche in ritardo rispetto alla wave del periodo.

Che rapporto hai con questo quartiere e cosa pensi di Bovisa? Che cos’è per te la periferia e come la intendi all’interno della tua musica?

Avendo bazzicato qua da tutta la vita ho un legame forte con questo quartiere. Bovisa offre dei contesti di aggregazione per i ragazzi, in particolare io ho fatto gran parte delle mie conoscenze all’Amico Charlie, centro di aggregazione per ragazzi disastrati. Lì Gatto TDK e Impo della BN, due writer giganti ai tempi, facevano un laboratorio di writing, e lì ti davano bombolette gratis e muri sui cui poter pittare senza incorrere in problemi di legge.

I ragazzi di Bovisa vivono tantissimo il quartiere soprattutto perché a livello morfologico Bovisa è molto isolata. Si trova tra due ponti, quello della Ghisolfa e quello di Farini, e sono l’unico modo per arrivarci. Questa cosa secondo me è ciò che la rende veramente una periferia, l’essere scollegata dal resto nonostante comunque non sia così lontana dal centro. È periferia perché è esclusa dal resto. Di conseguenza qua i ragazzi fanno una vita molto sedentaria e residenziale ma allo stesso tempo anche comunitaria: vita da bar e da parchetto sotto casa. Sempre sulla periferia, Bovisa è diversa perché non ci sono tante case popolari rispetto alla periferia milanese più comunemente rappresentata. Principalmente è un ex zona industriale dove un tempo trovavi quasi esclusivamente capannoni e fabbriche e quello che ne rimane è lo scheletro di queste industrie che poi hanno chiuso. È un posto fatiscente. Dunque rispetto all’alveare tipico delle periferie dove c’è una forte vita comunitaria questi posti vuoti e abbandonati creano più desolazione. Per concludere è una periferia perché non è al centro dell’attenzione, succede quel che succede e a nessuno interessa.

Come si è evoluto il quartiere nel tempo rispetto a quando sei arrivato? Se c’è stato un cambiamento, ha in qualche modo influenzato anche il tuo modo di fare e vivere la tua musica?

Rispetto a quando sono arrivato è cambiato tanto, prima c’erano molte meno cose, poi con l’avvento della gentrificazione sono venute a vivere qua tante persone da fuori, si è creato un nuovo mercato e sono aumentati anche gli spazi e le situazioni dove fare cose. Ad esempio adesso ci sono tanti studi di registrazione rispetto a un tempo; ovviamente l’altra faccia della medaglia è che la popolazione diventa medio borghese, il costo degli affitti si alza, e chi sta in fondo viene sempre più fuori. Per quel che riguarda la mia musica il fatto di avere tanti personaggi della scena che abitano attorno ha creato una situazione diversa, più stimolante. Allo stesso tempo proprio per il fatto che Bovisa è un quartiere che non sembra un quartiere, ma più uno spazio di cose e di case, può confondere e non far pensare che ci sia una realtà e una comunità attiva, proprio secondo una prospettiva più rap della questione; ecco è stato anche frustrante vedere che il rapper di turno che si è trasferito non abbia riconosciuto questa realtà e che non sia sceso per incontrare i ragazzi che rappano sotto casa sua da prima che lui arrivasse. Qua ci conosciamo tutti e ci identifichiamo in questo posto.

 

Rimanendo sulla musica, ho avuto modo di notare che i tuoi ultimi due singoli sembrano avere una svolta di direzione rispetto al repertorio precedente, confermi questa percezione? Inoltre sono usciti da ormai un anno, stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Secondo me la musica necessita di sperimentazione. Quello che ho portato col mio ultimo disco è stato oggetto di ispirazione per tante cose che sono uscite dopo. Questa cosa mi ha fatto riflettere e mi ha fatto venir voglia di inventarmi qualcosa di nuovo. In verticale e Ragazzini sono due singoli in cui ho detto a me e agli altri, faccio il cazzo che voglio. Io sono questo, sono Un altro cielo (ultimo disco di Irbis37 uscito a Febbraio 2020, ndr) ma se ho voglia faccio un disco punk o uno raggaeton. Il mercato ha delle dinamiche rigide e detto sinceramente mi sento sempre bene quando mi ci contrappongo (ride). Fondamentalmente l’attitudine è quella della controcultura: quando ho fatto Ragazzini non c’era ancora la wave del punk e io avevo appena ri-iniziato ad ascoltarmi i Green Day e altri gruppi punk-rock per cui avevo iniziato a prendere in mano la chitarra elettrica, quindi sono ripartito da lì per fare una cosa nuova che fosse mia. Per quello che sto facendo adesso non voglio fare spoiler, ma voglio dire che dalle ultime pubblicazioni ho fatto sempre musica e non mi sono mai fermato, e che sto lavorando a qualcosa di importante; io voglio parlare con le persone e non mi basta mettere la mia bandierina sul mercato, e per fare questo penso che ci voglia il tempo che serve. Inoltre il mondo è cambiato tanto negli ultimi tre anni, e adesso sta assumendo senso quello che sto facendo, soprattutto perché nella mia musica continuo a parlare di sofferenza e senso di inadeguatezza, che più il mondo peggiora e più credo diventi condivisibile. Quindi penso che quando il mondo sarà pronto per capire cosa sto scrivendo glielo farò ascoltare.

 

L’ultima domanda che ti faccio continua ad indagare l’intersezione fra il tuo quartiere e la tua musica: dai tuoi testi sembra emergere una specie di “romanticismo di periferia” con un rap che è molto emotivo e che in parte si stacca dai canoni tipici di questo genere. Ti ritrovi in questa definizione?

Sì mi ci rivedo! Mi viene da dire che nelle realtà popolari di quartiere c’è tanto machismo e rigidità emotiva. Io so però che in realtà le persone che vivono difficoltà e disagi hanno un’emotività molto sviluppata e che vivono molto la loro emotività, solo che la tengono per sé. Quello che ho cercato di fare è stato mettere in imbarazzo tutti, facendo in modo che il ragazzo di quartiere che non farebbe mai ascoltare questa roba in compagnia magari se lo ascolta in cuffia. Ti dico inoltre che per questo mio modo di esprimermi è stato difficile inserirmi nel quartiere, però sono riuscito a guadagnare il mio rispetto anche se più difficilmente magari di un rapper che ostenta. È stata una bella sfida ma ora sono contento che sia più scardinato questo tipo di linguaggio…devo scrivere cose ancora più forti, mi tocca ritornare a girare il coltello ancora più a fondo nella piaga!