Jessica Tanghetti

In occasione della mostra di Titina Maselli da Withers, la curatrice racconta

Luogo di residenza

Milano

Attività

Curatore

Scritto da Gianmaria Biancuzzi il 16 ottobre 2019
Aggiornato il 22 ottobre 2019

Sono gli ultimi giorni d’estate a Milano. In città c’è la settimana della moda. Chi vive qui ne conosce gli effetti: tanto traffico, strade chiuse e niente taxi. Tutti riprendono il naturale corso annuale con placida serenità, tranne la moda, che come sempre, corre vorticosamente a pieno regime.

Questa energia – forse tutta milanese – è la stessa che anima Jessica Tanghetti, 33, giovane professionista del mondo dell’arte contemporanea che si occupa di trovare nuove possibilità di incontro tra le imprese private e il sistema dell’arte.

Dopo essere riuscito a districarmi tra motorini imprudenti, ncc e pedoni agghindati a festa, la raggiungo nel palazzo tra San Babila e Largo Augusto dove ha sede lo studio legale Withers e dove mi aspetta per raccontarmi il suo lavoro e la mostra, che ha curato e appena inaugurato, dedicata all’artista Titina Maselli.

Di dove sei?

Sono di Brescia, come Massimo Minini. Ho scoperto l’arte contemporanea grazie alla galleria di Minini e aver fatto una mostra con lui qui, per me, è una delle più grandi soddisfazioni professionali.

Adesso faccio la curatrice senza neanche essere una ‘curatrice’. Prima mi occupavo di arte senza aver mai studiato arte. C’è sempre una contraddizione che poi mi porta a creare progetti particolari.

In che senso?

Io non sono una curatrice. Sono una Corporate Art Curator. La mia specializzazione è identificare quali sono i valori di un’azienda e rappresentarli con progetti artistici. A Londra per London Trade Art e il fondo d’investimento Redhedge ho curato la mostra ‘WHAT GOES AROUND COMES TO ART’ presso la Herrick Gallery di Mayfair – una mostra di artisti emergenti la cui pratica artistica è influenzata dal contesto in cui operano. Curo dei progetti di mostre ma non sono curatrice in senso classico. La mia specializzazione è quella di lavorare con le aziende e spesso nasce l’esigenza di progetti espositivi

Ma in qualche occasione hai conivolto anche altri curatori.

In passato ho coinvolto professionisti come Luca Lo Pinto e Antonio Grulli. Per via della mia passione, il mondo dell’arte contemporanea mi ha sempre permesso di realizzare quello che avevo in mente. Quando ho chiesto a Massimo Minini di prestarci i suoi capolavori per la mostra mi ha detto subito di si

Quando ti sei innamorata dell’arte?

Non ricordo neanche la prima mostra che ho visto alla Galleria Massimo Minini. Le ho viste tutte. Andavo all’università, tornando a casa, passavo di fianco a questa galleria e vedevo dei colori, delle linee strane, vedevo delle sculture che non erano delle sculture, dei dipinti che non potevano essere dei dipinti. Passavo lì davanti e dicevo ‘che strano?!’. Però questo mi incuriosiva molto. Avevo un approccio molto ingenuo, ero curiosa e colpita dall’esperienza di incontrare qualcosa che non conoscevo. Non sono figlia di collezionisti. Così ho capito dell’esistenza di questo mondo. La grande scoperta poi è avvenuta quando mi sono trasferita a Milano una decina di anni fa. Per me andare agli opening tutte le sere era qualcosa di pazzesco. Anche se non conoscevo nessuno

Cosa hai studiato e come hai iniziato a lavorare?

Ho studiato Economia. Non ho studiato niente che avesse attinenza con l’arte. Dopo essermi laureata, ho avviato la strada classica di chi ha studia Economia e ho iniziato il praticantato per diventare commercialista. E lo sono anche diventata. Ho fatto la pratica, l’esame di Stato e quando ho iniziato a esercitare a Milano mi sono resa conto che non era assolutamente quello che volevo fare. Così mi sono trasferita a Londra. Volevo unire la mia passione per l’arte con il mio background di business. Sono partita senza avere le idee chiare ma vedevo che la mia idea a Milano veniva considerata un mondo utopico, un sogno irrealizzabile. A Londra veniva considerata un’opportunità. Ho cercato di seguire le mie passioni. E la passione che mi era nata a Brescia ho iniziato a coltivarla in Inghilterra. Nello stesso momento avevo iniziato un dottorato per il quale ho potuto svolgere attività di ricerca in tutto il Regno Unito grazie al supporto del King’s College. Volevo realizzare una professionalità ibrida, che ancora oggi non è molto diffusa, che potesse essere il punto di incontro tra economia e arte. Si stanno diffondendo sempre più master e corsi universitari, ma quando ho iniziato io esisteva molto poco di tutto ciò. Volevo creare una professionalità nuova e al tempo si concretizzò con BeArt.

Di cosa si tratta? Com’è nata l’idea?

L’idea è nata dall’osservazione del mercato. Subito dopo la crisi, tra il 2013 e il 2014, ci fu un taglio enorme di finanziamenti al settore culturale a livello europeo. Sia l’Italia che il Regno Unito soffrirono moltissimo, in particolare l’Italia, dove i tagli toccarono il 30%. Sia da appassionata d’arte, che da professionista e ricercatrice, perché avevo appena iniziato il dottorato, cercavo una soluzione a questo problema. Quando continuavo a leggere del crowdfunding, con altri colleghi abbiamo iniziato a pensare se potesse essere possibile portare questa applicazione nell’ambito dell’arte contemporanea. E così è stato. È nata BeArt, la prima piattaforma di crowdfunding per l’arte e nel tempo abbiamo realizzato numerosi progetti con artisti di fama mondiale e istituzioni prestigiose di cui sono molto orgogliosa. Ora il progetto è apparentemente in standby. In realtà si sta evolvendo verso nuove forme, in collaborazione con altre rilevanti realtà, di cui daremo comunicazione a breve. Parallelamente ho sempre svolto altre attività, soprattutto consulenze per collezionisti e aziende, e dopo aver finito il dottorato ho iniziato a collaborare sempre di più con alcune università. Oggi in NABA collaboro nell’ambito delle materie connesse al Management per l’arte del Master in Contemporary Art Markets e continuo a collaborare con il King’s College di Londra

Cosa insegni? Di cosa ti occupi?

Al King’s College il mio ruolo è quello di Cultural Partner In Residence, una figura ibrida tra l’accademico e il professionale che collabora nell’ambito dell’insegnamento di Entrepreneurial Opportunity in the Arts & Culture nel Master di Arts Management. Il mio lavoro consiste nel supportare i progetti imprenditoriali dei ragazzi. Ogni anno assisto gli studenti con alcune lezioni frontali e mentoring, fondamentalmente li supporto a 360 gradi per i loro progetti. Insieme porto avanti una collaborazione con la realtà milanese That’s Contemporary. Dall’incontro con Giulia Restifo e Martina Grendene abbiamo creato e lanciato That’s Experience, aggiudicatario del bando Fondazione Cariplo Funder35, per il quale siamo state premiate presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Grazie a questo bando abbiamo realizzato un progetto che è tutt’ora attivo e che si occupa di creare esperienze inclusive ed esclusive dedicate all’arte contemporanea e riservate a pubblici diversi.

In cosa consiste?

La finalità è quella di creare delle modalità personalizzate di accesso all’arte contemporanea – come cene a casa degli artisti con studio visit, preview esclusive durante gli allestimenti delle mostre più importanti – in funzione di quelle che possono essere le esigenze del target di riferimento: aziende, collezionisti, appassionati e professionisti del mondo della cultura, pubblico generalista.

Dal 2018 vivi tra Milano e Londra per via dell’insegnamento e di questa collaborazione con London Trade Art. A cosa state lavorando?

London Trade Art, fondata da Francesca Casiraghi e Andrea Seminara e nella quale sono attivamente coinvolta in veste di Chief Art Officer e Corporate Art Curator, è una piattaforma che replica alcuni meccanismi della finanza però applicati all’arte. Se nel mondo della finanza si può acquistare online, su piattaforme come Bloomberg, una quota di una società, l’idea era quella di traslare lo stesso meccanismo nel mondo dell’arte permettendo attraverso una piattaforma digitale, efficiente, trasparente e democratica di acquistare share di opere d’arte di altissimo valore qualitativo e soprattutto commerciale. Opere fino al milione di euro. Questa è l’evoluzione del crowdfunding. Ci siamo conosciuti a Londra e c’è stata subito una forte empatia, il progetto era appena nato e ho avuto la fortuna di essere stata coinvolta sin dal principio. Parallelamente abbiamo fondato un dipartimento di advisory che portiamo avanti con il nostro network di clienti tra Milano e Londra.

In che senso “evoluzione del crowdfunding”?

Basterebbe dare un’occhiata ai dati. Non solo la mia piattaforma, anche gli altri player a livello mondiale stanno pianificando dei rinnovamenti perché il meccanismo reward-based del crowdfunding in questo momento è molto saturo. Se tra il 2014 e il 2017 c’è stato il grande boom, come in tutti i mercati, oggi ci si evolve in qualcosa di nuovo. Si è passati dalla versione reward all’equity. Il passaggio successivo è quello di vendere quote di opere d’arte. Ci sono tante società che si stanno attivando, uno dei prossimi progetti con London Trade Art sarà il primo caso di pooling investment ovvero co-proprietà di opere d’arte. In questo caso sarà un artista italiano ma non posso ancora anticiparvi altro.

Come funziona?

Chi acquista una quota, un’ ‘Art-share’, come la definiamo noi, diventa co-proprietario dell’opera. Questo implica una serie di doveri e di diritti. I doveri consistono nel partecipare alle spese annuali di assicurazione e manutenzione dell’opera, in una misura limitata che viene stabilita all’inizio dell’acquisto. I diritti variano molto in base alla tipologia dell’opera. Generalmente, la co-proprietà, con tutta una serie di garanzie, offre la possibilità di poter detenere temporaneamente l’opera. A casa oppure in ufficio. Si chiama “temporary holding”. In funzione della quota e del numero di proprietari, puoi avere l’opera a casa tua.

Molti capolavori scompaiono nei caveau delle banche e rischiano di essere sottratti al pubblico per decenni. Con la partecipazione all’acquisto può esserci una circolazione dell’opera maggiore e quindi sempre più persone possono incontrarle e fruirne. Per questo motivo, per le opere abbiamo pensato un programma di prestiti, alcuni a istituzioni pubbliche altri ai privati, sempre selezionati dal nostro team. Per cui se ci sono plusvalenze, perché le opere vengono prestate a numerose istituzioni per mostre, vengono suddivise tra i co-proprietari. Questo implica anche che i co-proprietari vengano menzionati insieme all’opera in tutta una serie di occasioni, istituzionali e non, in cui viene presentato il lavoro.

Le opere in seguito vengono rivendute?

Questa tipologia di acquisto non ha finalità speculativa. L’idea deve essere quella di voler acquistare un pezzo di un’opera che altrimenti sarebbe impossibile acquistare, soprattutto per il prezzo, per poterne godere in misura moderata e per sostenere gli artisti e il loro lavoro.
Per quanto riguarda l’eventuale vendita dell’opera, e questo non avviene almeno prima di 3-5 anni, se ci sono le circostanze, come un acquirente meritevole e la maggioranza rilevante di co-proprietari è d’accordo, allora si procede alla cessione e i guadagni vengono suddivisi.

Qual è la missione di questo progetto?

Cerchiamo di ampliare la fruizione dell’arte in luoghi non convenzionali, come l’online, oppure le aziende, anche con un forte coinvolgimento attivo. L’idea è favorire sempre di più l’incontro tra gli operatori del mondo dell’arte, appassionati e chi non ha ancora incontrato l’arte, così che se ne possa innamorare come è successo a me quando frequentavo l’Università. E mi ha cambiato la vita. Oggi seguo quello che mi piace.
Avrei potuto continuare a fare la commercialista, un lavoro con cui guadagnavo bene, invece che scegliere il lavoro incubo di mio padre, e penso di tutti i padri. Quello che faccio oggi c’è e domani chi lo sa. Se mi chiedessi come mi vedo tra un anno, non saprei cosa risponderti. Questa per me è una naturale evoluzione di quello di cui mi stavo occupando. È un lavoro che di fatto non esiste e che mi sono inventata con tutta una serie di progetti che sono affini con le mie esperienze, ma che prima non esistevano.

Il sistema dell’arte è animato da un esercito di professionisti che dietro le quinte rendono vibranti le reti di gallerie, istituzioni e fondazioni tra le città europee. Senza di loro non accadrebbero molti dei progetti più interessanti. Tralasciando chi se ne occupa – spesso male – solo per noia, tanti giovani professionisti di talento non arrivano a fine mese per poter vivere di arte tutti i giorni, tutto l’anno. Per poter respirare l’arte, viverne, condividerla e studiarla si fanno tanti sacrifici, soprattutto in un contesto come quello italiano dove non è per niente agevolato. Come affronti i progetti?

L’importante per me è mantenere un’identità pura e una valenza etica importante. Se ti occupi di lavorare per le aziende oppure vendi quote di opere non c’è niente di male. L’importante è farlo con la finalità di aumentare la diffusione dell’arte, di fare in modo che le opere non finiscano esclusivamente nei caveau, che alle pareti degli uffici ci sia qualcosa di interessante e che possa contribuire alla diffusione del valore enorme dell’arte contemporanea. Che per certi versi sarà sempre una nicchia, però può diventare sempre più facile entrarci in contatto e per lo meno conoscerla.