Marco Mucig

Regista della nuova wave-cittadina insediata in via Tucidide

Scritto da Giada Biaggi il 3 luglio 2020
Aggiornato il 6 luglio 2020

Foto di Carolina Di Lazzaro

Dove un tempo sorgeva la Richard Ginori, in Via Tucidide 56, oggi si meta-scrive all’interno di questa neo-nata archeologia urbana uno dei nuovi hub creativi di Milano: un complesso di loft popolato da artisti dove succedono un sacco di cose e si fa comunità in un modo emancipante rispetto all’individualismo creativo milanese.
Abbiamo scelto di intervistare Marco Mucig – che di lavoro fa il regista – come rappresentante di questa nuova wave-cittadina che si è insediata in via Tucidide, tipografandola, a suo modo, con i codici estetici di quello che Gilles Clément definì nei termini del Manifesto del Terzo Paesaggio, ovvero quello spazio in cui dal nulla si costruisce, insieme agli spazi abitativi, la libertà.

 

Perché hai deciso di trasferirti in Tucidide?

Avevo bisogno di una casa che non rientrasse nella triste categoria del “bilocale arredato”, che potesse diventare il mio nuovo studio: tanta luce, una grande libreria e una vista senza palazzoni all’orizzonte.

So che qui dentro è diviso a sua volta in quartieri; mi puoi spiegare questa meta-divisione urbana?

I loft sono stati ricavati da una grossa area industriale, e ciascuna zona corrisponde a una delle lavorazioni a cui quegli spazi corrispondevano originariamente: essicatura, assemblaggio e così via. Altre sono stati nominati con dei nomi di pura fantasia, come il Bronx. O “Vista mare” che ironicamente non ha alcuna vista, bloccata dai palazzi di fianco. Ne stanno nascendo pure di nuove, Tucidide è un po’ come la Sagrada Familia, è sempre in costruzione.

Com’è stato vivere la quarantena qui? Mi immagino molto comunità; o almeno più che in Corso Genova…

La quarantena ha creato molti nuovi legami e amicizie e rafforzato quelle già esistenti: siamo tutti diventati congiunti in piccole comunità. Abbiamo condiviso intere giornate insieme, proiettato film sui muri dei palazzi, chiacchierato fino notte fonda.

 

 

foto di Carolina Di Lazzaro

Post Fase 1, hai girato un cortometraggio ambientato proprio in questo complesso edilizio. Da quale urgenza umana e creativa è nato questo progetto? Puoi parlarcene un po’?

L’idea e l’ispirazione sono arrivate dopo aver fatto nuove amicizie e aver scattato molte fotografie durante i giorni del lockdown. Ho sentito il bisogno di raccontare questo momento così assurdo che abbiamo vissuto, le preoccupazioni e le speranze per il futuro.

La cosa più assurda che ti è successa da quando abiti qui?

Molti che conoscono Tucidide pensano che sia un posto dove succedono grandi casini. E ce ne sono. È sicuramente un posto speciale, dove la cosa che mi piace di più è la sua assurda quotidianità, tanti piccoli eventi che ogni giorno danno colore alla vita della sua variegata comunità: una partita a ping pong di lunedì pomeriggio, un barbecue alle 4 del pomeriggio, i bambini che girano liberi e chiassosi, un corso di cucina, qualcuno che si allena.

Il posto in cui vai più spesso in Ortica (a parte la pizzeria dentro Tucidide o la birreria subito fuori)?

Vado quasi ogni giorno in una cascina dietro casa, attraverso il parco agricolo andando verso il centro e arrivo in uno spazio verde dove ho un orto condiviso: molto spesso passo le serate disteso nell’erba, annaffiando i pomodori e bevendo una birra con amici.