Matilde Cassani

Le ricerche sui confini, sui territori e sulle contaminazioni culturali condensate in oggetti e scatole magiche

Foto di Gabriele Lemanski

Luogo di residenza

Milano

Scritto da Lucia Tozzi il 2 marzo 2018
Aggiornato il 20 marzo 2018

Come moltissimi altri studenti di architettura, spesso i più brillanti, Matilde Cassani dopo la laurea ha preso altre strade: moltissima ricerca, a Barcellona, all’Akademie Schloss Solitude, in residenze in giro per il mondo. Ma una ricerca i cui risultati, invece di emergere nella classica forma della scrittura, diventano oggetti, installazioni, opere d’arte, accompagnati da testi minimali. Una fotografia di una festa indiana in piena Bassa Padana, un palco-scatola per la cerimonia del te, un gonfalone con cocomeri, delle mazze da cricket prodotte in Nord Tirolo e Sud Tirolo, una tenda in tripolina condensano una mole di informazioni pazzesca, ottenute mediante esplorazioni, workshop e interrogazioni di persone e paesaggi nascosti alla sfera mediatica. Oggi espone e insegna in luoghi molto diversi tra di loro, indagando senza sosta le relazioni tra culture, la produttività dei confini, i nuovi equilibri economici e persino degli aspetti incredibilmente accoglienti di un popolo italiano che siamo troppo abituati a definire razzista.

Ornament, Chicago Biennale 2017 Foto Tom Harris
Ornament, Chicago Biennale 2017
Foto Ibay Rigby

Zero: Come hai cominciato?
Matilde Cassani:
Il primo lavoro significativo è stato nello Sri Lanka post tsunami, con un’agenzia della cooperazione tedesca, GTZ, impegnata nella ricostruzione: da lì è partita la mia passione per le religioni e le differenze culturali come motivo di disegno della città. Allora ho fatto una tesi di laurea con Giovanni La Varra come relatore, che descriveva come le case costruite dopo lo tsunami erano influenzate dalla religione a cui appartenevano gli abitanti.

Parto sempre da un pensiero lungo, ma poi si fa strada l’esigenza di cercare una sintesi radicale di quello che ho visto, una condensazione che evita la scrittura

Mi ricordo, l’avevamo pubblicato su Abitare
Eh infatti ti ricordi, il titolo l’avevi messo tu: Form follows religion. Dopo la tesi sono andata a Barcellona e ho iniziato il progetto Sacred Spaces in Profane Buildings. Iniziata come una ricerca di master, l’ho trasformata in un progetto di design quando ho vinto la residenza ad Akademie Schloss Solitude. Poi avevo incontrato Eva Franch, la quale mi ha invitato a trasformarla in una mostra allo Storefront for Art and Architecture di New York.

Ornament, Chicago Biennale 2017 Foto Tom Harris
Ornament, Chicago Biennale 2017
Foto Tom Harris

Come avviene questo slittamento da ricerca a progetto di design, che ricorre più volte nel tuo lavoro?
Parto sempre da un pensiero lungo, ma poi si fa strada l’esigenza di cercare una sintesi radicale di quello che ho visto, una condensazione che evita la scrittura – se proprio devo, scrivo una pagina, ma è l’immagine che deve parlare. Cerco una comunicazione visuale, che può essere un oggetto di design, un allestimento o una fotografia. Spiritual Devices per esempio era il risultato della ricerca che avevo fatto a Barcellona sui luoghi di culto.
Erano quattro scatole di legno, del tipo usato per i trasporti aeroportuali, con i ganci e con i tag fuori, con dentro un tessuto in neoprene che tratteneva una serie di oggetti. In quel momento volevo dire che il luogo di culto può essere semplicemente una serie di oggetti che ti porti dietro ovunque rendendo un qualunque spazio sacro e quindi il culto possibile ovunque.

Atelier del Mare, Scicli 2017. Foto Reggio Children
Atelier del Mare, Scicli 2017. Foto Reggio Children

Una specie di Boîte en-valise di Duchamp. O più letteralmente come i lari e i penati dei romani. La cosa interessante è che Spiritual Devices rappresenta un rovesciamento del tuo progetto dello Sri Lanka: lì gli spazi erano progettati in funzione delle religioni, qui sono degli oggetti a sacralizzare degli spazi neutrali. È un’ipotesi più pragmatica, quasi più ottimista, direi.
Esatto.

E quindi da un punto di vista tematico il filone religioso-culturale riaffiora periodicamente nei tuoi progetti.
Si, per esempio anche alla Biennale di Venezia del 2014, o adesso in un progetto per Manifesta a Palermo: ma non necessariamente focalizzato sulla religione, bensì come analisi dei rituali, che possono anche non essere religiosi. Quello che mi interessa è la reiterazione del gesto, la performatività che crea lo spazio.

Atelier del Mare,  Scicli 2017. Foto Reggio Children
Atelier del Mare, Scicli 2017. Foto Reggio Children

Da un punto di vista formale invece le scatole ritornano a loro volta in altri progetti: penso all’Atelier del Mare, che avevi fatto in Sicilia, a Scicli, in collaborazione con Reggio Children, per esempio. Oppure in Extra-retail Unit, alla Biennale di Bat-Yam del 2010 con Francesco Librizzi
La mia scatola preferita è quella che ho disegnato per il Maxxi, all’interno della mostra Food, dal cucchiaio al mondo, su tutti i rituali legati al cibo, dalla produzione alla distribuzione alla vendita. Mi avevano chiesto di disegnare un palco per la cerimonia del te e insieme a Michiko, la signora che avrebbe officiato la cerimonia, ho progettato una scatola completamente chiusa con le pareti traslucide che al momento della cerimonia si apriva diventando uno sfondo che sfocava in un paesaggio più astratto, il resto della mostra. È in qualche modo l’erede, l’evoluzione di Spiritual devices: che non contiene più oggetti, ma diventa scenografia e ospita il rituale.

Chashitsu, MAXXI 2015 Foto Mattia Panunzio
Chashitsu, MAXXI 2015
Foto Mattia Panunzio

Quello che mi interessa mettere in mostra sono cose che esistono già, ma che sono poco notate, poco trattate. Come se avessi un retino più stretto e facessi vedere solo alcuni elementi

Chashitsu, MAXXI 2015 Foto Mattia Panunzio
Chashitsu, MAXXI 2015
Foto Mattia Panunzio

E invece da quale ricerca è scaturita l’opera di Monditalia (Biennale di Koolhaas), che poi è stata acquisita al Victoria and Albert Museum di Londra?
Ero incuriosita dal fenomeno del Vaisakhi, festa indiana celebrata in moltissime aree agricole italiane, soprattutto la pianura padana e l’agro pontino, perché sono fortemente popolate da Sikh, che svolgono quasi solo lavori agricoli, abitano nelle cascine e hanno oramai un ruolo importante nella filiera della produzione del parmigiano reggiano. La preparazione del Vaisakhi in questi territori e paesi incide molto sul paesaggio, sulla manutenzione, cambia gli spazi, e ho deciso per questo lavoro di rappresentare Novellara, uno dei paesi, in un momento qualunque, un quarto d’ora prima della festa, e durante la festa. Con Delfino Sisto Legnani abbiamo fatto due scatti in vari luoghi, scegliendo alla fine quello più simbolico, anche per il nome: Piazza Unità d’Italia.
Poi le ho stampate sovrapposte con la tecnica della stampa lenticolare: da lontano la piazza sembra vuota e avvicinandosi appare la fotografia con la processione piena di gente. Era un modo di rappresentare il fatto che in un giorno qualsiasi è difficile capire queste presenze così radicate, questa trasformazione profonda della popolazione in alcune aree, circostanze che poi si manifestano all’improvviso durante la festa.
Quella folla rivela una quantità enorme di altre cose: i nuovi equilibri di certe economie, il fatto che molti partecipano con i camion della fattoria in cui lavorano, l’accoglienza profonda di cui sono oggetto, per esempio.

Countryside worship/A celebration Day, 2014 — XIV Venice Architecture Biennale - Foto Delfino Sisto Legnani
Countryside worship/A celebration Day, 2014 — XIV Venice Architecture Biennale – Foto Delfino Sisto Legnani

Il che di questi tempi è molto importante, visto che i media ci dipingono come una popolazione di razzisti intolleranti
Ma infatti: se pensi che il sindaco di Brescia fa persino un discorso con il turbante per il Vaisakhi.

 Biennale di Venezia, Padiglione del Bahrein, Background, foto di Giovanna Silva
Biennale di Venezia, Padiglione del Bahrein, Background, foto di Giovanna Silva

Un esempio diverso di cattura di un paesaggio è il lavoro con Librizzi e Stefano Tropea per il padiglione del Bahrain alla Biennale di Venezia qualche anno fa. Come funzionava?
Lì la scommessa era rappresentare un paese in un momento difficile, ma che non si conosce, e senza giudicarlo. Spesso, come spettatori, costruiamo inconsciamente l’immagine di un luogo lontano attraverso collages di scenari accostando delle sequenze televisive, dove un paesaggio appare sempre sullo sfondo, dietro alle spalle di un giornalista o commentatore che parla di gare di Formula 1, o di Land reclamation. La mostra curata da Noura al Sayeh, dal titolo Background (sfondo), sovrapponeva attraverso delle proiezioni in tempo reale, il paesaggio veneziano a quello di Manama. Guardando fuori dalle finestre di Venezia, vedevi il Bahrein.

Sewing machines, dragons, watermelons and firecrackers, Prato 2016  Con Martina Motta e Bianca Fabbri, Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti
Sewing machines, dragons, watermelons and firecrackers, Prato 2016
Con Martina Motta e Bianca Fabbri, Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Quello che mi interessa mettere in mostra sono cose che esistono già, ma che sono poco notate, poco trattate. Come se avessi un retino più stretto e facessi vedere solo alcuni elementi: come a Novellara i Sikh, a Bolzano invece di tutta la questione delle migrazioni, del confine con l’Austria, io scelgo di mostrare solo che esistono moltissimi pakistani, afgani e indiani che giocano a Cricket. Utilizzo una cosa apparentemente pacifica, naturale, per mostrare fenomeni più complessi. A Prato avevo utilizzato il Gonfalone per il capodanno cinese, per mostrare un contesto difficile, con poca interazione tra comunità italiana e cinese. I cinesi hanno recuperato le case-fabbrica locali per impiantare una produzione “Made in Italy” sui capi che producono, il cosiddetto Prontomoda, disegno confezione e vendita. Pur avendo creato un’economia enorme questi luoghi di produzione sono invisibili e spesso inaccessibili, per l’alto grado di informalità. Soltanto durante il Capodanno cinese è possibile attraversarli come un turista, seguendo il dragone che benedice il business, passando da un capannone all’altro. Solo correndo dietro al dragone puoi capire quanti sono, dove sono, che spazi sono, eccetera. Il mio progetto, svolto durante un workshop fatto con l’aiuto di l’associazione China, proponeva di fondere nel gonfalone gli antichi simboli nobiliari pratesi con simboli cinesi. L’altro elemento integrato nel gonfalone erano i cocomeri, protagonisti di una tradizionale festa pratese. La Cocomerata aveva avuto successo tra i cinesi (grandi amanti del cocomero), che se ne erano appropriati, e la risposta locale era stata quella di trasformarla in festa di cantucci e vino, ma negli ultimi tempi c’è stata una ripresa comune della Cocomerata che è forse diventato uno dei pochi canali di comunicazione tra italiani e cinesi.

Sewing machines, dragons, watermelons and firecrackers, Prato 2016  Con Martina Motta e Bianca Fabbri, Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti
Sewing machines, dragons, watermelons and firecrackers, Prato 2016
Con Martina Motta e Bianca Fabbri, Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Beh, il risultato è molto bello esteticamente. Ho notato che da un certo punto in poi collabori sempre con una grafica.
Ah si! Bianca Fabbri.

Flags for future neighborhoods, Aarhus Festuge 2017, con Bianca Fabbri,  Foto: Martin Dam Christensen
Flags for future neighborhoods,
Aarhus Festuge 2017, con Bianca Fabbri,
Foto: Martin Dam Christensen

In generale mi piace lavorare insieme agli altri: ho lavorato tantissimo in duo con Francesco Librizzi, molto con Delfino, o con la Silva. Collaborano con me diverse persone, Martina Motta e di recente Leonardo Gatti. Con lui ho fatto la mostra di Bolzano, It’s just not Cricket, da ar/ge kunst (dal 23 febbraio al 5 maggio), nata da una residenza in collaborazione con una istituzione di Innsbruck, la Künstlerhaus Büchsenhausen. L’idea era di lavorare sul territorio comune, sul confine. Dopo un po’ di viaggi la mia attenzione si è focalizzata su Brennero, un paese che ha vissuto la sua era di maggiore prosperità grazie all’economia di confine. Oltre a tutti i vari doganieri, frontalieri, che risiedevano a vario titolo lì, gli austriaci compravano la pasta in Italia e gli italiani le banane in Austria, così come mio padre da Domodossola mi portava da piccola a fare il pieno di benzina in Svizzera – in fondo sono sensibile al tema, sono una donna di confine. Poi con Schengen il luogo ha perso di significato, e solo con le recenti crisi migratorie si è sentita un inizio di ripresa.

Si potrebbe riscrivere la storia del cricket attraverso la pallina: originariamente rossa scura e fatta di pelle di cervo, ora può essere di vari colori, può essere anche una pallina da tennis, ricoperta di scotch isolante per renderla più dura

Ho scoperto che Brennero è stata ripopolata da pakistani che lavorano negli alberghi e fabbriche della zona, ma abitano lì perché ci sono tantissime case vuote. Hanno importato il loro gioco preferito, il cricket, e lo giocano dove possono. D’inverno affittano palestre, d’estate improvvisano di più, nei parcheggi, nei parchi, negli spazi pubblici. Nella mostra ci sono, oltre a una grande moquette che riproduce una porzione del campo da gioco, due mazze da cricket prodotte in sudtirolo e in nordtirolo con essenze di legno diverse: cirmolo e frassino.

It's Just Not Cricket, Bolzano 2018 ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018
It’s Just Not Cricket, Bolzano 2018
©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Ah, come le bacchette di Harry Potter: cambia tutto!
Brava! Proprio così. La storia del Cricket è una storia di viaggio perenne: importato in India dai coloni inglesi, si è diffusa in tutto il subcontinente oltre che in Sudafrica e in Australia. In ogni paese in cui viene giocato le mazze sono fatte di una essenza diversa, in Inghilterra con un certo tipo di salice piangente, in India con un altro tipo, e insomma ognuno crea un oggetto leggermente modificato, che dipende dal contesto, dal campo di gioco, dalla pallina utilizzata. Si potrebbe riscrivere la storia del cricket attraverso la pallina: originariamente rossa scura e fatta di pelle di cervo, ora può essere di vari colori, può essere anche una pallina da tennis, ricoperta di scotch isolante per renderla più dura. Il gioco, i suoi tempi e strumenti si traducono e adattano ai luoghi.

It's Just Not Cricket, Bolzano 2018 ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini
It’s Just Not Cricket, Bolzano 2018
©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini

Beh si, è un tema classico della letteratura postcolonial, sono stati scritti saggi raffinatissimi e si sono giocate partite culturali e politiche cruciali sul cricket.
Si parla anche di una Cricket Diplomacy, a un uso strumentale, distensivo, durante operazioni diplomatiche tra India e Pakistan particolarmente spinose.

Ma tu hai imparato a questo punto a giocare?
No, ci ho provato, ma è difficilissimo.

Che altro vedremo in mostra?
Una collezione di maglie, coppe, suppellettili raccolti in sudtirolo: al contrario delle apparenze, ci sono un sacco di squadre da queste parti, si gioca tantissimo. Squadre miste, per lo più, composte da pakistani ma anche Srilankesi, Indiani, Afghani. Poi ci sarà un workshop dedicato all’organizzazione di una grande partita di cricket: la superpartita, la definitiva, tra una squadra del nordtirolo e una del sudtirolo.
Bisogna disegnare le divise e bisognerà ricercare un’area sufficientemente grande dove giocare, cosa non facile.

Fichissimo. Ancora una domanda: come sei arrivata a progettare quegli oggetti più propriamente di design che ho visto l’anno scorso a miArt?
Tutto è partito da una mostra alla Fondazione Sandretto a Torino, The man who sat on himself, dove mi avevano invitato a partecipare. Ci avevano portato a vedere Casa Mollino, come fonte d’ispirazione. Lì vedo una lampada di tripolina, quella specie di frangia di seta tipica di certi ambienti, e decido di produrre delle tende di tripolina, dei sipari che svelano e celano delle porzioni di paesaggio, di persone, di oggetti in uno spazio – all’ingresso, da cui il nome Welcome e in altri punti. Da lontano sembrano solidi, poi diventano più trasparenti avvicinandosi e poi li attraversi e si dissolvono. In una versione successiva, tra i “superoggetti” per la Colleoni, ho elaborato una nuova versione di questi oggetti che però sono diventati esplicitamente Panorami. Sono proprio prodotti, una tenda e un tavolo.

Panorama, miArt 2017, Colleoni. Con Bianca Fabbri, foto Martina Scaravati
Panorama, miArt 2017, Colleoni. Con Bianca Fabbri, foto Martina Scaravati

A te interessa quindi il design?
Ci sono arrivata: studiosa di architettura, ho fatto questi lunghi anni di ricerca, che mi hanno portato a produrre oggetti, quindi alla fine si, mi interessa molto. Anche se poi magari questi oggetti mi servono in realtà per parlare di territori.

Panorama, miArt 2017, Colleoni. Con Bianca Fabbri, foto Martina Scaravati
Panorama, miArt 2017, Colleoni. Con Bianca Fabbri, foto Martina Scaravati

Ultima domanda: dove insegni, dove hai insegnato?
Alla Naba, alla Domus Academy, alla Syracuse University di Firenze, al Sandberg Institute in Olanda, scuola tra arte e architettura. E farò un corso di allestimento nel corso di arti visive e studi curatoriali di Marco Scotini a NABA, che mi da molta soddisfazione perché forse è quello che riguarda più da vicino il lavoro di questi anni.

Panorama, miArt 2017, Colleoni. Con Bianca Fabbri, foto Martina Scaravati
Panorama, miArt 2017, Colleoni. Con Bianca Fabbri, foto Martina Scaravati
www.matildecassani.com