Saverio Raimondo

Un viaggio nel mondo della stand-up comedy italiana in compagnia di uno dei suoi protagonisti indiscussi, nel giorno del suo esordio su Netflix e alla vigilia della quinta stagione di CNN - Comedy Central News.

Data di nascita

20 gennaio 1984 (35 anni)

Luogo di nascita

Roma

Luogo di residenza

Roma

Scritto da Nicola Gerundino il 7 maggio 2019
Aggiornato il 17 maggio 2019

Negli States è un’istituzione: da quelle parti, chiedere cosa sia genererebbe uno stupore pari al chiedere cosa siano le previsioni del tempo o il telegiornale. Qui in Italia il fenomeno è più recente, ha circa una decina d’anni, seppure si inserisca in un solco antico di comicità, tracciato da attori e artisti di spessore assoluto. Parliamo di stand-up comedy, di voce, palco, pubblico e microfono. Roma, con il format “Satiriasi”, è stata la culla di questo fermento, poi si è fatta “rubare” la scena da altre città, Milano in primis, sebbene di appuntamenti in calendario ce ne siano parecchi, disseminati tra live club come il Monk, Le Mura o il Pierrot Le Fou, teatri (come Off/Off, Parioli, Brancaccio etc.) e anche librerie, come Altroquando. Alla viglia del suo esordio su Netflix con lo spettacolo “Il satiro parlante” (17 maggio), abbiamo deciso di farci accompagnare in un viaggio attraverso questo mondo da uno dei suoi più importanti esponenti: Saverio Raimondo, che in moltissimi già conosceranno per il suo “CNN – Comedy Central News” su Comedy Central, le cui puntate della quinta stagione sono state girate proprio a Roma pochi giorni fa e andranno in onda a partire dal 24 maggio (canale 128 di Sky). Queste invece le sue prossime date: 22 maggio @ Penthouse Theatre Nights #1 (Milano), 25 maggio @ Comicity Festival (Genova), 31 maggio @ Teatro Salvini (Imperia), 2 giugno @ Focus (Genova), 12 giugno @ Teatro Intrepidi Monelli (Cagliari).

 

Quando e come nasce la tua infatuazione per la stand-up comedy?

L’ho scoperta tramite Woody Allen, che mi folgorò quando avevo solo 13 anni. Fino all’avvento di internet era difficile dall’Italia farsi una cultura in merito o seguire la scena americana; poi, grazie a Comedy Subs prima, e Netflix oggi, anche noi possiamo fruirne e riderne. Ho iniziato nel 2009, con Satiriasi, il primo esperimento di stand-up comedy in Italia. Poi non ho più smesso.

Ci sono state trasmissioni televisive che hanno alimentato questa passione e, in un certo senso, ti hanno formato?

Allora, la mia passione per la comicità risale all’infanzia: Fantozzi, Charlot, i fratelli Marx. Crescendo, il già citato Woody Allen e i Monty Python. Poi la Rai iniziò a trasmettere il Late Show with David Leterman, sottotitolato in italiano: ero ancora adolescente, ma ne rimasi folgorato. Con l’avvento di internet ho cominciato letteralmente ad abbuffarmi di comici americani.

È stata soprattutto la tv il tuo canale formativo?

Come per ogni ragazzino cresciuto negli anni 80 e 90, la tv è stata molto presente nella mia vita. Ma ho sempre guardato tantissimi film, letto molto e sono andato persino a teatro! La mia formazione comica passa anche da lì.

 

In Italia la comicità passa da sempre anche per molte tv locali. Ti ricordi qualche trasmissione in particolare, che magari possa essere considerata precorritrice della stand-up?

No, nessuna tv locale in Italia, tanto meno a Roma, ha mai fatto stand-up comedy. Facevano comicità regionale, che personalmente mi ha sempre fatto schifo.

Restando sempre a livello locale, quali sono stati i primi palchi che hai calcato?

Come stand-up comedian, il Mads, locale di San Lorenzo, a Roma, che ora non esiste più. Come autore il primo palco professionale è stato quello del Piccolo Jovinelli, sempre a Roma.

Quali sono stati a tuo giudizio i locali - o eventi come festival e rassegne - che hanno avuto un ruolo fondamentale nel fare emergere la stand up comedy? Mi piacerebbe avere una tua piccola mappatura di Roma per capire dove è nato e come si è sviluppato questo fenomeno.

Sicuramente il principio fu Satiriasi, prima al già citato Mads e poi alla Locanda Atlantide, sempre a San Lorenzo. Una vera svolta per me è stato il piccolo palco dell’Oppio Caffè, locale proprio di fronte al Colosseo: fuori dal confortevole recinto di Satiriasi, era una piazza difficile e quindi vera, autentica, dove farsi le ossa; ed è stato il primo a organizzare open mic, aprendo così alla seconda ondata di stand-up comedian italiani – Michela Giraud, Luca Ravenna, Martina Catuzzi, Stefano Rapone, solo per citarne alcuni -. La vera svolta arriva con la Santeria, a Milano: è quello oggi il tempio della stand-up in Italia.

 

Quali sono invece le scene che ti capita di calcare di più oggi, sempre rimanendo in ambito romano?

Roma non è come a Milano: non esiste un locale che programmi regolarmente stand-up comedy, tranne Le Mura a San Lorenzo e la libreria Altroquando in centro. Tutto nasce a Roma, ma Roma si è fatta scippare questa scena da Milano, come tutto il resto.

Quali sono state le altre città - e i rispettivi locali - che hanno avuto un ruolo chiave?

Il Maite a Bergamo, il Fish Club a Padova, la Latteria Molloy a Brescia, il Teatro a L’Avogaria a Venezia, il Kestè a Napoli, il teatro Intrepidi Monelli a Cagliari, solo per citarne alcuni.

Quando hai percepito che la stand-up in Italia stesse per diventare un “movimento”, con un suo seguito di tutti rispetto?

Quando ho cominciato a vedere i primi scarsi: una scena è autentica e viva solo quando cominciano a esserci anche quelli non bravi.

 

Tra i tuoi "colleghi", quali sono quelli di cui più ti piace il lavoro?

Francesco De Carlo ed Edoardo Ferrario in primis. Mi divertono molto Michela Giraud, Martina Catuzzi, Stefano Rapone e Alessandro Ciacci. Seguo sempre con interesse Velia Lalli e Luca Ravenna.

Secondo te è possibile fare una distinzione netta tra la stand-up e, passami il termine, il cabaret italiano, insomma, quella forma di comicità che conosciamo da più tempo e che ha un riscontro di massa ben datato e definito?

Netta forse no, perché la stand-up non è propriamente un genere, ma una tradizione, una postura, un blob molto ampio dai confini talvolta sfumati. Ma certamente in Italia non si è mai fatta fino a 10 anni fa: la stand-up comedy è come lo swing: non è possibile definirlo, ma se c’è (o non c’è) si sente.

Tornando a te, ricordi qual è stato il momento in cui hai capito che il pubblico e gli addetti ai lavori ti stavano notando e hai iniziato a ricevere molte più richieste per esibirti?

La mia è sempre stata una crescita graduale e costante, senza strappi, non c’è mai stato un vero e proprio prima e dopo.

Quali sono i temi con i quali ti trovi più a tuo agio?

Provocazioni intellettuali e svelare il lato ridicolo che c’è nelle cose, in tutte le cose. E trovo sempre divertente parlare di sesso.

 

Che rapporto hai con il pubblico? Sei mai terrorizzato dal pensiero di non piacere e di non far ridere?

Certo! Ci convivo, fa parte dell’inevitabile ansia da prestazione di chi fa questo lavoro.

Il grande pubblico ti spaventa? Ti capita mai di rimpiangere l'intimità degli esordi?

In realtà non penso di avere un “grande pubblico”: sono un comico di nicchia, una nicchia sempre più grande e che con il mio sbarco su Netflix comprenderà le nicchie di ben 190 paesi, ma non sarò mai mainstream. Perché non lo sono e non lo voglio essere: faccio pochissimi teatri per scelta, preferisco esibirmi nei piccoli club, proprio per conservare quell’intimità e promiscuità necessarie alla stand-up comedy.

Una tappa fondamentale del tuo percorso è stata ed è tuttora Comedy Central News. Che esperienza è stata, è e sarà?

CCN è il programma che mi ha dato modo di esprimermi maggiormente fino a oggi e di metabolizzare tutto il mio immaginario “americano” di riferimento. Nei primi due anni abbiamo sperimentato con successo la forma della striscia satirica quotidiana, per i successivi due lo show settimanale. Quest’anno abbiamo nuovamente rimesso tutto in discussione: CCN non ha senso se non come programma sperimentale, in continuo divenire, per cui sarà un magazine: più sgangherato, ma più ricco. Ogni puntata sarà introdotta da una versione di me a cartone animato che sparerà battute sull’attualità. Gli ospiti sono stati tutti girati in esterna, li ho portati a fare delle esperienze. E l’ultima puntata sarà distopica.

Comedy Central si è rivelato fondamentale per il mondo stand-up. Cosa rappresenta per te?

È stato fino a oggi l’unico editore in Italia che abbia colto la sfida di aprire ad altri contenuti e rivolgersi a un pubblico non generalista.

Un episodio negativo e uno positivo di questo tuo 2019. A inizio anno sembrava tutto fatto per Sanremo, poi il dietrofront. Com'è andata la faccenda?

Stavo lavorando a un progetto per il digital della Rai; Sanremo doveva esserne solo una piccola parte. Poi tutto è sfumato senza una vera ragione, in modo assai poco professionale e serio. Mi è dispiaciuto tantissimo, non tanto per i sette mesi di lavoro, ma perché era un progetto molto divertente e sperimentale; e io ho ancora molta voglia di sperimentare.

 

La mia sensazione è doppia: a) stiamo diventando sempre di più un paese che fa finta di ridere, ma in realtà si è incattivito e vuole solo giudicare e criticare, senza mai giudicarsi e autocriticarsi, b) che moriremo di politica. Che ne pensi?

Sono d’accordissimo. L’Italia non ha senso dell’umorismo, né editori con un progetto, un’ambizione, una cultura adeguata.

L'episodio positivo è il prossimo esordio su Netflix con “Il satiro parlante”. Cosa sarà?

È il mio primo special di stand-up comedy, frutto di 10 anni di palco. Ci sono dentro tante cose che negli anni ho rodato con successo, di serata in serata: la mia paura di volare, le mie censure, aneddoti e fantasie. Questo sbarco su Netflix è una medaglia al lavoro svolto finora, ma per me è solo un punto di partenza, non un arrivo.

Cosa altro ci sarà per te in questo 2019?

Non lo so e mi piacerebbe saperlo! Sicuramente mi metterò a scrivere un secondo libro: sempre umoristico, ma stavolta di satira feroce.

 

Finiamo con qualche domanda dalla risposta veloce. I tuoi tre maestri?

Woody Allen, David Letterman, Stephen Colbert.

La trasmissione dove prima o poi vorresti esibirti?

Ti confesso che non sono particolarmente attratto da nessun programma televisivo nazionale.

Stessa domanda, ma riguardante i teatri.

Vorrei esibirmi nei jazz club.

La persona che ti fa piu ridere al mondo? Non necessariamente un professionista.

Woody Allen fra i professionisti. Fra i non professionisti, non saprei.

Quella con cui vorresti duettare?

Sono un individualista. Ma mi piace sempre dividere la scena con una donna.

Una cosa che fa sbellicare le persone, ma a te ti lascia sempre indifferente?

Le scoregge.

 

Una cosa che a te fa ridere a crepapelle, ma nessuno, o quasi, capisce?

Certi nomi del passato o riferimenti storici, tipo Aroldo Tieri o Via Caetani.

La tua battuta migliore?

Sono il secondo di tre figli. Mia madre voleva una femmina, mio padre un aborto. Si misero d’accordo per abortire una femmina. Io li ho delusi.

Quella che hai sempre scartato?

Una sul cibo cinese riferita alla Comunione, ora non mi ricordo più nemmeno com’era.

La persona più difficile da far ridere?

Tutti.