Corrado Gioia

A Milano arriva l'estate e quindi SoloMacello, con tre episodi da giugno e settembre. Corrado Gioia ci rinfresca le idee, dagli anni passati al Leoncavallo fino all'imminente edizione del festival, attraverso la nascita di HardStaff Booking e una manciata di licenze poetiche.

Scritto da Chiara Colli il 7 giugno 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Gramsci e gli Slayer, Venditti alla Festa dell’Unità e la militanza negli anni 90 al Leoncavallo. Il punk, il rap californiano e la Motown, la componente politica ed etica nella musica dal vivo oggi ma pure la gaina. Nelle prossime righe vi capiterà di trovare un arco piuttosto ampio di riferimenti, tutti espressione coerente di un “agitatore culturale” che a Milano si dà da fare da oltre due decenni. Dopo aver intervistato lo scorso anno il Sindaco del Metal in vista di SoloMacello, stavolta non potevamo non sottoporci alla terapia d’urto di un altro componente della gang che opera dietro l’ormai storico festival, Corrado Gioia. Dai tempi in Via Leoncavallo 22, attraverso gli anni dell’attivismo do it yourself, fino alla nascita ed evoluzione dell’agenzia di booking HardStaff e l’imminente edizione di SoloMacello: una storia in cui, neanche troppo in fondo, il metal è meno protagonista del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà.

ZERO: Cominciamo dalle presentazioni. Quando e dove sei nato?
CORRADO GIOIA: Sono nato un lunedì di ottobre del 1969 e sono di Milano, del nord-est, nasco a Cimiano ma abito da 25 anni nella convergenza tra Viale Monza e Via Padova verso Piazzale Loreto, adesso c’è il vezzo di chiamarla NoLo, North of Loreto, ma è Turro, ecco, come dice Elio «io sto tra Loreto e Turro», e quindi puoi intuire perfettamente cosa faccio quando sono contento.

Come hai iniziato ad appassionarti di musica?
Fin da piccolo c’era un gelosino dove giravano 45 di musica italiana, mio padre era un melomane non appassionatissimo ma puntuale, mia madre cantava tutto il giorno sulle note di una radio sempre accesa, zii e nonni che suonavano chi la cornetta, chi la fisarmonica, fino a uno zio con un gruppo rock’n’roll nei primi anni ’60: il terreno è sempre stato fertile.

Ti ricordi il primo disco che hai comprato? E l’ultimo?
Il primo è Unmasked dei Kiss, indimenticabile, Torpedo Girl fino allo sfinimento. L’ultimo è Umbras de Barbagia di Downfall Of Nur, che ti consiglio caldamente: è un ragazzo argentino di origini sarde che fa un black metal atmosferico veramente eccellente.

Quali sono gli spazi o le realtà di Milano che sono state importanti per la tua formazione?
La mia formazione è del tutto legata al territorio dove vivo e quindi all’epoca al Leoncavallo di Via Leoncavallo 22 – il primo, ci andavo a piedi, c’era musica a prezzi assolutamente popolari, 1000/1500 lire al massimo per un concerto con gruppi anche esteri. Ero dei collettivi studenteschi, ascoltavo punk/hardcore e quindi le esperienza più vive sono sempre state in luoghi come il Leo, il Virus in Viale Piave e Piazza Bonomelli, l’Alcione di Piazza Vetra e tanti altri. Sicuramente uno dei concerti che più mi ha segnato è stato quello dei Kortatu nello stabile occupato di Via Bernina, proprio dietro l’attuale Alcatraz, il primo dove ho dato fisicamente una mano a livello organizzativo.

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I primi(ssimi) tempi del Leo, nella sede di Via Leoncavallo 22

Ti ricordi il primo concerto a cui sei stato? Come è andata?
Il primo concerto a cui sono stato e di cui ho un ricordo vivido è una cosa strabiliante, Antonello Venditti alla festa dell’Unità di Ravenna, ero con mia sorella e mia cugina, è stata un’esperienza strana ma sotto un certo punto di vista memorabile, visto che te ne sto parlando. Col senno di poi, direi che ero stato colpito dall’impianto luci… Il primo concerto a cui invece sono andato, diciamo così, scientemente e con l’intenzione di far cagare con la batteria di amici, sono stati i Wretched al Virus in Piave, forse c’erano anche i Kobra e un gruppo dove suonavano Sicilia, FedeSkin e Beppe di cui ora non ricordo il nome. Oppure sto mescolando due concerti diversi, ma insomma, era quel periodo, intorno al 1985: come contesto era il contrario di quello coi mega-palchi e le rockstar dell’epoca – così irreali e lontane dal pubblico; erano tutti ragazzi della mia età o poco più vecchi, che conoscevo oppure ho conosciuto poi e con cui avevo molto a che spartire. Ed è andata come doveva andare, c’era un ambientino che non ti saprei spiegare per chi, come me, guardava con occhi nuovi. Mi sentivo finalmente parte di qualcosa.

Sia per SoloMacello sia per i suoni che caratterizzano il roster di HardStaff, è abbastanza immediato associarti ad alcuni generi musicali. Anche da più giovane, sei mai stato vicino a qualche “scena” musicale in particolare? In qualche modo, al di là degli ascolti, la musica ha avuto un impatto su una tua formazione culturale in senso più ampio, anche politico?
La vita è comunque evoluzione e rivoluzione, quindi ti dirò una banalità: vengo dal punk. Tuttora ne ascolto tantissimo, ne ho sempre ascoltato e non è una cosa che passa come fosse un raffreddore. Poi ti dico una seconda banalità: ascolto di tutto. Ho iniziato ascoltando punk/hardcore, per me Zen Arcade degli Hüsker Dü e Rock For Light dei Bad Brains sono le basi, e poi tanto metal con Motörhead, Tank, Kiss, i primi Maiden con Di Anno e poi l’ondata thrash – primi tra tutti Metallica e Slayer.

Quando ascoltai per la prima volta She Watch Channel Zero dei Public Enemy rimasi scioccato, quindi oggi ascolto anche molto hip hop, ma trovo tremende gran parte delle cose che adesso piacciono ai più, sono rimasto legato al G-rap californiano e ai classici; poi, a un certo punto ho capito che una delle canzoni dei D.O.A. che mi piaceva di più era un classico del northern soul, quindi tuttora ascolto parecchia Motown e northern; al secondo concerto dei Fugazi al Leo, il loro fonico Joe Picuri mi regala una cassetta di go-go music, scopro i Parliament Funkadelic e ascolto tuttora del funk quando capita e ne ho voglia. Diciamo che goccia dopo goccia il bicchiere si riempie, non bulimicamente, ma con curiosità, con la mente aperta e la voglia di capire: il comune denominatore credo sia proprio il Leoncavallo o altri spazi dove le idee si mescolavano con facilità e dove ho imparato che la musica è di tutti, non c’è frontiera o elitarismo che tenga di fronte al rito umano del ritmo e della melodia. Poi al Leo c’erano delle discrete sale prove e un sacco di progettualità che trovavano spazio. Ho suonato in un gruppo punk/hardcore, abbiamo editato un demo-tape, sai quella cosa con le rotelle che gira e che se usciva il nastro magnetico ti serviva un lapis? Ci chiamavamo Emergenze. Anni dopo sono stato uno dei membri degli Lion Horse Posse, quindi rap all’interno del fenomeno delle posse: abbiamo fatto autoproduzione e siamo anche stati con qualche etichetta indie, un bel numero di concerti in giro per la penisola e all’estero, due mini-LP, svariate comparsate su dischi altrui, compilation. Insomma, la solita iper-attività di quei tempi. Mi sono discretamente divertito, ma forse è stato in quel momento che ho capito che preferivo stare dietro le quinte.

Come hai iniziato a “stare dietro le quinte”? Ti ricordi il primo concerto che hai organizzato?
Non penso di avere chiaro quale sia stato il primo organizzato, si è trattato di un processo che comprendeva montare, smontare e far funzionare l’impianto audio e luci del Leo e gestire la serata, in senso stretto, in formula collettiva; poi per un certo periodo mi sono occupato integralmente della programmazione del Leo, e una delle prime date di cui vado fiero sono i Peggio Punx in Via Leoncavallo, dopo lo sgombero del 1989.
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Nel frattempo ho iniziato a dedicarmi a una distro DIY che poi, dopo un paio di anni, è diventato un lavoro e un negozio, un’esperienza lunga 13 anni: si chiamava Riot Records, ed era anche un’etichetta, con cui ho dato alle stampe una trentina di cd di artisti italiani. Con lo stesso nome ho iniziato a organizzare dei tour per artisti stranieri e concerti di gruppi italiani in posti come il Garibaldi, con le serate chiamate Stasera Mi Butto, il Leo, dove per un certo periodo avevo un appuntamento fisso ogni giovedì con The Riot Jukebox nello spazio sotterraneo Dauntaun, il Vittoria, e poi eventi vari alla Cascina Monluè e tanti altri spazi, storie e situazioni difficili da condensare, oltre ovviamente in locali classici come il Rainbow oppure il Rolling Stone.

HardStaff nasce nel 1999. Oggi è una realtà importante in Italia e piuttosto connotata nella scelta dei suoni di riferimento – metal, hard rock, psichedelia: generi vari ma con un’identità, nella scelta artistica, riconoscibile. Quale era il progetto, l’idea a monte dell’agenzia? Non solo in termini di grandezza, ma anche nella scelta di concentrarsi su alcuni suoni in particolare.
Inizialmente io non ero nemmeno tra i soci, diciamo che ero un membro esterno che istigava/ispirava/suggeriva e mi occupavo di produzione esecutiva, nel 1999 ero troppo preso dal negozio e da tutto quello che gli gravitava intorno. All’inizio l’idea era di fornire una vasta gamma di servizi, dalla promozione per etichette, tipo la Victory con cui si è lavorato per anni, e cercare appunto con questi multi-servizi di inserirsi anche nell’ambito organizzativo dal vivo. Dopo varie vicissitudini il marchio è rimasto a me solo, diciamo da circa 10 anni, e se devo essere sincero i suoni di riferimento di cui mi chiedi hanno un significato molto più semplice di quello che ci si possa aspettare: a un certo punto mi sono chiesto se avesse senso che continuassi a rapportarmi con colleghi esteri con cui ormai avevo molto poco a che spartire, o con artisti che mi lasciavano perplesso, musicisti di cui non apprezzavo più il repertorio, seppur di successo. Molto semplicemente, ho analizzato il fatto che stessi lavorando per cose che poi, boh, mi piacevano? No, in realtà non mi interessavano. Ho valutato che preferivo – e preferisco – fare solo artisti che mi piacciono, che apprezzo, magari rischiando di più, facendo ricerca vera e propria; oppure facendo capire ad altri artisti più affermati che avrei fatto un lavoro migliore rispetto a una struttura differente dalla mia, che sarei stato meglio di qualcuno di mastodontico e spersonalizzante nei loro confronti, che io avevo la carica. Preferivo lavorare con musicisti che mi piacevano veramente e che vedevo come sottovalutati. Devo dire che tutto è venuto abbastanza naturalmente, tutto il contrario di un posizionamento di mercato. Ti faccio un esempio: dal 1994 al Leoncavallo di Via Salomone a ora ho sempre fatto le date italiane dei Cock Sparrer, quindi un grande classico dell’Oi!/street punk, non si può certo dire che sia tra i generi citati da te nella domanda, ma secondo me rappresenta bene lo spirito con cui faccio le cose: mi piacciono, ci conosciamo benissimo, è giusto che la collaborazione continui, loro sono contenti, io ne sono super felice e non c’entriamo un cazzo tra di noi. Ma va bene così.

Come si esplicita la componete “politica”, diciamo etica, nelle scelte che fai con l’agenzia?
Onestamente la componente politica/etica secondo me sta tutta, ora come ora, nella scelta della location giusta e nel rapporto con il pubblico, dal prezzo del biglietto il più popolare possibile – compatibilmente con le richieste produttive e artistiche – all’assoluta non invasività della sicurezza in sala. È tutta una serie di fattori che però riconduce solo a una cosa: una situazione rilassata, un bel concerto, delle facce sorridenti tra il pubblico.
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Per quanto riguarda gli artisti, da sempre ho una sola pregiudiziale: no fascisti/no razzisti/no omofobi, attualizzandola e facendo un esempio ti posso dire che dopo le recenti dichiarazioni, nonostante tutto quanto accaduto, non mi interesserebbe lavorare con gli Eagles of Death Metal, spiace. Io non sento di patire sacrifici, sto bene come sono, ho fatto pace con me stesso già da adolescente sotto l’aspetto delle scelte che faccio, «il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà», come scrive Antonio Gramsci.

Cos’è oggi HardStaff?
Io mi definirei come un agitatore culturale, faccio del mio meglio con il poco che ho ma con tanta fiducia e ottimismo e con il supporto di una grande, ampia, cerchia di amici carichi e di colleghi localari, webzinari e di gaina.

Rispetto a 15/20 anni fa, organizzare concerti in Italia è un mestiere diverso? Penso anche, ad esempio, in relazione a come è cambiato il mercato discografico: le band vendono molti meno dischi e tendono a puntare di più sui live.
No, non è un mestiere diverso, è esattamente la stessa cosa, sono cambiati gli approcci delle band estere, in alcuni generi siamo un mercato di seconda o terza fascia non solo a livello di vendite di vinili e download, che sono gli unici che fanno testo oramai, ma anche a livello di live. C’è la massificazione, le major hanno tentato di immettersi sul mercato del live per diversificare gli introiti ma non credo gli sia andata bene, i biglietti venduti dei grossi artisti da stadio aumentano ma chi patisce è il medio-piccolo in tour, sia straniero che italiano. Si assottiglia il numero di appassionati che vanno con continuità a vedere show di “base” diciamo, mentre emergere per nuovi artisti è certamente più facile con l’utilizzo globale dei social network, ma consolidare poi l’exploit del momento sembra molto più difficile.

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Pugno di ferro e guanto di titanio

Quando e come è nato SoloMacello? Quali sono le altre realtà che ne fanno parte?
È stata l’evoluzione del MiOdi, aggiungendo artisti stranieri e nulla di più, da sempre i compagni d’avventura sono Teo e Luca di SoloMacello, i veri detentori del metal, e Genny di Lullabies, lo splendido negozio monzese di dischi, la reginetta della sassata sonora. Se noi tre siamo il pugno di ferro, lei è il nostro guanto di titanio.

Tu eri già operativo da una decina d’anni con HardStaff: come è stata la convergenza tra la tua agenzia e le altre due realtà che lavorano dietro SoloMacello?
È nato abbastanza naturalmente, ma uno dei fattori scatenanti del sabba fu quando ci fecero notare che MiOdi, come nome, era troppo vicino a quello di un altro festival. Così abbiamo serenamente cambiato per non mescolare lo champagne che produciamo noi con il tavernello che vi vogliono rifilare altri. Anche perché ci stavano portando nel loro territorio, per noi inesplorato, a discutere di una stronzata, di un gioco di parole, e ci avrebbero sconfitto, non siamo abituati alla stupidità. La nostra alleanza, invece, è stato un avvenimento progressivo che era già nell’aria, inizialmente aggiungendo artisti stranieri al festival che nasceva come solo italiano, poi una grafica qui e lì, un concerto insieme, un bancone del bar là, una collaborazione con un festival toscano tutti insieme, un braulio lì. Insomma: far flanella diventando sordi in una sola sera non è mai stato così semplice.

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Con SoloMacello il metal è il genere centrale, ma confluiscono anche suoni affini, lo stoner, la psichedelia, l’hardcore. Come bilanciate il cartellone e come scegliete i gruppi? Mescolare è un’esigenza per ampliare il pubblico o una necessità vostra per divertirvi nel fare il festival?
Non mi sono mai posto il problema di definire qualcosa di specifico, mi sento che mi mancherebbe l’aria a circoscrivere esattamente quello che stiamo facendo, in genere i nomi che saltano fuori ci devono eccitare, esaltare, poi la radice o l’attenzione al genere proposto perdono d’importanza, ci deve essere la caricanza. Molto spesso quello che succede, e che ci mette tutti d’accordo, è la presenza di un disco nuovo per qualunque degli artisti, sia italiani che stranieri; oppure un’occasione unica irripetibile, ultimo tour, reunion dopo millenni… Oppure su taluni artisti abbiamo idee radicalmente diverse e inconciliabili, ognuno dice la sua e alla fine ne veniamo a capo sempre, nel male o nel male.

Dall’anno scorso SoloMacello non è più un unico appuntamento in forma di festival ma si snoda su più appuntamenti. In che senso va questa scelta, è solo di tipo logistico?
In realtà ci siamo detti, ma perché in una sola sera? Ed ecco spiegati anche gli “Episodi” estivi. La formula funziona come funzionava quella prima dei due palchi e 8/10 band in una sola serata, solo ci sentiamo più liberi non essendo ingabbiati in un solo evento. Non è detto che le cose non tornino come prima in un futuro ma per il momento va bene così.

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Quest’anno i due “headliner” sono Unsane e Napalm Death: non hanno bisogno di presentazioni formali, ma c’è qualche aneddoto, ricordo personale con cui vuoi introdurli?
Degli Unsane non scorderò mai le facce la prima volta che suonarono al Leoncavallo di Via Salomone nel 1994, li organizzai con Giovanni “Pennello” ed erano un gruppo ancora perlopiù sconosciuto qui, agli albori del sound Amphetamine Reptile Records, non avevano mai suonato davanti a così tanto pubblico, c’erano un migliaio di persone. Dei Napalm Death ricordo lo show al Forte Prenestino che per me e tanti altri è stato un evento epocale, con i Sore Throat, ma devo dire che anche la fan pornostar/cuoca vegana in camerino a un festival toscano due anni fa è una gag che ricordo con piacere. Io attendo sempre a ogni concerto la loro versione di Nazi Punks Fuck Off con ansia, sennò non sarebbe un loro concerto. È l’inno nazionale per me.

Che altro ti devo dire? Giovedì, 9 giugno, Unsane, i francesi Sofy Major che piano piano stanno crescendo, i nostri Gordo che hanno tirato fuori un disco eccezionale e Hate & Merda – una delle migliori realtà italiane al momento secondo il mio punto di vista, con loro e anche da solo Matteo Bennici, che vi lascerà a bocca aperta. Il secondo appuntamento, giovedì 28 luglio, a parte i Napalm che hanno pestato fuori un disco impressionante quest’anno, i Cattle Decapitation da San Diego, mancano da una vita in Italia e sono degli schiacciasassi, io per loro sono esaltatissimo. Ci saranno gli Ottone Pesante, il vero heavy metal da fanfara.

La fama del pubblico metal, non credo solo in Italia, è quella di essere molto fidelizzato e “presente”, qualcosa di non distante a una sottocultura che si rinnova costantemente. Immagino tu abbia anni di esperienza in merito, anche in prima persona: ci parli del pubblico metal a Milano e, in seconda battuta, del suo rapporto con SoloMacello?
Io non sono un sociologo e Sacks e Bangs li ho solo letti, ma il rito della musica supera di gran lunga quello della sottocultura giovanile, che mi sembra sia la base del tuo discorso. Io nelle ultime settimane ho visto da gruppi hardcore appena usciti dalla cantina in una casa occupata ai Motorpsycho, da Elvis Costello agli At The Drive In e ovunque ho incontrato gente che ascolta senza preconcetti che era qui e là: dovresti iniziare a girare un poco a concerti anche tu, che mi sembri arroccata su posizioni un poco distanti dalla realtà. Il pubblico è pubblico, ha gusti universali e non catalogabili, su, dai.

Sì, ne facevo più un discorso culturale, più che strettamente musicale. Alla stessa domanda, contro ogni pronostico, lo scorso anno il Sindaco del Metal rispondeva più ragionevolmente, facendo un distinguo tra il pubblico vicino a SoloMacello – più ampio di vedute – e «quello più “emerso”, non tanto e non sempre per numeri, quanto per l’intenzione che sta dietro il fare le cose: concerti più grossi, circuiti più “ufficiali”. Dovessimo tirare una riga, Lo-Fi da una parte e Alcatraz dall’altra. Sopra tutti questi, ci sono i personaggi che adoriamo di più, e un giorno vorremmo fare un festival solo per loro: i rimastoni. Quelli che ci sono solo i Voivod e i Napalm Death. Quelli che l’orizzonte degli eventi si esaurisce con Legend 54 e Blue Rose Saloon. Purezza assoluta». Ma torniamo a noi. Se pensi a 15/20 anni fa, quali sono le differenze più grandi che riscontri in termini di spazi disponibili, mentalità del pubblico e delle istituzioni a Milano? E in particolare dalla prospettiva di un festival come SoloMacello o di un’agenzia come HardStaff, che non seguono un trend e hanno un’identità precisa.
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Penso che ci sia un motivo sostanziale per cui SoloMacello sia al Magnolia, oppure appunto nelle edizioni di “Anteprima” a maggio e “L’estate sta finendo” a settembre al Lo-Fi Club: proprio per questa attitudine al vivere la giornata in rilassatezza totale tra musica, banchetti di dischi e distro e chiacchiere. È l’attitudine di questi due circoli che incontra l’esigenza che abbiamo di fare le cose a nostro modo. Io incontro solo pubblico aperto mentalmente da sempre, forse sarà che ho culo e mi dice così, ma non vedo settarismi inutili dai primi anni ’90 in città, dall’ondata di sxe di quegli anni, quando crescendo si sono fatti una birretta anche loro si sono riacciuffati per fortuna; ci sono insospettabili in giacca e cravatta che ascoltano black metal, così come creste e moicani che vanno anche ai concerti di Cristina d’Avena oppure ai dj set di trash del Brega o di Spazio Petardo. Sono abituato a non pensare in termini di ghetto, preferisco superare questo tipo di frontiere. La fidelizzazione che ha senso è alla musica, che sia suonata dal vivo o da dj o sul tuo piatto in casa, e di questa ne vedo tanta – seppur non ancora abbastanza. SoloMacello è aperto a tutti e ci viene gente di tutti i tipi. Le istituzioni se ne fottono, qua è tutto demandato all’iniziativa privata e all’associazionismo, a Milano non esiste un’arena concerti degna di tale nome, sono stati utilizzati dei parcheggi, delle spianate di asfalto e non è con l’assegnazione di due spazi con bandi comunali che crei cultura musicale diffusa. Qui il concerto rock generico viene avversato dal comitato di quartiere San Siro per esempio, quanti sono? Sei concerti l’anno? Parliamo di Bruce, di Vasco. Gli disturbi la loro pubblica quiete. Questo è il livello cittadino. NIMBY: tutto bello, ma non dalle mie parti.

A giudicare dall’assenza di filtro che usi anche sui social network, mi pare evidente che tu abbia le idee molto chiare del rapporto tra musica, “socialità” – quella reale – e politica. Visto che siamo in tema con le amministrative, se tu ne avessi il potere, quali sarebbero i tre grandi cambiamenti che opereresti nel rapporto tra musica/territorio e politica?
Vorrei di nuovo vedere musica all’Arena, al Vigorelli, in città, non espulsa dal centro per interessi ridicoli. Per il resto, ho sempre pochissima fiducia nelle istituzioni – anche se devo dire che lo sportello unico per lo spettacolo mi sembra il minimo sindacale che è stato fatto, la strada è lunga. Definitivamente un’arena concerti all’aperto, al Parco Lambro oppure in un’altra area verde cittadina, ben servita dai mezzi pubblici, con magari alcune infrastrutture di base già in fase progettuale; è un sogno che so bene non si avvererà mai, ma credo che per il momento mi basterebbe anche solo la riapertura del Palalido.

Cosa ne pensi di questi grandi raduni metal che ci sono oggi in Italia? Ti sembrano all’altezza, non solo di quelli degli altri Paesi ma anche della quantità di pubblico a cui fanno riferimento e del “format” che propongono?
In Italia vedo solo il Gods Of Metal che sia minimamente paragonabile ai grandi festival europei, sia per la scelta della scaletta che per la capacità di accoglienza – quest’anno non sono andato perché venivo da una sequenza di tre concerti in tre giorni in due città diverse ed ero fiacchissimo, ma mi è dispiaciuto. La sera prima al Rock’N’Roll ci siamo bevuti qualcosa con i Korn e avrei voluto veramente vedere gli amici The Shrine alle prese con un palco di quelle dimensioni. La scelta della location quest’anno mi è parsa veramente azzeccata e la formula con due palchi sempre sperimentata a Monza, ma allo stadio, anni fa la migliore.

Qual è l’episodio più “metal” a cui hai assistito nella tua vita?
Gli Slayer al Palatrussardi che interrompono il concerto perchè Pinky si è incastrato in tuffo nelle transenne, lo guardano tra l’attonito e il preoccupato mentre viene portato via in barella e lui sorride con la gamba in un’angolazione innaturale e gli fa le corna. Ciao Pinky!

La band più ingestibile con cui hai avuto a che fare?
Una volta ti avrei detto i Murphy’s Law e i Biohazard, oggi sono solo amici di cuore come solo dei newyorchesi possono essere, dal faccia a faccia a muso duro agli abbracci fino alla febbrile attesa di quando si va a mangiare, con le loro richieste in italiano maccheronico. Con ambedue la gag è sempre stata “che te lo dico a fare”, cioè, forget about it!, una frase utile in ogni situazione.

Chi vorresti far suonare alla prossima edizione di SoloMacello?
Io da anni ho sempre in mente i Carcass ma non so se riusciremo mai, a un certo punto quest’anno mi ero fissato coi Mayhem che risuonano De Mysteriis Dom Sathanas ma poi ci siamo guardati bene nelle palle degli occhi ed è stato un «naaaah» collettivo che ne è scaturito. Gli Obsessed e i Goatsnake, con loro ci riusciremo prima o poi; D.R.I., Suicidal… Sono talmente tanti i nomi.

Il miglior concerto che hai visto in vita tua? E il concerto più devastante visto a SoloMacello?
Il prossimo a cui assisterò. No, a parte gli scherzi, sono troppi i migliori concerti della mia vita, ma svettano i Bad Brains con i Negazione al Fri Son di Friburgo nella Confederazione Hellvetica. A SoloMacello senza ombra di dubbio gli EyeHateGod sono stati i più devastanti, ma ciò di cui vado più fiero è stata l’esibizione dei Wurst, dal Botswana, il primo gruppo metal africano a suonare in Italia.

Congedaci con una dritta: la tua top 5 definitiva dei mejo dischi metal di sempre.
Un poco riduttiva, ma basilare:
Motörhead – Overkill
Metallica – Kill’em All
Slayer – Reign in Blood
Iron Maiden – Killers
D.R.I. – Dealing with It (l’anello di congiunzione tra l’HC ed il thrash)