Wally di Orticanoodles

I muri dell'Ortica parlano

Scritto da Giada Biaggi il 3 luglio 2020

Foto di Carolina Di Lazzaro

La mente creativa di quella che possiamo chiamare la versione meneghina della East Side Gallery berlinese si chiama Wally ed è il capo del collettivo Orticanoodles (e, che dire, i riferimenti geo-spaziali alla terra del Sol Levante si sprecano).

All’interno del progetto di valorizzazione del quartiere Or.Me (acronimo di Ortica Memoria), il collettivo Orticanoodles si occupa della realizzazione dei murales che lo attraversano – copiose opere di street art che negli anni hanno dato vita al più esteso e coerente esempio di arte pubblica della città. Incontriamo Wally – nato a Carrara e da fine anni Novanta residente all’Ortiga – dentro i cancelli del Teatro Cinema Martinitt, dove era in corso di realizzazione il Muro delle Sette Arti.

foto di Carolina Di Lazzaro

Come nasce il progetto di Orticanoodles?

Allora il nome è stato validato nel 2004 con l’intento di dare un impronta stilistica al nostro modo di intendere la Street art – erano gli anni in cui nasceva il muralismo su commissione e darsi un nome era un modo banalmente per rendersi riconoscibili e commercializzabili in questo scenario che andava formandosi. All’inizio dipingevano prettamente all’interno del quartiere piatti di spaghetti orientali con le punte, come fossero ortiche, da qui il nome Orticanoodles.

Com’è cambiata la morfologia emotiva del quartiere in seguito alla realizzazione di queste opere di arte pubblica?

L’aspetto interessante è come questo punto abbia avuto un’influenza prettamente di tipo sociale e prettamente di coesione a livello di quartiere. In ogni parte del quartiere dove c’è un dato muro che rappresenta determinate personalità della storia piuttosto che la cultura, le persone si riconoscono fortemente; questo crea un senso di appartenenza e di implicito rispetto per lo spazio comune. Inoltre i muri hanno redescritto la geografia urbana del quartiere – io per esempio abito tra il Murale della legalità e tra quello della Musica Popolare (ride).

 

 

foto di Carolina Di Lazzaro

Come mai hai deciso di vivere qui?

L’Ortica è un quartiere che ha un’identità molto forte, è una borgata con una spina dorsale molto forte. Andare quindi a fare un progetto sul valore della memoria in un quartiere con un’identità storica molto forte è una sovrascrittura interessante e stimolante sotto ogni punto di vista.

In che modo i murales hanno dato vita a una riqualificazione urbana?

In una maniera molto semplice, cioè facendo vedere alle persone dei luoghi che prima non c’erano e attivando tutta una serie di frenesie estetiche in seguito. Mi spiego meglio: per esempio i primi due muri – sia il Murale della Legalità che quello della Giustizia – sono stati realizzati su dei terrapieni delle FS, dei non luoghi, degli spazi che la gente non vedeva. Adesso lì vicino ci sono delle panchine e degli alberi – l’arte pubblica aiuta a rivedere la realtà codificandola attraverso nuovi codici estetici che diventano anche umani, in questo assurge ad avere una funzione politica, di riattivatore della comunità.