Sono passati più di dieci anni da quando Rirkrit Tiravanija distribuiva, in Arsenale, 14.086 mattoni per la “costruzione di una casa semplice per una piccola famiglia in Cina”. Come altri 14.085 visitatori, ho camminato per le calli veneziane con il mattone nella borsa, fiera di aver vissuto una minuscola parte di quel progetto identitario. È dunque emozionante leggere che l’artista tailandese ritorna in Laguna e, per il Padiglione del Qatar, fa parte di un progetto curato da Tom Eccles e Ruba Katrib. Untitled (a gathering of remarkable people) include artisti ed intellettuali dalla raffinata pratica come Tarek Atoui, Sophia Al Maria, Alia Farid, Fadi Kattan. Questo gruppo di musicisti, poeti, artisti visivi e chef, rappresenta un buon esordio per raccontare di una Biennale densissima che prende ancora vita dentro e fuori i Padiglioni classici dei Giardini e dell’Arsenale. Oggi più che mai è una rassegna complessa, preceduta dalle scelte molto discusse della curatrice Koyo Kouoh, mancata lo scorso maggio, e proseguita con le recenti dimissioni della giuria della Biennale, per la prima volta nella storia.
Un numero dispari ed esponenziale che richiama un codice di emergenza che, forse, cercherà di restituire prospettive per guardare diversamente al mondo.
Questo è l’incipit di una piccola guida dentro e fuori i Padiglioni. Appunti di tappe da approfondire man mano, utili a delineare le atmosfere e alcune delle scelte realizzate. Intanto qualche nome che brilla tra gli invitati alla mostra generale: Laurie Anderson, Zoe Leonard, fierce pussy, Ranti Bam, Nick Cave, il signor Marcel Duchamp, Carsten Holler, Sohrab Hura, Alfredo Jaar, Guadalupe Maravilla, Wangechi Mutu e anche artiste che esordiscono sul suolo europeo come la jamaicana Ebony J. Patterson. In totale sono 111 lə artistə invitatə da Kouoh per la rassegna, dal titolo In Minor Keys. Un numero dispari ed esponenziale che richiama un codice di emergenza che, forse, cercherà di restituire prospettive per guardare diversamente al mondo. Il titolo richiama quell’eco che risuona nel sistema culturale negli ultimissimi anni: l’urgenza di non fare rumore, di arretrare di un passo, di agire con partiture più leggere.

Un altro focus importante riguarda i paesi invitati per la prima volta nella storia alla Biennale veneziana: il Padiglione della Repubblica di Guinea, che ha sede a San Servolo, il luogo più simbolico di tutti nella laguna per quanto riguarda la tratta degli schiavi e il loro smistamento da questa parte d’Europa. San Servolo è anche la sede di un ex Manicomio dove, negli anni passati, solo avanguardisti come MyMovies o Toilet Paper hanno festeggiato la cultura su questo suolo galleggiante. Un “must see” sicuramente, con cautela, pensando che la storia spesso si ripete. Anche El Salvador, con Beatriz Cortez, è una new entry alla Biennale, insieme alla Repubblica Socialista del Vietnam, la Repubblica Federale di Somalia, la Sierra Leone e la Repubblica di Nauru, una micro-nazione nel Pacifico. Si leggono cose interessanti anche sul Padiglione Etiopia, con l’artista Tegene Kunbi a Palazzo Bollani. Anche qui il titolo promette riflessioni: Shapes of Silence. Il Sudafrica è assente. La Tanzania porta l’italiano Christian Balzano.
Tra i Padiglioni più storici, quelli che da anni si è soliti annotare sulla mappa della Biennale, l’Austria proclama “violenza e sesso esplicito” con lo sguardo estremo di Florentina Holzinger. Accorreremo dunque a risvegliare i nostri sensi assopiti. La Russia ci farà fermare davanti alle guardie armate come nel 2019? Fatto sta che alla preview – si vocifera – terranno aperto. Del resto la guerra si è sempre fatta anche con la cultura. Il Giappone ospita Grass Babies, Moon Babies di Ei Arakawa-Nash. Più avanti nei Giardini, l’Inghilterra con un’installazione sonora di Lubaina Himid, Turner Prize nel 2017 e pioniera del Black British Art Movement; la Francia con Comme Saturne il solo show dell’artista Yto Barrada a cura di Myriam Ben Salah; la Germania, dove la curatrice Kathleen Reinhard mette in mostra un progetto di Henrike Naumann, completato dallo studio dell’artista, scomparsa a 41 anni la scorsa estate. Come nel Risiko, questi stati fanno gruppo e, solitamente, accolgono con opere immersive.

Nel percorso dopo queste nazioni, nel giardino, si prosegue con l’Australia dove Khaled Sabsabi presenta conference with one self; il Canada con Abbas Akhavan. Con Armen Agop anche l’Egitto si legittima con un’urgenza di quiete, con il titolo Silence pavillon. La Svizzera mette in scena la tematica dell’acqua con una mostra collettiva, che ricorre spesso in questa Biennale. Agli Arsenali, da osservare l’Armenia, con il progetto The Studio dell’artista Zadik Zadikian; l’Albania, che ha un titolo promettente: A place in the sun. Un salto a guadagnarci un posto al sole è dovuto. L’India, con Geographies of Distance: remembering home, crea una mostra collettiva. Sempre all’Arsenale ci sono, tra gli altri, Amina Agueznay, nel Padiglione del Marocco e, per l’Uzbekistan, una collettiva dedicata al mare. La Turchia, con A Kiss on the Eyes di Nilbar Güreş, ci attende con un’installazione dai diversi e colorati materiali, come un totem che promette speranza. Un must di quest’anno sembrerebbe anche il Padiglione del Messico: Noé Martinez (parte del collettivo RojoNegro) rappresenta il suo paese con il progetto Actos invisibles para sostener el universo.

«Che cosa succede se guardo una scultura negli occhi?» si interroga Cecilia Canziani, curatrice del Padiglione Italia. Non ci sono italiani nella mostra generale Kouoh? Ha invitato il francese Duchamp, poteva almeno metterlo in dialogo con Lucio Fontana? Non importa. O meglio, importa ma solo perché ci serve per andare su nuove prospettive di riflessioni.
Per noi, le “Sisters” di Chiara Camoni avranno ancora più responsabilità, dimostrando che non «c’è un mondo pacificato», racconta Canziani in un’intervista «e gli accumuli di piccoli pezzettini che creano i grandi corpi scultorei dell’artista rappresentano un paese, un’umanità e un pensiero collettivo». Il Padiglione italiano mostra un dialogo tra due professioniste che, attraverso le presenze scultoree di Camoni e i suoi materiali, creano un rapporto diretto con il pubblico e anche una costante relazione tra loro. Sister e Diamonds (strutture costruite in unici pezzi a colombino, con la tecnica della produzione dei vasi) trattano sguardi, sacralità e mostruosità in maniera corale.
Fuori sede, tra una mostra, una colazione e qualche pausa con sguardo laguna, il Kazakhstan invade il Museo storico navale e il Pakistan che, a Dorsoduro, presenta l’artista Faiza Butt nell’ex Farmacia solveni. Sempre in zona, la IUAV presenta un progetto con l’Arabia Siriana presso il Cotonificio dedicato a Palmira. La prestigiosa Università ospita un progetto speciale realizzato da Emilia Kabakov: Diario Veneziano, ideato con il marito Ila prima della scomparsa, che ha unito la collettività della città attraverso una open call durata mesi. Sempre alle Zattere, lo spazio EdB Contemporary in collaborazione con Women Without Borders, mette in mostra Cilia di Léa Dumayet. Tra gli spazi che accolgono mostre di artisti emergenti una gita alla Fondazione Bevilacqua La Masa è d’obbligo.

Ma torniamo ai Padiglioni tra le calli: l’Azerbaijan, ormai alla sua terza presenza in Biennale, ha sede presso il Campo de la Tana a Castello, con Faig Ahmed. Il Padiglione della Lituania è la Fucina del futuro a Castello. L’artista Budvytytė presenta una nuova installazione filmica multicanale: animism sings anarchy. Come dimenticare la performance sulla sabbia di Lina Lapelyte che vinse il Leone d’Oro nel 2019. Da allora la Lituania è nella “to do list”. Sempre a Castello c’è il Padiglione Venezia, che ospita il musicista Dardust, in un progetto collettivo con Alberto Scodro, tra gli altri. Vi ricordate Maurizio Cattelan e il progetto per il Padiglione Vaticano (anche Papa Francesco era andato in visita) presso il carcere della Giudecca? Anche quest’anno la Santa Sede stupisce con il Padiglione curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers. The Ear is the Eye of the Soul si sviluppa nei luoghi dei Carmelitani Scalzi e Santa Maria Ausiliatrice ed è incentrato sul suono e l’ascolto, coinvolgendo 24 artisti internazionali tra cui i mitici Patti Smith e Brian Eno. Alle Zattere c’è il Padiglione della Bulgaria con una mostra collettiva nella sala Tiziano al Centro Don Orione. Ovviamente il giro per la Laguna è ancora densissimo di novità e costellazioni, dal Cipro al Kosovo e tante altre sperimentazioni. Ma si può partire da alcune di queste tappe, senza farsi prendere dalla fomo del fruire tutto, e godersi quella straordinaria cornice che è Venezia.
Quest’anno, più del solito, troviamo una marea di mostre e eventi, molto valide e spesso fuori da luoghi istituzionali. Vi faremo avere una guida molto esaustiva e speciale su questo, ma intanto vi lascio qualche imperdibile per i primi giorni veneziani: il percorso all’interno della rassegna parte con l’apertura di luogo speciale, dove costruivano le barche: con The Galeazze Project, a cura di Edoardo Lazzari, quest’area dell’Arsenale Nord accoglie per la prima volta al pubblico con una performance dell’artista e coreografo Faustin Linyekula, in collaborazione con il musicista Heru Shabaka-Ra. La Fondazione Pier Luigi Nervi presenta If All Time Is Eternally Present, curata da Chiara Carrera e Marta Barina con le opere video di Kandis Williams, Tai Shani, Meriem Bennani & Orian Barki proiettate ogni sera sulla facciata del Palazzo fino al 7 giugno 2026. Citando il video, non si può non fare una tappa approfondita al nuovo episodio veneziano realizzato da In Between Art Film. Quest’anno la mostra si intitola Canicula e mette in scena i video di Lawrence Abu Hamdan, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Roman Khimei e Yarema Malashchuk, Janis Rafa, P. Staff, Wang Tuo, Yuyan Wang e Maya Watanabe nella ormai “istituzionale” sede dell’Ex Ospedaletto. Tra le mostre fuori Biennale segnalo alcune tappe: l’Archivio di Stato di Venezia Refettorio d’inverno; la Fondazione Giorgio Cini con opere inedite del maestro Georg Baselitz, appena mancato, e David Salle; naturalmente Fondazione Prada – Ca Corner della Regina non delude mai, che metta in mostra una personale di Kounellis o il progetto visionario Monte di Pietà – che, a cura della mitica Nancy Spector, presenta Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince; a Ca’ Pesaro la grande personale di Jenny Saville; a Palazzo Franchelli il duo Eva & Franco Mattes; al Museo Fortuny Erwin Wurm; alle Gallerie dell’Accademia c’è Marina Abramovich; a Palazzo Marin Shirin Neshat presenta una trilogia inedita. Un’altra grande dell’arte presenta un progetto: si tratta di Judy Chicago presso la galleria Alberta Pane. Non esiste il Padiglione scozzese, pertanto la mostra Scotland + Venice: Bugarin + Castle degli artisti di Glasgow, curata da Il Mount Stuart Trust, vale una tappa all’ex officina Olivoro a San Piero di Castello. Non si può non passare da Marinella Senatore, non solo per festeggiare la sua nomina di “artista dell’anno” data dalla GNAMC , ma per vivere una delle stratificazioni dell’ormai iconico progetto We Rise by Lifting Others: questa volta l’artista lavora con i bambini e le loro famiglie, all’interno della speciale location di Procuratie Vecchie presso The Human Safety Net. Ancora uno sforzo: nella nuova, speciale, sede della Dries Van Noten Foundation la collettiva The Only True Protest in Beauty. Oltre a un titolo, uno statement che l’arte utilizza come arma da sempre. Un’arma che aiuta a digerire gli ostacoli.

