Ad could not be loaded.

Trattorie cinesi: riso e rivoluzione

Guida per chi vuole mangiare bene senza spendere troppo. Tra bacchette e wok fumanti, le trattorie cinesi si confermano la tavola del popolo.

Scritto da Lorenzo Cibrario il 16 febbraio 2026

I ravioli di Ju Xin Lou

Dove mangiano oggi gli operai?
Alla trattoria cinese.
E gli studenti? Idem
E Rocco e i suoi fratelli?
Indovinate un po’?

Seduto da Ju Xin Lou, in zona Pasteur, in un tripudio di arredamenti orientaleggianti, non sono i ravioli al vapore né il tofu saltato col riso a sorprendermi — peraltro buoni e onesti — ma la composizione della sala. I clienti sono infatti per lo più lavoratori e studenti. Due operai in tuta, vicino all’arco che divide il ristorante in due, mangiano noodles. Alla mia sinistra, due elettricisti parlano di lavoro sorseggiando tè al gelsomino e armeggiano con le bacchette. All’ingresso, due universitari studiano il menu dopo le lezioni, vicino a grandi vasi cobalto decorati con cascate verdi e pesci color corallo, mentre due sciure in pensione se la raccontano di gusto, tra un toast di gamberi e l’altro.

Stessa storia il giorno prima, a pranzo da Long Chang in Paolo Sarpi: pollo alle mandorle con riso al vapore, dove ho speso il giusto, circondato da lavoratori in pausa pranzo, turisti da Olimpiadi e due professori che si sbaffavano nuvole di drago come Poldo Sbaffini gli hamburger nel cartone animato di Braccio di Ferro. Il riso al vapore sembrava una nuvola calda e il pollo aveva quel gusto di mandorla tostata e salata che ben si accompagnava ai cipollotti freschi sparpagliati sopra. 

Ancora, alla trattoria Xiyuan, a Lodi T.I.B.B., l’ambiente è spartano fino all’osso. Ma il mio kung pao è sapido e saporito, e il cibo degli altri commensali sembra altrettanto gustoso, a giudicare dalle facce soddisfatte dei clienti: muratori con i pantaloni imbiancati e gli scarponi antinfortunistici. E poi c’è il mio posto preferito quando cerco un ambiente quasi familiare: il Bar Amico, sempre in Paolo Sarpi. Qui un mapo tofu e una zuppa di noodles viaggiano tranquillamente sotto i dieci euro – tra banconi di legno e divisori da pub inglese, la cucina e l’atmosfera sono gioviali, anche grazie a gestori simpaticissimi. Non mi dimentico manco del Ristorante Shiyunjia, con le loro crepes ripiene di un qualcosa che non ho ben capito, ma che avevano un gusto leggero e croccante – come leggero era il prezzo, 4 euro per una crepes di dimensioni ragguardevoli. 

I gestori delle trattorie cinesi ci hanno visto lungo: mantenere prezzi popolari mentre tutto intorno si alzano le serrande di un bistrot da sopracciglia alzate.

Durante questo mio breve viaggio tra le trattorie cinesi milanesi, quelle un po’ meno glamour, ho avuto la netta impressione che siano diventate l’alternativa economica al piatto di pasta. Con una cucina italiana ormai ridotta a barzelletta da bene immateriale UNESCO, dove il piatto di pasta ha nel frattempo superato i dieci euro, sono queste trattorie che hanno preso il posto del pranzo economico e frugale.

Ora, sia chiaro: conquistare una fetta di mercato perché le disponibilità economiche dei clienti sono esaurite non è una vittoria rivoluzionaria — non è invadere un mercato gastronomico sbaragliando la concorrenza. Non c’è nulla di eroico in tutto questo. Ma i gestori delle trattorie cinesi ci hanno visto lungo: mantenere prezzi popolari mentre tutto intorno si alzano le serrande di un bistrot da sopracciglia alzate. In una Milano sempre più città-ristorante, dove anche il pranzo feriale è diventato un lusso, mangiare senza svenarsi è ormai un’impresa. Eppure, proprio qui, le trattorie continuano a offrire piatti che sfamano davvero, a prezzi ancora contenuti.

Ho riletto da poco La vita agra di Luciano Bianciardi, dove il protagonista fa i conti con affitti, bollette, sigarette e la trattoria come spazio di sopravvivenza quotidiana, come un luogo imprescindibile dal suo vivere la città di Milano. Oggi, probabilmente, Bianciardi manderebbe il suo alter ego in una trattoria cinese a mangiare ravioli al vapore e noodles invece di una cotoletta. 

È come se — al netto di pandemie, infrazioni e guerre mondiali — la cucina italiana sia diventata soprattutto una moda da Instagram, di cui tutti paghiamo le conseguenze, tra cuochi ridicoli in televisione e piatti popolari spacciati per gourmet. Esistono ancora, certo, piccole realtà dove mangiare senza svenarsi. 

Ma il fatto che questo ruolo sia oggi affidato alle trattorie cinesi parla più di noi poveri neo proletari e meno di questi scaltri commercianti.

Bar Amico Mapo tofu convincente, zuppe di noodles a prezzi stracciati e un ambiente a metà tra pub inglese e bar anni Cinquanta. L’atmosfera è caotica ma senza attriti, anche grazie a un personale informale e presente.

Ristorante Shiyunjia Ambiente decisamente casalingo per questa trattoria specializzata nella cucina del nord della Cina. Crepes e liangpi noodles meritano il podio, ma anche i ravioli al vapore tengono la linea: piatti semplici, ben fatti, senza ammiccamenti.

Tang Gourmet – Un ritmo frenetico da film dei fratelli Safdie, tra cuochi che impugnano padelle giganti, la titolare alla cassa che prende ordini e camerieri che sfrecciano con piatti di dim sum e cucina cinese tradizionale. Da battaglia.

 

Ju Xin Lou – Ambiente da cartolina, servizio rapido e cortese. Mi sono piaciuti sia gli antipasti che le portate principali di cucina classica cantonesi. Bonus, fanno anche la pizza.

 

Trattoria Xiyuan – In questa trattoria si possono assaggiare sia piatti della cucina cinese che quelli della tradizione peruviana. Un mix interessante che funziona, anche grazie ai prezzi popolari. Non vi fate spaventare dalle grida dalla cucina, sono parte dello spettacolo, in questo posto.

 

Hua Cheng – Se quello di cui hai voglia è una trattoria cinese, Hua Cheng è la prima scelta, da sempre. Andando oltre le solite ordinazioni, qui si può scoprire le leccornie della Cina vera: intestini, sanguinacci, rane, lumachine, cannolicchi e altre diavolerie per stomaci forti.