Come si misura il valore di un progetto culturale? Di questa cosa ne parliamo da decenni e ci pensavo di nuovo negli ultimi giorni, ogni volta che inciampavo sulle discussioni sviluppatesi a partire dal maxi-concerto di Ultimo e sui grandi eventi. La cosa interessante è che ci sono centinaia di indicatori, si sono perse ore e ore di ricerca universitaria, si è scomodata pure la scienza, eppure nulla, non esiste una risposta univoca. Tant’è che sul “valore culturale” ognuno può dire la sua senza avere (quasi) mai torto.
Quindi partirei dalla domanda precedente: cos’è la cultura? È un oggetto? Certo, potrebbe essere. Perché un oggetto è anche l’insieme dei valori culturali che l’hanno originato – potremmo dire anche: l’ideologia – e, soprattutto, la capacità di quell’oggetto di rafforzare quei valori o generane di nuovi. Lo stesso discorso vale anche per gli eventi e per moltissime altre questioni. Però, se ogni nostra azione, pensiero, manufatto è culturale, non è detto che ogni cosa che facciamo sia cultura. Provo a spiegarmi meglio parlando di eventi: ogni evento è culturale perché, dicevamo, racchiude un insieme di valori, ma fa cultura solo nella misura in cui rafforza un valore (culturismo, cit. Andrea Ruggeri) o ne crea di nuovi. Quindi avrebbe forse più senso parlare di cultura buona e cultura cattiva, e capire se per una o per l’altra intendiamo o la capacità di rafforzare un valore – o l’ideologia – o contribuire a scardinare il senso comune e creare qualcosa di nuovo.
Il concerto di Ultimo fa cultura e come. I grandi eventi sono cultura alla massima potenza. Sostenere che l’Eurovision o la Fiera della Ceramica non siano cultura è un errore pericoloso. Il punto è capire se questi eventi fanno cultura buona o cattiva – e più o meno tale – e cosa sia buono e cattivo per noi.
Parere mio: cultura buona è tutto ciò che riesce a creare una frattura nei valori dominanti e proporre un’alternativa, qualcosa che la mia testa magari non riesce nemmeno a decifrare in quel momento, ma che può disvelare/rivelare un altro mondo possibile o, almeno, migliore per me. Non solo un fenomeno artistico, ma una visione del mondo più ampia. Cioè: puoi anche mostrarmi pianeti sconosciuti, ma se per farlo qualcuno è stato sfruttato, allora parliamone.
A partire da questo presupposto, “grande” non è per forza “cattivo” e “piccolo” non è per forza “buono”. Certo, è diventato quasi impossibile organizzare un grande evento che non sia la copia valoriale di tutti gli altri, ma accanto a molti circoli e spazi – sempre meno – che fanno ottima cultura, ce ne sono anche moltissimi altri che ne fanno di pessima. Così come non è detto che una città ricca di circoli sia automaticamente migliore di una che conosce solo fiere e palazzetti.
Purtroppo, però, l’unica cosa che si può misurare è solo il valore economico: soldi e persone. Nulla di diverso rispetto a un negozio di vestiti o una fabbrica di bulloni. Ed è questo il fattore che, con qualche eccezione, ha determinato negli ultimi 30 anni le sorti culturali del nostro Paese e di molti altri. Milioni e milioni di euro di denaro pubblico sono finiti, direttamente e indirettamente, nelle tasche di progetti che avevano valore perché riuscivano a garantire un ritorno numerico e il ragionamento, spesso, si è fermato lì. Tutto l’immateriale, il non misurabile e, soprattutto, non-allineato è stato invece progressivamente marginalizzato, bollato come inutile, fino a sparire dall’orizzonte, con le buone o con le cattive.
Ci sono sgomberi, in tal senso, che hanno fatto la cultura delle nostre città, perché hanno agito sull’orizzonte del possibile, e, per gli effetti che hanno prodotto, sono da considerarsi proprio alla stregua dei grandi eventi. L’unica differenza è che vi abbiamo assistito gratis e senza zone vip, ma con un costo impossibile da quantificare.
L’altra questione che emerge spesso quando si discute di questo tema è la comunità. Ma anche in questo caso il termine viene utilizzato in maniera spesso strumentale, come concetto più vicino al marketing che alle scienze umane, utile perché riesce a tenere dentro tante belle suggestioni, e perché si può quantificare: più è grossa la comunità, più è targettizabile, più ha valore. Quella della musica, del clubbing, del teatro, del cinema, addirittura dei forum su internet: oggi sono tutte comunità o community. E ciò che le caratterizza sono gli stessi interessi (misurabili in acquisti). Ma sono comunità anche quelle delle fiere delle armi, le massonerie o il Board of Peace di Trump. Però, per fortuna, non tutte le comunità sono uguali perché ognuna ha le sue regole d’accesso (o i suoi ticket) e i suoi valori. Quindi “creare comunità” non è, anche in questo caso, automaticamente positivo, perché può significare molte cose diverse e ci sono “comunità” che hanno fatto e fanno danni enormi. Semmai avrebbe più senso riflettere sulla capacità di un evento o di uno spazio di favorire o rafforzare le relazioni tra le persone – non tra le bolle – per porsi come antidoto all’isolamento sociale e all’individualismo. Una cultura che evolve è quella capace di aprire possibilità e accogliere la contaminazione, e questo vale anche per le comunità.