A Savignano sul Rubicone la fotografia torna a occupare strade, palazzi e spazi della città. Dall’11 al 13 settembre 2026 (e nei due weekend successivi) arriva la 35ª edizione del SI Fest, organizzata dall’associazione Savignano Immagini in collaborazione con il Comune e diretta artisticamente da Manila Camarini.
Il tema scelto per questa edizione è Still Standing: due parole che diventano una dichiarazione di resistenza, ma anche un modo per interrogare il ruolo della fotografia davanti alle trasformazioni del presente. Dopo aver guardato alle fratture del mondo contemporaneo, il SI Fest continua a muoversi dentro le sue zone di tensione, tra crisi ambientali, conflitti, identità, memoria e cambiamenti sociali.
Il programma mette insieme autori internazionali e italiani, lavori personali e grandi archivi, attraversando storie e geografie molto diverse.
Tra le mostre c’è Vinter di Lars Tunbjörk, che osserva la vita quotidiana durante i lunghi mesi invernali della Scandinavia. Il freddo, il buio e l’isolamento diventano lo sfondo di una resistenza fatta di gesti ordinari e di una quotidianità che continua a scorrere.
Con Long Walk Home, Robbie Lawrence si sposta invece tra Scozia e Stati Uniti seguendo gli Highland Games, competizioni e rituali attraverso cui una tradizione apparentemente immutabile racconta in realtà l’evoluzione dell’identità culturale e il rapporto con la memoria.

È una memoria molto più intima quella affrontata da Alba Zari in Occult, progetto che ricostruisce la storia della famiglia dell’autrice all’interno della setta Children of God. Fotografie, documenti e materiali d’archivio diventano strumenti per interrogare il controllo, la manipolazione e la costruzione della verità, ma anche per riappropriarsi del proprio passato.
In Sorry I Gave Birth I Disappeared But Now I’m Back, Andi Gáldi Vinkó porta il discorso sulla resistenza nel territorio della maternità, mettendo in discussione le aspettative sociali che si depositano sul corpo e sul tempo delle donne.
Il rapporto tra comunità e trasformazioni del territorio è invece al centro di Black Stone Burns di Olga Sokal, viaggio nei paesaggi segnati dall’industria estrattiva e dal carbone, dove le conseguenze ambientali ed economiche si intrecciano alla vita delle persone che abitano questi luoghi.
Gli Stati Uniti sono al centro anche di American di Robin de Puy, un ritratto corale costruito attraverso i volti di persone comuni. Un modo per spostare lo sguardo dalle rappresentazioni più consuete del Paese e concentrarsi su esistenze spesso lontane dai riflettori, sulle loro contraddizioni e sulla loro capacità di andare avanti.
A chiudere questo percorso c’è Index di Christopher Anderson, una sorta di grande archivio personale che attraversa oltre trent’anni di fotografia. Guerre, viaggi, politica e vita familiare convivono in una sequenza in cui la cronologia lascia spazio alle associazioni e in cui le immagini continuano a produrre significati anche molto tempo dopo essere state scattate.
Una mostra collettiva riunisce poi Alfredo Bosco, Pietro Masturzo e Jack Califano, tre sguardi rivolti a comunità costrette a confrontarsi con sistemi di potere e condizioni di forte vulnerabilità. Bosco racconta l’Ucraina attraversata dalla guerra e la determinazione di chi prova a ricostruire la propria vita tra le macerie; Masturzo guarda alla quotidianità palestinese, dove anche la possibilità di restare e continuare a vivere assume un significato politico; Califano documenta invece le comunità migranti negli Stati Uniti colpite dalle politiche dell’ICE, seguendo famiglie sospese nell’incertezza e nella difesa del diritto a esistere.

Il programma si completa con i progetti legati ai principali premi fotografici. Carlos Folgoso Sueiro presenta Beyond the Lake, vincitore del Premio Marco Pesaresi 2025, una ricerca sul rapporto tra luoghi, memoria e passaggio del tempo.
Con Nowhere, Fabio Domenicali, vincitore del Premio Portfolio Italia 2025, costruisce invece un viaggio attraverso paesaggi sconfinati e atmosfere sospese, dove lo spazio sembra prendere il sopravvento sul tempo e trasformarsi in un luogo mentale.
Camilla Pedretti porta al festival Lucinete, progetto vincitore del Premio Portfolio Werther Colonna, realizzato all’interno di una delle comunità più vulnerabili del Paese. Un lavoro che mette al centro le persone e la loro quotidianità, tra difficoltà, dignità e possibilità di resistenza.
Non mancano infine le mostre collaterali, con In Studio di Mario Cresci, una mappa visiva della scena artistica contemporanea romagnola, e Zvanì, collettiva dedicata al backstage fotografico del film su Giovanni Pascoli. Un modo per guardare anche a ciò che normalmente rimane fuori dall’inquadratura: gli studi, i set, i margini e tutto quello che accade prima o accanto all’immagine finale.