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Avamposto delle nuove correnti, antenna che intercetta quei fenomeni che diventano presto tendenze, Milano è lo specchio di questa corsa incessante al mutamento delle forme e all’adattamento delle fruizioni; ma anche della stimolante e genuina curiosità verso ciò che sbuca da dietro l’angolo e si impone come nuovo – momentaneo – rituale urbano.

Negli ultimi anni delle notti milanesi, il cambiamento è stato strutturale: il clubbing massificato dalle line up a caratteri bold lascia il posto a un’esigenza di attraversare spazi che inneschino interazioni più intime; non perdersi nell’impersonalità della folla ma rifuggirla verso dimensioni più cozy, scavando sempre di più all’interno di bolle con codici riconoscibili. La musica non basta più come riempitivo dei vuoti, tappezzeria sonora per attutire il tintinnio dei bicchieri o lo strusciare delle sneakers su pavimenti appiccicosi. La musica torna agente centrale, stimolando un cambiamento di modalità aggregative: al centro della stanza non c’è un dj sudato o un vocalist che urla, ma una coppia di diffusori Klipsch o JBL d’annata, un giradischi di precisione e una selezione di vinili con cura filologica. Spazi più piccoli e accoglienti, microsocialità più intima, interazioni più spontanee. Arrivano a Milano i listening bar.

Ed è in questo incontro, tra il recupero dell’archivio e la sperimentazione contemporanea, che si inserisce il nuovo progetto di RNLT: THE ORIGINALS Listening Bar. Lo spazio di corso Garibaldi 73, solitamente showroom di Renault, da marzo a giugno cambia funzione e si trasforma in un tempio del suono, dove l’altare è costituito da un intervento di design site-specific che unisce memoria industriale e funzione sociale a partire dai simboli iconici della storia dei cofani Renault – presi, decostruiti e trasformati in un bancone scultoreo. Un gesto estetico che crea un trait d’union tra l’identità del brand e il rito collettivo dell’ascolto. 

RNLT imbastisce cinque serate, aka cinque immersioni. Non un’operazione revival, ma un attraversamento. Per ricordare che ogni epoca è stata presente, urgente, rumorosa. E che forse il modo migliore per capirla è ancora mettersi in ascolto. Il format prevede infatti 5 appuntamenti, ciascuno dedicato a una decade: un viaggio a ritroso dagli anni Duemila ai Sessanta affidato a selector capaci di maneggiare la viva materia sonora del passato per cercare le frequenze che ancora risuonano. L’esperienza è totalizzante: per ogni decade cambiano le frequenze, i riferimenti visivi, gli allestimenti (a cura di Lana Collettivo) e i sapori, con una drink list (due alcolici e un analcolico) pensata per evocare le atmosfere dell’epoca. E free drink per tutti. Si parte il 5 marzo con gli anni 2000. Un decennio vicino eppure già storicizzato, tra indie sleaze e rivoluzione digitale, ironia post-internet e cultura pop, affidato a Tutti Fenomeni e Carlo Pastore. Il 9 aprile si scende negli anni 90 con Elena Colombi e sonorità che spaziano dall’industrial alla techno destrutturata, raccontando l’epoca d’oro della club culture europea. Per gli anni 80, il 22 aprile, Bruno Belissimo, che apre gli archivi di un decennio sintetico con venature italo-disco e funk. Il 14 maggio si entra negli anni 70 con Il Mago del Gelato: funk, afrobeat, psichedelia e tutte le vibrazioni di un’epoca in cui la musica era strumento di liberazione fisica e politica. A chiudere il cerchio l’11 giugno sono gli anni 60 con Marianne Mirage, tra beat generation, yé-yé e cantautorato, per ascoltare dove tutto è cominciato.

Quello del listening bar è un concetto le cui radici affondano nel cemento del dopoguerra giapponese. Nascono nei minuscoli jazz kissa nelle strade di Tokyo e Osaka degli anni Cinquanta, caffè di culto dove gli audiofili si rifugiavano per ascoltare dischi d’importazione americana che nessuno poteva permettersi, simbolo di modernità e apertura in un paese che stava ricostruendo la propria identità culturale. Lì, tra scaffali di vinili fino al soffitto, vigevano regole non scritte ma ferree: niente conversazioni ad alta voce, niente telefoni (quando poi arrivarono), niente che potesse disturbare la sacralità dell’ascolto. I migliori jazz kissa investivano tutto in impianti audio di qualità straordinaria, trasformando ogni sessione in un’esperienza quasi religiosa di ascolto profondo.

Per decenni, questo fenomeno rimase una peculiarità giapponese. Poi, con l’inizio del nuovo millennio e il ritorno del vinile, quell’approccio sacro, a tratti meditativo, ha attraversato gli oceani e i decenni, ibridandosi con la club culture occidentale fino a conquistare le città di mezzo mondo, riportando l’ascolto al centro dell’esperienza sociale come atto consapevole, la musica come esperienza condivisa, il vinile come medium privilegiato. Qui, i listening bar si sono scrollati di dosso la rigidità nipponica ma hanno mantenuto intatto il cuore del dispositivo culturale: la qualità dell’esperienza. In un mondo di streaming compulsivo e playlist algoritmiche, scegliere di andare in un luogo per ascoltare la selezione di un essere umano, su un impianto che restituisce calore e grana al suono, è un atto di resistenza analogica. 

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