Nel 1945 il medico tedesco Klaus Märtens si era rotto la caviglia sciando in Baviera. Senza perdersi d’animo, il medico recuperò da un’officina meccanica residui di gomma dismessa e una vecchia pompa da bicicletta e, improvvisandosi calzolaio, progettò una suola ammortizzata ad aria. Quella suola non solo l’ha reso famoso in tutto il mondo, ma è diventata un simbolo di forza e tenacia.
Cosa ci spinge a raggiungere i nostri obiettivi? Qual è la forza che ci porta avanti? Sono alcuni degli interrogativi a cui Dr. Martens ha cercato di dare risposta domenica all’Arci Bellezza, in una giornata fitta di workshop, stand up comedy e musica dal vivo per celebrare il fare e l’artigianato di qualità, da sempre trademark dello storico brand inglese.
Il claim della campagna di Dr. Martens è un gioco di parole su With Bouncing Soles, dove si strizza l’occhio a «soul», ovvero l’«anima», e a «soles», le suole delle scarpe. Già, di questi tempi, cosa fa vibrare la nostra anima?
Sicuramente l’arte e la musica. Ce lo conferma Marta del Grandi, che prima di regalare al pubblico un live eclettico groovy e tecnicamente impeccabile, mi ha raccontato del suo rapporto con quello che la fa stare bene. Ma non solo, anche «camminare è un modo per riscoprire quello che è vicino a noi, per dare un senso al tempo». Già, il tempo, quella cosa un po’ da paradosso greco che esiste ma è impalpabile, che bramiamo, ma che ci sfugge tra le dita.
«Camminare è un modo per riscoprire quello che è vicino a noi, per dare un senso al tempo».
«Quando faccio un viaggio a piedi» continua l’artista «ho proprio il senso di aver raggiunto un obiettivo e di vivere davvero il tempo». Complice la splendida montatura anni ‘70 di occhiali indossata da Marta, la mente corre subito al buon Battisti quando si era incamminato a piedi per l’Italia insieme a Mogol e a un cavallo. Nella mia testa si proietta già un film diretto da Alice Rohrwacher con Marta Del Grandi protagonista mentre attraversa il Paese a passo lento.
«Sai che anche incontrare la gente è un modo per dare un senso alla realtà?». Alla fine Sartre aveva torto, io l’ho sempre pensato, non è vero che «hell is other people». Che roba da esistenzialista francese!
L’evento è stato anche l’occasione per scoprire la nuova collezione del brand britannico, la Crazy Horse Cherry Red, che rivisita le silhouette simbolo di Dr. Martens: dai classici 1460 e 1461 ai 2976 Chelsea Boot, fino agli Adrian e alle Mary Jane. Protagonista è la pelle Crazy Horse, un materiale trattato con oli e cere pensato per cambiare aspetto con l’uso, trasformando ogni paio in un contenitore di storie e ricordi a ogni graffio e segno.
Spazio quindi all’artigianato con i ragazzi di Jcosky, brand di cappelli indipendente nato nel centro di Padova e guidato da Isacco ed Eliza: ci hanno raccontato un saper fare fatto di passione e innovazione, con uno stile moderno ed elegante. Isacco mi ha confidato che durante la pandemia, camminando per Venezia, ha incrociato una turista che indossava un cappello rimasto da allora impresso nella sua mente.
È diventato il copricapo che da quel giorno cerca di ricreare: un’idea platonica a cui dare forma, un prototipo ideale da inseguire.
A seguire, il workshop di incisione di Lara Leru e Cecilia Valagussa, alias Blocchi Scomposti, un progetto per stampare arte su magliette, tote bag e fogli di carta. Una grafica collaborativa in cui il movimento si fa gioco e sovrapposizione, tra timbri artigianali, forme modulari e impronte di suole colorate.
«La letteratura è perdere tempo con autorevolezza».
Chiudono la sessione di workshop i ragazzi di Laboratorio Riciclo Pelle, con il fondatore Giovanni Mareschi che ci ha spiegato come incidere la pelle, oltre a raccontarmi la storia del brand e a celebrare l’idea di salvare dal macero i pellami di altissima qualità della Riviera del Brenta, tra pezzi unici e, da poco, anche un passaggio nell’ultima fashion week.
Chi ci ha tirato su il morale e ha camminato avanti e indietro sul palco della palestra dell’Arci Bellezza – quella resa iconica (ci provo a non usare questo termine, ma in questo caso…) da Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli – è stata l’autrice, comica e scrittrice Giada Biaggi. Con un paio di momenti killer nel suo stand-up, tra Leibniz, post-femminismo e riferimenti sessuali, ci ha decisamente messi di buon umore.
Prima dello show, Giada mi ha confidato che ciò che le fa vibrare l’anima sono le sue amiche e i suoi amici, scrivere una frase che funzioni e far ridere la gente dal vivo. E quando le chiedo cosa l’abbia spinta a diventare una scrittrice, mi risponde sorridendo: «Ho iniziato a scrivere perché leggere mi sembrava la maniera più elegante di sottrarsi alla realtà, e scrivere quella più narcisistica». Sempre ironica e sferzante, Giada.
Anche lei, nella nostra breve intervista, ha parlato di tempo, quando mi ha detto che «la letteratura è perdere tempo con autorevolezza». Come darle torto.
Tra un timbro impresso su tela, un pezzo di pelle lavorato, una risata amara sulle nevrosi dei milanesi e un po’ di buona musica, la giornata all’Arci Bellezza ci ha mostrato come la spinta a fare e a muoversi passa per molte passioni, siano esse l’arte, l’artigianato o il saper fare.
Che si tratti di rincorrere il cappello perfetto, una battuta micidiale, una nota armonica, bouncing our soles is the right answer.












