Andrea Sala

È appena uscito Tachipirina, un libro mostra di RAWRAW, e il 22 marzo apre la mostra The Phantom of the Evil da Federica Schiavo Gallery di Milano

Scritto da Rossella Farinotti il 15 marzo 2017
Aggiornato il 16 marzo 2017

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Abbiamo intervistato Andrea Sala perché questo, a Milano, è un po’ il suo momento. La doppia occasione della presentazione di un libro speciale pubblicato da RAWRAW – dal titolo Tachipirina – e la sua mostra personale The Phantom of the Anvil da Federica Schiavo Gallery ci sembrava perfetta per mettere sotto torchio un appassionato della ricerca della materia che, dopo diversi anni passati in Canada, ci racconta della sua evoluzione nella produzione di forme e materiali, delle sue abitudini e delle collaborazioni con amici milanesi e non solo.

COVER  TACHIPIRINA  RAWRAW edizioni 2017
COVER TACHIPIRINA RAWRAW edizioni 2017

ZERO: Partirei da questo tuo “grande rientro” a Milano, perché, di fatto, da diversi anni non si leggeva di una tua mostra personale qui in città. L’anno scorso hai realizzato la collaborazione con Diego Perrone da MEGA, Unghia, e ora hai, nell’arco di due settimane, il progetto “Tachipirina” con RAWRAW, e la tua personale da Federica Schiavo, The Phantom of the Anvil.
Andrea Sala: Dopo aver vissuto molti anni a Montreal, negli ultimi due ho costruito un bellissimo dialogo con alcuni artisti e curatori attivi a Milano e riguadagnato la possibilità di lavorare al fianco dei migliori artigiani italiani. Inoltre, l’apertura della sede milanese della Federica Schiavo Gallery mi ha permesso di sviluppare un bellissimo progetto che inaugurerà il 22 marzo.

Da quanto ci stai lavorando?
Da circa un anno e mezzo, ma nel frattempo sono partiti anche altri progetti. Mi piace prendermi il tempo giusto per sondare le diverse possibilità di sviluppo di una ricerca, anche se spesso poi le opere vengono realizzate all’ultimo dopo la produzione di una lunga serie di modellini. Inoltre è la prima mia mostra nel nuovo spazio e ho voluto studiarne difficoltà e potenzialità prima, attraverso lo studio delle mostre che mi hanno preceduto. Dalle caratteristiche dello spazio e dalla natura delle opere stesse nasce infatti per The Phantom of the Anvil un display molto particolare: tutte le opere saranno installate all’altezza di 77 cm., ossia lo standard di un tavolo da lavoro.

Andrea Sala - immagine estratta dal libro Tachipirina rawraw edizioni 2017
Andrea Sala – immagine estratta dal libro Tachipirina rawraw edizioni 2017

Una mostra ad altezza bambino.
Si, una mostra per bambini, o per lavoratori.

Sarà come entrare in un’officina un po’ sofisticata.
Si, anche se le forme degli oggetti sono tutte reali. Non c’è una progettazione di una nuova forma da parte mia, sono tutte copie di incudini e di martelli esistenti. Ho voluto raccontare il processo di lavoro, ma anche riportare l’idea affascinante della realizzazione di uno strumento di lavoro che servirà a costruire altro.

Andrea Sala - immagine estratta dal libro Tachipirina
Andrea Sala – immagine estratta dal libro Tachipirina

Però l’estetica è la tua, come anche la scelta dei colori e dei materiali.
Esatto. La scelta dei materiali e delle tecniche di lavorazione sono sempre state centrali nella mia ricerca e, in questa mostra, il legame con le arti applicate è più evidente ad esempio nell’uso della tecnica smalto a fuoco su rame per le incudini. Si tratta di una lavorazione che oggi si usa poco, ma che in passato è stata amata da alcuni dei grandi maestri del design, come nel caso della lunga collaborazione di Gio Ponti con Paolo De Poli, uno dei più raffinati smaltatori italiani. La cosa complessa è stata cercare un forno adatto per la cottura che ho poi trovato a Lecce.

ANDREA SALA The Phantom of the Anvil maquette per mostra
ANDREA SALA The Phantom of the Anvil maquette per mostra

Sei dovuto andare fino in Puglia perché qui in zona non esisteva un forno?
Qui non ho trovato un artigiano pronto ad un tipo di collaborazione che implica necessariamente uno sforzo a cambiare punto di vista. Ad esempio: nella realizzazione delle incudini ho voluto raggiungere un effetto di smaltatura che anche a Lecce ho faticato a mantenere, perché comprendeva quello che loro considerano un piccolo difetto di lavorazione. Ma è da questo tipo di tensione con gli artigiani che ottengo i risultati migliori.

Quindi tu le restituisci la forma, la smaltatura e poi la inforni? E questo elemento di colore diverso è voluto?
Esatto. E l’elemento di colore diverso è un dettaglio che ho aggiunto e che vuole ricordare la parte usurata dell’incudine. Le incudini saranno poi esposte a parete a 77 cm da terra, mentre i martelli e i bassorilievi con la suola di scarpa su una griglia saranno ad installazione libera nello spazio.

ANDREA SALA The Phantom of the Anvil - maquette per mostra
ANDREA SALA The Phantom of the Anvil – maquette per mostra

Come mai la suola di una scarpa? È sempre legata all’idea del lavoro e del lavoratore?
Si, a un’estetica del lavoro in un certo senso. Anche la griglia stessa riprende uno strumento esistente

In base a cosa scegli il materiale? È una scelta di natura estetica?
No, in questo caso il materiale è legato a un aspetto pratico dell’utensile originario, oppure è la tecnica che mi interessa. Il ruolo del materiale è centrale per poter raccontare storie e forme diverse che devono funzionare insieme.

ANDREA SALA The Phantom of the Anvil - maquette per mostra
ANDREA SALA The Phantom of the Anvil – maquette per mostra

Infatti il tuo lavoro ha sempre avuto questa “storia”. Ti ho conosciuto anni fa durante la mostra alla Fondazione Pomodoro, Scultura Italiana XXI secolo, era il 2010. Ero assistente di Marco Meneguzzo ai tempi, e coordinavo voi artisti. Avevi portato due marmi molto raffinati.
In quelle opere c’era ancora un legame più evidente con il design e con un certo tipo di estetica che è molto legata alla mia origine brianzola. Oggi continuo a recuperare forme, ma in modo più libero.

Il lavoro infatti appare più personale e, a livello estetico, questi oggetti sembrano anche più ironici.
Si, anche perché alcune forme sono un po’ curiose e sembrano recuperare l’estetica del fumetto.

Andrea Sala, Untitled, 2014, glass, bondo colored with oxides, glazed ceramic 107 x 78,5 x 10 cm photo by Andrea Rossetti
Andrea Sala, Untitled, 2014, glass, bondo colored with oxides, glazed ceramic
107 x 78,5 x 10 cm
photo by Andrea Rossetti

Infatti è peculiare, sapendo da dove e come sei partito, questa evoluzione più scherzosa e meno, passami il termine, seriosa.
Gli undici anni passati in Canada hanno cambiato la mia visione e l’uso dei materiali. Anche se oggi la differenza è meno marcata, in Italia è ancora fondamentale la figura dell’artigiano, mentre in Canada ci sono luoghi, come HomeDepot, con l’accesso diretto a materiali per costruire qualsiasi tipo di cosa.

Riguardo al progetto di RAWRAW volevo chiederti che cosa si vedrà in questo libro, o “mostra cartacea”, come mi ha spiegato Giannella. Perché il video che gira è un po’ criptico, toiletpaperiano. È un progetto specifico nato insieme? Il titolo è bello, come mai Tachipirina?
La Tachipirina è stupenda; è la mia salvezza. Il progetto per RAWRAW, curato da Davide Giannella, racconta il mio metodo di lavoro, ovvero modelli in scala che precedono la realizzazione di tutti i miei lavori e il loro possibile display in spazi diversi. Le maquette non le mostro mai al pubblico, ma in questo libro-mostra diventano protagoniste grazie al lavoro di Andrea Rossetti, un bravissimo fotografo e caro amico, al quale ho chiesto di comportarsi in modo naturale come quando lavora in mostre reali. Ovviamente si sono prospettate delle possibilità diverse, dei punti di vista “impossibili”. Quindi è una vera mostra, ma in scala ridotta.

Andrea Sala, "Primitivo", 2014, briar-root, pipe mouthpieces in bone bamboo, brass and methacrylate photo by Andrea Rossetti
Andrea Sala, “Primitivo”, 2014, briar-root, pipe mouthpieces in bone bamboo, brass and methacrylate
photo by Andrea Rossetti

Quindi cosa vedi? Hai anche delle istruzioni per l’uso?
No, quello che vedi sono delle immagini, una selezione fotografica che rivela il percorso all’interno della mostra, ma anche immagini e dettagli delle singole opere. Alcuni scatti svelano la natura delle maquette, altri invece costruiscono un inganno quasi perfetto grazie alla qualità della foto e dei modelli stessi.

Insomma questo mese per te è il frutto di un percorso denso. Da quanto lavori anche sul libro?
Ho iniziato a lavorarci tempo fa. Oltre al tempo di realizzazione dei modelli c’erano gli incontri con Andrea per le fotografie, e con i ragazzi di RAWRAW. Si tratta ancora di raccontare la storia della costruzione di un oggetto.

Di nuovo dunque l’amore per il processo di lavorazione. Riguardo a questo mi chiedevo se parti sempre da un’immagine reale? Come in passato con oggetti di produzione industriale, ad esempio.
Si, anche prima lo facevo. C’è sempre una ricerca di immagini, di personaggi, di figure o di estetica che mi interessa.

The Phantom of the Anvil 2017
The Phantom of the Anvil 2017

Da quanto lavori con la Schiavo?
Con Federica ci siamo conosciuti a Milano quando lavorava alla galleria Monica De Cardenas. Questa è la mia quarta personale con Federica Schiavo, la prima, Networks, risale al 2009 seguita da L’ultima Sigaretta, Fuori Tema e ora The Phantom of the Envil.

Quindi lavorare con due donne, Federica, che è la gallerista, e, da un anno, Chiara Zoppelli, la direttrice, ti piace?
Con Federica c’è sempre stato un bellissimo rapporto e con Chiara si è da subito instaurato un bellissimo dialogo. Hanno visioni e approcci diversi e quindi è doppiamente stimolante.

Torniamo alla mostra. È bello vedere il lavorìo che sta dietro agli oggetti, il processo produttivo lungo. Mi vengono in mente le grandi sculture in vetro di Diego Perrone, frutto di un lungo e faticoso processo.
La mostra di Diego è bellissima e quello di cui parli si vede in quei lavori. Abbiamo un approccio molto simile.

Raccontami di MEGA. Come è nato il progetto con Perrone?
Il progetto con Diego è nato dalla voglia di fare un lavoro insieme ed esplorare i meccanismi messi in moto da una collaborazione. Da subito è nata una sfida: realizzare un disegno fatto di luce su un supporto emulsionato a mano. Era diventato un piacere trovarsi in camera oscura ricavata nella cantina di casa di Diego. Poi, grazie a Nicola Ricciardi e a i ragazzi di MEGA, siamo riusciti a presentarlo.

C’era dunque già un legame anche con loro? Te lo chiedo pensando alla collaborazione con RAWRAW.
Certo, siamo amici, ma c’era anche grande stima reciproca e un immediato entusiasmo da parte di tutti.

Ti piace insegnare in NABA?
Si mi piace moltissimo. I miei studenti sono ragazzi del triennio e le lezioni sono focalizzate sul processo di ideazione dei lavori e i possibili processi di costruzione. Ci sono giorni in cui le lezioni durano dalle 9.00 alle 18.00. Si lavora tantissimo.

Da quanto insegni?
Saranno ormai 4 anni.

Veniamo alle domande più frivole di ZERO. Ormai sei tornato da tanti anni a Milano. Che posti e zone frequenti?
Ho vissuto tanti anni in Isola e ora ho cambiato quartiere. Per necessità vivo vicino a porta Genova, lo studio è in zona e la NABA è vicina. Ceno raramente fuori e a pranzo solitamente non mangio

In che senso, per una dieta?
No, è una scelta che ho fatto un anno fa, quella di non pranzare. Però non rinuncio mai a concludere la mia giornata con un buon gin tonic, l’unica cosa che bevo. Un posto che frequento è il Cape Town.

Quindi in realtà sei un super milanese, perché il Cape Town è un luogo storico di Milano.
Mi piace trovare il mio bar dove posso andare anche da solo seduto al banco. Mi piace l’idea del “solito posto” e sentirmi dire “ciao Andrea, come stai”.

E non ceni neppure?
Cenare si. Diciamo che non ho più voglia di mangiare panini o cose già pronte, ma non ho un posto mio, non ho un ristorante preferito…

Sto ancora pensando alla cosa del pranzo.
Sarà per colpa della tachipirina?

E invece mostre ne vedi?
Si, appena ho un’occasione vado a vedere mostre e lo consiglio anche ai miei studenti. Quasi qualsiasi tipo di mostra, sono molto curioso. E anche se la mostra non è ben riuscita, c’è sempre qualcosa da imparare…

E a Milano che gallerie e istituzioni ti piacciono?
Cerco di vedere il più possibile, mi piace molto essere informato. Ho però un fascino particolare per quegli spazi dove le scelte architettoniche hanno un ruolo importante nel display delle mostre e nella scelta degli artisti.

Anche la Fondazione Prada?
Si, molto. Mi piace il lavoro di Rem Koolhaas per l’uso dei materiali e i contrasti che si creano. E poi hanno un programma molto interessante.

Dopo la mostra ti riposerai un po’, spero. Ma hai già progetti futuri in mente?
Per ora sto guardando video di parrucchieri e truccatrici dove trovo dei processi molto affascinanti…