Marco Scotini

Dirige il dipartimento arte visive a NABA e oggi inaugura la prima mostra di FM Centro Arte Contemporanea ai Frigoriferi Milanesi

Scritto da Lucia Tozzi il 7 aprile 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Andiamo a prendere Scotini nel suo piccolo ufficio in un affollatissimo open space NABA: dietro la scrivania un affresco di Ian Tweedy. «Mi avevano proposto di trasferirmi nella palazzina di rappresentanza, ma ho rifiutato perché mi piace lavorare con gli studenti intorno, con questa sensazione di anarchia del lavoro».

foto Alessandra Di Consoli
foto Alessandra Di Consoli

ZERO: Partiamo subito dalla grande novità, lo spazio di FM. Come nasce?
Marco Scotini: Ci stavamo pensando da un po’ di anni. Elisabetta Galasso, che è l’amministratore delegato di Open Care e ora anche di FM, è stata la persona con cui abbiamo avviato l’esperienza anche in Naba. Abbiamo ri-fondato Naba a vent’anni dalla sua creazione, trasportandola ai Navigli e risistemandola. Dopo il passaggio a Laureate, si è unita alla Domus Academy ed è passata da duecento studenti del 2003 a tremila attuali. La leadership americana ha amplificato una serie di connessioni internazionali, e il nucleo di Arti visive è ora diventato un’eccellenza riconosciuta. Col passaggio di Elisabetta a Open Care e il desiderio di un nuovo progetto, abbiamo pensato a questo polo espositivo. FM è un circuito che vuole sposare economia e produzione culturale. Ci sono da un lato servizi per le collezioni: caveaux – per grandi archivi milanesi e non solo, anche brand –, un ufficio di restauro straordinario per l’arte contemporanea, per tessuti e arazzi, l’art advisory con tutti i servizi per l’arte. In più c’è un programma di residenze per artisti che trasformeremo e amplieremo anche ai curatori, e poi le gallerie commerciali e ora lo spazio espositivo. Ecco, tutte queste funzioni possono cominciare ad articolarsi tra loro, e mi sembra una formula unica nel suo genere.

foto Alessandra Di Consoli
foto Alessandra Di Consoli

Abbiamo scelto come interlocutori principali i grandi e anche piccoli collezionisti italiani. Dopo le mostre bolognesi The empty pedestal o Too early too late mi sono reso conto che è più semplice e spesso più interessante lavorare con loro che con le istituzioni pubbliche italiane. Oggi un prestito da un museo pubblico richiede quattro o cinque mesi di anticipo e condizioni climatiche o burocratiche che ormai tra poco non potranno supportare nemmeno i grandi centri d’arte. Quindi questa apertura verso la grande collezione è una forma di attivazione interessante, che chiaramente può avere una ricaduta sul sistema. E poi ci sembrava importante privilegiare il collezionismo italiano: una delle realtà più serie, fatta di appassionati che da anni comprano a fiere come Frieze o ArtBasel, senza che peraltro nessuna istituzione italiana gli riconosca il merito di questa avanscoperta. Anch’io, fino a qualche anno fa, sottovalutavo il fenomeno, pensando che il collezionismo italiano fosse concentrato solo sull’investimento, ma ho cambiato idea.

Foto Alessandra Di Consoli
Foto Alessandra Di Consoli

R. Ci sono collezioni che nascono anche da grandi passioni.
M. Esatto. Quindi abbiamo iniziato a indagare queste collezioni, e per FM siamo partiti con l’Italia degli anni Settanta. L’altro grande appuntamento sarà sull’Africa tradizionale e poi quella contemporanea. Quindi dai tessuti ai manufatti, ma anche tanta parte della cultura africana contemporanea, e poi il programma prevede due mostre minori di singoli collezionisti con una narrativa più curatoriale.

Foto Alessandra di Consoli
Foto Alessandra di Consoli

R. Che ruolo hanno all’interno di FM le gallerie commerciali?
M. C’è una piena autonomia delle gallerie. Il polo voleva proporre anche questo aspetto. Dunque tu puoi visitare il centro che appunto ospita l’archivio Mulas, l’archivio Dadamaino, e probabilmente l’archivio Colombo. Poi c’è lo spazio espositivo, contemporaneamente ci sono Laura Bulian, P420 di Bologna, Monitor di Roma e Spazio A di Pistoia. Offriamo la possibilità di passare qualche ora in questo centro, come capita alla Löwenbräu di Zurigo, o allo Schaulager di Herzog e De Meuron, o alla Maison Rouge a Parigi. L’idea della domesticità, del rapporto con la collezione mi piace. Nell’advisory board ci sono adesso carissimi amici con cui abbiamo condiviso tante cose in passato, da Vasif Kortun del SALT di Istanbul a Galata e Beyoglu, a Charles Esche del Van Abbemuseum di Eindhoven, a Hou Hanru che adesso è al Maxxi ma che era parte di NABA, con Grazia Quaroni della Fondation Cartier, e poi con Enea Righi, uno dei più importanti collezionisti italiani.

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L. Parlaci del lavoro con gli archivi
M. Mi occupo da anni dell’archivio Gianni Colombo, adesso anche dell’archivio Gilardi e per questa mostra abbiamo lavorato con quello Ricordi, per esempio. L’archiviazione è un’idea del Novecento. Se pensi a tutto quello che produciamo oggi, chi lo raccoglierà mai? Pensa all’online. Mentre allora c’era tanto materiale, lettere straordinarie; ho visto uno spartito di Luigi Nono zeppo di messaggi ai colleghi, un mondo che ormai per noi è quasi esotico. Vorremmo anche organizzare dei convegni su questo. Poi per anni ho lavorato a Disobedience Archive: l’Archivio della Disobbedienza.

Foto Lorenzo-Palmieri
Foto Lorenzo-Palmieri

R. E la mostra parte da qui?
M. Si, con Lorenzo Paini abbiamo cercato quelle opere degli anni Settanta che rappresentano micro-archivi, tassonomie, cataloghi o inventari, e se si guarda a quegli anni da questo punto di vista è pazzesco. Le photomatic di Vaccari – ne esponiamo quaranta tavole – ma son ben di più. O le inchieste di Ugo La Pietra sulla casa: venticinque inchieste, dalla massaia allo studente, dall’homeless a Mendini e Mari, oppure l’Atlante di Ghirri, o la Doublure di Paolini: ventotto tele tutte uguali, differenziate solo dal titolo sul verso; le scatole di Baruchello dove raccoglieva i depositi quotidiani; i “fibonacci” di Mario Merz sull’idea della mensa operaia che si moltiplica, o I fatti della vita di Dadamaino, fantastico lavoro: centinaia di fogli con frasi fortemente politiche che nessuno legge perché davanti ci sono ricami illeggibili. Quindi non sono gli anni Settanta in generale, ma l’aspetto della molteplicità e della moltitudine. Disobedience Archive iniziava con il Parco Lambro, un lavoro cinematografico bellissimo di Alberto Grifi, e questa mostra finisce con lui, con un girato che lui non è mai riuscito montare.

Scotini con Joan Jonas e Ozu
Scotini con Joan Jonas e Ozu

L. Una specie di mini biennale.
M. Magari! E per ironia della sorte, perché Miart inaugurava in quei giorni, apriamo il 7 aprile, una data simbolica per gli anni Settanta. Infatti Nanni Balestrini e Toni Negri erano entusiasti.

Too early, too late. Modernity and Middle East, a cura di Marco Scotini, Pinacoteca Nazionale di Bologna, 2015. ph Paolo Emilio Sfriso
Too early, too late. Modernity and Middle East, a cura di Marco Scotini, Pinacoteca Nazionale di Bologna, 2015. ph Paolo Emilio Sfriso

L. E hai appena aperto una mostra a Torino.
M. Si, al PAV ho inaugurato EcologEAST. Arte e natura al di là del muro. Come sai è un altro dei miei grandi amori, per me l’est era quello che stava al di là della cortina di ferro e che da piccoli non si poteva vedere. Naturalmente lo si immaginava anche più bello di quello che in realtà fosse. Ho iniziato questa ricerca intorno al 2000 e una delle mie prime mostre è stata nella repubblica Ceca, da cui sono poi nate le biennali a Praga, due addirittura. Ho cercato in questo caso di lavorare sull’ecologia negli anni Settanta nell’est Europa. Il PAV (Parco Arte Vivente), nato grazie a Piero Gilardi, avrà secondo me un grande futuro perché il tema ecologico è importante anche sotto il profilo politico e sociale, e da quando sono arrivato un anno fa abbiamo incominciato a lavorare sulla memoria, sulla storia di queste procedure. La mostra immediatamente precedente, Earthrise, era dedicata all’Italia: c’erano Piero Gilardi, Baruchello, 9999, e poi Ugo La Pietra – quindi natura socializzata, non tanto Arte Povera. Qui, invece, abbiamo voluto aprire alla Repubblica Ceca e Slovacca, alla ex Jugoslavia, alla Polonia e all’Ungheria. È uscito recentemente un bellissimo libro, The Green Bloc: Neo-avant-garde Art and Ecology under Socialism, e l’autrice Maja Fowkes, di Budapest, verrà a parlarne qui in Triennale. E poi concluderemo l’anno con un omaggio a Joseph Beuys per il trentennale della sua morte.

Padiglione Albanese, Biennale di Venezia, 2015
Padiglione Albanese, Biennale di Venezia, 2015

R. Vorrei farti questa domanda, forse banale, sull’internazionalità. L’anno scorso sono stata qui in Naba per la giornata di chiusura delle lezioni con performance nel cortile. Il tema era la performance degli anni Settanta, e c’erano sì gli studenti che performavano, ma accompagnati dagli artisti “reali” da cui erano state prese le performance. Joan Jonas con il suo cagnolino; Anna Maria Maiolino; Michelangelo Pistoletto; Piero Gilardi… Sono rimasta colpita, perché loro interagivano con gli studenti. Se penso a quando ho fatto l’Accademia a Brera, avevamo Hayez!
M. La formazione in Italia pensa ancora, per via di un vecchio retaggio crociano, che l’arte non la impari: o nasci artista o non lo diventi – è una vecchia idea che non ho mai accettato. A me interessava guardare a un sistema internazionale soprattutto di alto livello, come per esempio, la Jan van Eyck Academie, una delle prime scuole a inventare la Research Based Art, un nuovo modo di lavorare. Oppure l’ACT, Art Culture and technology del MIT: allora c’era Ute Meta Bauer, che è venuta da noi più volte, o Renée Green, che verrà a trovarci quest’anno. Quanto citavi prima, Theatre of learning, è stato fondamentale. Gli studenti hanno avuto docenti come Gilardi, Nanni Balestrini, Joan Jonas, Pistoletto e poi ancora Ute Meta Bauer che ha raccontato la sua teoria sulla teatricalità; Hou Hanru che ha parlato del suo progetto del Maxxi come piazza urbana; Jens Hoffmann, che aveva scritto il libro con Joan Jonas sulla performing art. E prima, per il trentennale NABA, avevamo realizzato Learning machine, da Maciunas a Beuys: mi ricordo allora che Chiara Fumai, all’epoca nostra studentessa, performò il ruolo della guida alla mostra, e mentre lo faceva, a un certo punto alterava la voce. Tutto si trasformava, il pubblico era sconcertato. E questa poi è diventata la sua performance ufficiale sopra il timpano del Fridericianum a Kassel. È stato un passaggio di staffetta. Ora stiamo lavorando a un altro grande progetto che si chiamerà The great learning, un concerto di nove ore di Cornelius Cardew per migliaia di studenti e musicisti. Lo realizzeremo insieme con John Tilbury e vecchi musicisti che hanno suonato con il compositore negli anni Settanta.

Disobedience archive, curated by Marco Scotini and displaye bin The parliament by Celine Condorelli. ph Mikael Lundgren, 2012.
Disobedience archive, curated by Marco Scotini and displaye bin The parliament by Celine Condorelli. ph Mikael Lundgren, 2012.

L. Sei stato tu a chiamare Christian Marazzi?
M. Si, Christian Marazzi è un altro tassello importante, è uno dei più grandi sociologi dell’economia a livello internazionale. Il Dipartimento di Arti Visive è comunque marcato da rapporti di amicizia molto forti: tutti i seminari fatti con Alfabeta, con Umberto Eco, i seminari di Millepiani … Ci sembrava che la scuola potesse essere una sorta di centro di produzione dell’arte e del pensiero, perciò non come abitualmente la pensiamo, ma qualcosa che è già lavoro. Per anni mi sono occupato di politica della memoria, per cui sono venuti tra gli altri Hito Steyerl, John Akomfrah e Clemens von Wedemeyer; poi abbiamo pubblicato un libro con Derive Approdi e un altro con Archive books.

Politiche della memoria. Incontro con John Akomfrah, NABA, Milano.
Politiche della memoria. Incontro con John Akomfrah, NABA, Milano.

L. Oltre che con FM, con quali altri spazi di Milano c’è un legame forte?
M. Devo dire che Milano non ha avuto una grande capacità , secondo me, rispetto alle proprie risorse, di affrontare il sistema della cultura contemporanea dal punto di vista istituzionale. Personalmente ho collaborato molto di più con Torino: più volte con il Castello di Rivoli o il PAV, ma anche seminari con la GAM, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e la Pinacoteca Agnelli.

L. E questa incredibile fioritura di spazi indipendenti?
R. Molti, tra l’altro, vengono dalla NABA.
M: Sicuramente l’idea dell’indipendenza, della costruzione di spazi espositivi o case editrici indipendenti, è qualcosa che nasce anche dal nostro contesto. In fondo credo che sia stato alimentato in questi anni proprio qui in Naba attraverso un forte spirito di iniziativa. Di fronte all’insufficienza di realtà e di proposte non puoi assumere il ruolo della vittima. Ciò che abbiamo sempre dimostrato, anch’io in prima persona, è stato di poter aprire spazi che prima non c’erano.

Tu riesci a coinvolgere persone della scuola? Tuoi allievi?
Sì, per esempio la curatrice del PAV è una mia ex studentessa del biennio, in FM opera un altro studente del biennio; altri due cureranno la Quadriennale di Roma; un’altra studentessa è stata direttrice della galleria Alfonso Artiaco e ora è a Zurigo con Mai36.

L. È arrivato il momento delle domande di rito: Dove vai a bere? Dove vai a mangiare?
NABA è il mio quartier generale: è un campus dove dalla mattina alla sera molti amici ti vengono a trovare da tutte le parti del mondo. I nomi sono tantissimi. E poi siamo sui Navigli, e quindi perché andare a scegliere altri luoghi di Milano? Ci sono le librerie, i ristoranti e il contesto giusto.

L. Ma se devi portare Charles Esche a mangiare, andate al Brutto Anatroccolo, per esempio?
O lì o al Caffè del Binari. C’è un luogo d’affezione qui che si chiama Archivio Primo Moroni che è una tappa obbligata. Inoltre, di anno in anno, ho frequentato tutte le migliori trattorie della zona. Però sono super ossessivo: mangio sempre le stesse cose, frequento gli stessi luoghi, bevo sempre vini fantastici, il tutto con piccole variazioni.

R. Parliamo di Milano, ma non ti abbiamo chiesto dove sei nato
In Toscana. In un luogo molto importante che mi manca tanto e la mia casa alla fine è ancora là, Cortona. I miei libri, le mie collezioni – ho manie collezionistiche: dai biglietti da visita alle scatole di fiammiferi; dai volumi rari ai lavori d’arte. C’è la piazza principale, dove passavano tutti e, uscendo, incontravi Marco Gherardi con Kounellis, poi Anish Kapoor, a cui non piaceva Arezzo e veniva a Cortona per mangiare. Poi Adrienne Mancia allora al Moma, Annie Cohen Solal, i Severini, Norberto Bobbio con la Fondazione Feltrinelli, eccetera.

Gianni Colombo
Gianni Colombo

Quando sei venuto a Milano? Perché?
Sono venuto a Milano quando ho incominciato a collaborare con NABA. Gianni Colombo è morto nel ’93, mentre dirigeva ancora l’accademia, e per ironia della sorte, grazie a un amico fraterno come Stefano Boccalini, mi sono trovato tanto in NABA che nell’archivio Colombo. Come è noto, oggi anche Colombo vede una grande riscoperta internazionale: per esempio, abbiamo recentemente inaugurato una retrospettiva a Londra e stiamo lavorando a una mostra per il LAC di Lugano.

Dove l’hai fatta l’Università, e cosa hai studiato?
Architettura a Firenze ed Estetica a Siena. Sono stato una sorta di nipote adottivo di Carlo Ludovico Ragghianti che, come noto, è stato tra i padri fondatori della Storiografia Artistica Italiana e della nostra “Repubblica”. Poi c’è molto altro, ma confesso di non avere mai amato la scuola e, per questo, è stato un grande privilegio aprirne una.