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I 15 anni del Bar Modo: storia, proverbiale simpatia e spazi di libertà

quartiere Zona Universitaria

Scritto da Salvatore Papa il 10 febbraio 2022

Bar Modo. Foto di Asia Giannelli

Se non sei mai stato al Modo o non sei mai stato a Bologna o prima o poi ci andrai. E se così non fosse peggio per te. Il microcosmo cresciuto negli anni attorno al 24 di via Mascarella è un pezzo importantissimo dell’identità cittadina in cui si incontrano perfettamente cultura e sbrago, profondità e leggerezza, birrette e filosofia.

Il Bar quest’anno compie 15 anni, festeggiando giovedì 10 febbraio con una jam session di amici musicisti. E per queste ragioni e molto altro abbiamo provato a ripercorrerne la storia con chi l’ha creato, ovvero Stefano Vanacore, che molto gentilmente si è fatto anche ritrarre nel mitico cesso del locale.

Stefano Vanacore nel bagno del Bar Modo

 

Partiamo dal principio.

Io gestivo il bar al Link e Beppe e Fabio gestivano il bookshop che c’era sottoterra. Venne lì l’idea di aprire uno spazio in centro che fosse sia bar che libreria. All’epoca non esistevano posti del genere. Nacque quindi prima la libreria Modo Infoshop. Dopo un po’ il bar a fianco vendeva e così è nato anche il bar.

Cosa c’era in quei locali?

Qui c’è stato il Naked, che un sacco di miei coetanei ricordano molto bene. Poi ci sono state varie gestioni poco significative. Quando siamo arrivati noi non era un posto che aveva un’identità particolare.

Tu sei bolognese?

No, io sono nato a Napoli e cresciuto a Milano. Sono arrivato qui nel ’92 a fare l’università e sono quasi sempre stato qui.

Com’è stato all’inizio?

L’identità della libreria era già bella forte. Per il bar all’inizio siamo andati per esclusione, scegliendo quindi di non vendere alcune cose: la coca cola, la becks, la ceres o la corona, cose così. Che all’epoca era strano perché bastavano quelle quattro robe per fare un bar. Oggi chiaramente è molto diverso e i clienti sono molto più esigenti. Quella selezione sui prodotti ci diede una prima identità.
Poi devo dire che, nella ricerca di un equilibrio, abbiamo capito che far star bene la gente significa che non puoi far stare bene tutti.

Vero…

È così anche oggi. Abbiamo ovviamente la nostra contrapposizione di incisività/esclusività. Quindi da un lato accogliamo le persone, dall’altro ne teniamo fuori altre, perché qui ad esempio non si possono fare feste di laurea, perché se uno si mette a suonare la chitarra per noi è invadente e non vogliamo che nessuno prenda possesso a suo piacimento di uno spazio che deve essere convissuto.

 

Qual è l’identità del bar oggi secondo te?

Non credo che abbia un’identità estremamente radicata, ma chi ci viene sa che c’è qualcosa attorno a cui si trova bene. Anche il fatto di scegliere prodotti di qualità cercando di non essere mai troppo costosi è una cosa a cui tengo. Quando, per dirne una, è diventato inevitabile vendere birre artigianali perché c’era forte richiesta, abbiamo fatto un accordo con un birrificio e ci siamo fatti la nostra birra, proprio per contenere i costi.
Volevamo fare la stessa cosa col vino, poi ci si è messo in mezzo il covid.
Ecco, forse, l’equilibrio tra la cura delle persone e lasciarle in pace: credo che sia una cosa che qui si sente molto. L’obiettivo è sempre stato far sentire la gente libera all’interno di un sistema sicuro.

Certo qui attorno si è creata una certa scena…

Sono venute e vengono un sacco di persone che fanno belle cose, artisti, scrittori, soprattutto musicisti. Abbiamo fatto il nostro centinaio di concerti (qui dentro sono nati anche due progetti musicali: I musicanti di Braina e i Molossos, quartetto d’archi di musica contemporanea). Per il “compleanno” ci sarà, infatti, una jam session senza jazz con 15 musicisti frequentatori del bar. Ma non so dire se il Modo abbia fatto nascere qualcosa, forse nemmeno mi interessa. Sicuramente il fatto di trovare uno spazio di libertà può creare delle buone condizioni per mettere in relazione le persone.

L’hai gestito sempre tu?

Sono stato sempre io il gestore principale. C’erano all’inizio i due soci librari (Beppe e Fabio) che per un po’ di anni si sono occupati anche del bar, fino a quando non ci siamo divisi i compiti.

Quant’è cambiato rispetto ai primi tempi?

Sono cambiate le cose che abbiamo imparato a fare. Quando ho aperto avevo 34 anni, era la prima volta che mi trovavo a gestire un’attività. Sì, avevo fatto il barista come tanti, ma all’epoca facevo il grafico, lavoravo in un ufficio. Era una scelta di passione in quel momento. Nel corso degli anni ho imparato molto. La cosa che rimane certamente sempre difficile è il rapporto con le persone, perché il nostro è un lavoro perlopiù relazionale. Essere in grado di far stare le persone dentro un sistema di regole, cosa che a Bologna è piuttosto difficile – considerando che abbiamo perso il conto delle ordinanze che si sono susseguite e che nemmeno i vigili spesso conoscono….
Però si impara a starci dietro con più serenità.

In questi anni di Covid com’è andata invece?

Durante la prima chiusura abbiamo avuto parecchie difficoltà e siamo dovuti intervenire con un mediatore sociale che ha fatto un lavoro molto attento perché qui ormai c’era paura anche a uscire di casa. Tre mesi di chiusura avevano lasciato il segno. Una volta durante il primo lockdown sono venuto a vedere se fosse tutto apposto e sono scappato perché c’era una brutta atmosfera.

E con i vicini?

I vicini che si erano sempre lamentati per il rumore ecc. si sono accorti che se andiamo via noi non gli arriva certo via D’Azeglio. Ma in genere devo dire che ci prendiamo cura dei nostri spazi. Certo c’è una libertà, la gente esprime le proprie idee sui muri – per dire – e va benissimo, ma cerchiamo di avere un po’ di cura togliendo le cose brutte.

Cosa pensi del decoro?

Penso che c’è una mancanza di progettualità. L’Amministrazione non ha mai fatto i conti con il fatto che qui ci sono decine di migliaia di studenti che vogliono divertirsi. Negli ultimi anni poi è stato un massacro. Non ci sono più le feste, mancano gli spazi, hanno sgomberato molti posti e senza altre valvole di sfogo rimangono l’alcol e la droga.
Ci hanno caricati di responsabilità che è anche difficile mettere in pratica. Si possono certo creare delle condizioni perché avvengano le cose, ma se qualcuno si mette ad urlare per strada io cosa posso fare?
Il decoro, io credo, è un falso problema. Un ventenne che beve per strada non può essere un
problema di polizia o di ordine pubblico. È chiaro che c’è qualcosa di più ampio che non va.
A parte questo, devo dire che non abbiamo mai avuto grossi problemi. Credo che il fatto di avere un zoccolo abbastanza solido di frequentatori abituali abbia creato una situazione più gestibile e serena.

Torniamo al bar: rispetto al set interno, che è cambiato spesso negli anni, qual è l’idea?

All’inizio abbiamo anche coinvolto qualche artista e artigiano. Da un certo punto in poi è diventato invece il mio parco giochi. Quasi tutto quello che c’è ora l’ho fatto io. Tipo il pannello che c’è nel bagno è nato da una battuta con alcuni amici con i quali venne fuori l’idea di fare un synth. Ora la gente ci gioca quando è in coda per fare pipì.
Io sono uno di quelli che non butta mai via niente. Soprattutto penso che la teconologia obsoleta può fare ancora qualcosa di buono.
L’idea è quella di ridare significato agli oggetti.

C’è comunque un certo gusto per la tecnologia e la retromania?

Sì. Io sono un early adopter. Mi sono collegato per la prima volta ad internet nel ’94 (e infatti non so usare i social come molti miei coetanei), per cui sì, ho lavorato con i computer sin da piccolo ecc.
Mettici anche il grande entusiasmo sia per internet che per il software libero negli anni 90. E un po’ l’ostinazione di prendere un computer vecchio e grazie alle vecchie competenze acquisite riuscire a farlo lavorare ancora bene.

 

Foto di Asia Giannelli

Addirittura le playlist prima di Spotify…

Qui abbiamo avuto il vantaggio di aver avuto sempre molti collaboratori musicisti, soprattutto quando non c’era spotify e anche su internet era difficile trovare la musica. Adesso ci siamo piegati anche noi a spotify che va insieme a bandcamp, last.fm e altro.

Riguardo ai collaboratori, molti sono rimasti qui per diversi anni, giusto?

Bè sì, quando si fanno i contratti a tempo indeterminato la gente poi ci sta. Chiaro che per certe persone era un’esperienza di attraversamento. Adesso anche quello è un po’ cambiato. redo sia cambiata la composizione di classe dell’università. Una volta erano tutti a chiedermi lavoro, adesso no. Sicuramente perché ci sono molti più bar, ma non vedo un eccesso di richieste come un tempo. Il mio è un osservatorio molto limitato, ma Bologna non è neanche più quella città così attraente, un po’ di mazzate le ha ricevute in questi anni. E poi è diventata un po’ più cara, soprattutto per gli affitti.

E i lavori con gli artisti che si sono succeduti sulla serranda?

Sì ci sono stati Blu ed Ericalcane che ormai non vedo più. L’ultimo lavoro l’abbiamo fatto sul bancone con Andrea Bruno, Guido Volpi e Michelangelo Setola. Soprattutto Andrea è il nostro cliente più affezionato in assoluto, è qui dal primo giorno.

Il “brand” Via Mascarella quand’è nato?

Via Mascarella non c’era quando abbiamo aperto. Sì c’era il Bravo e la Cantina Bentivoglio, ma non era la strada di oggi assolutamente. Non era una via di socialità.
Poi piano piano, anche grazie al fatto che ci fossimo noi ad aver creato un terreno fertile, chi è arrivato dopo ha potuto fare la sua proposta vicina o distante rispetto alla nostra.

C’è ancora quella pagina Facebook “La proverbiale simpatia dei baristi del Modo”? E che mi dici della diceria che chi lavora qui è antipatico?

Credo ci sia ancora la pagina, chiedo sempre a tutti i dipendenti di diventarne fan. Riguardo alla leggenda che siamo antipatici, sì ci sono delle persone che ci stanno antipatiche e a cui stiamo antipatici. Ma siamo anche simpatici a un sacco di persone.
Come dicevo prima è inevitabile che in un posto dove qualcuno si trova bene ci sia qualcun altro che si trova male per gli stessi motivi.
Mi ricordo che quando nacque tripadvisor trovai un po’ di recensioni che dicevano che “al Modo ci vanno tutti ma non si sa perché”….