Emanuele Braga

La cultura è politica. Alle volte persino il design. Emanuele Braga racconta 4 anni di attività di Macao.

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Emanuele Braga
venerdì 15 aprile 2016
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Dopo la bellissima intervista sulla programmazione musicale di Macao, la nostra esplorazione dell’attività di questo luogo vulcanico continua con un’intervista di natura più politica. Dal 1° al 17 aprile Macao è stato il teatro di un intensissimo esperimento di design, concepito insieme al Dirty Art Department, il master del Sandberg Institute di Amsterdam a cura di Jerszy Seymour: The Wandering School (con la mediapartnership di Zero). Emanuele Braga, uno dei fondatori di Macao, racconta qual è il contesto politico e culturale in cui questo progetto è stato pensato ed elaborato: la storia di 4 anni di progetti e lotte sul lavoro culturale, su Milano, in connessione con i movimenti internazionali.

The Wandering School @Macao
The Wandering School @Macao

ZERO: Come è nato il progetto Wandering School?
Emanuele Braga: Un anno fa abbiamo pensato con Macao e Dirty Art Department di fondare un scuola vandala, randagia, nomade sul modello classico dell’antica Atene. In cui non ci fossero gerarchie fra insegnanti e alunni, in cui tutti impariamo attraverso la pratica, vivendo assieme, uno spazio di libertà in cui fare il meglio che sappiamo fare e renderlo più sostenibile. Poi Erasmus, un designer co­iniziatore di Wandering School metà olandese meta greco, mi ha detto che il simposio di Plato consisteva in una discussione fra ubriachi, dove vince chi riesce a parlare senza rovesciare il grosso calice stracolmo di buon vino. Nella pratica ora Macao ospita da un mese 40 persone che hanno trasformato lo spazio attraverso tanto lavoro e una continua performance artistica che li ha resi ubriachi ed esausti. I progetti sono tutti molto belli. È un’altra idea di design week. Fatta di condivisione politica, delle nostre vite e di modelli economici circolari e più equi.

The Wandering School @Macao
The Wandering School @Macao

Partiamo dal momento in cui siete usciti dalla torre Galfa e siete venuti qua, dopo una serie di peregrinazioni. Come si è evoluta in questi anni la parte politica di Macao, dopo l’ondata del Valle e dei beni comuni?
Macao ha una caratteristica forte, legata alla natura della trasformazione del lavoro artistico, culturale o creativo. Era nata dalle assemblee dei lavoratori dell’arte. Ci ponevamo il problema di che funzione avesse la produzione culturale rispetto alle nuove forme di istituzione. Deriva molto fisica dalla nascita di Torre Galfa, che ha mappato con una serie di occupazioni alcuni punti cruciali del conflitto urbanistico milanese, ha evidenziato la costruzione finanziaria della città, è proseguita nella ricerca di nuove forme di organizzazione della produzione, nella nuova concezione dell’uso del tempo, anche collettivo, e della quantificazione del suo valore. Cerchiamo una reinvenzione del modo di cooperare, di spendere il proprio tempo: è volontariato, o può diventare un modello economico istituente? La prima azione fu un’autoinchiesta svolta tra le persone che passavano del tempo a Macao sulle ragioni della mobilitazione: perché passi tempo qua? Stai cercando una nuova professione? un ideale politico? uno spazio alternativo a quelli di cui è dotata la città? Noi eravamo 4­-5 all’inizio, poi una cinquantina prima di entrare in Torre Galfa, ma poi ci siamo trovati a condividere gli spazi e il progetto con un gruppo grandissimo di persone determinate ad andare avanti, e non li conoscevamo neppure.

Torre Galfa, maggio 2012
Torre Galfa, maggio 2012

E quanti ne sono rimasti?
Adesso c’è un’assemblea di 30/40 persone, spesso la composizione cambia, e discutiamo l’attività di gruppi più grossi, tavoli o progetti: la dimensione dei tavoli molto disciplinare (suono, video, fotografia) si è in p​arte ​dissolta e ricombinata in progetti interdisciplinari, per esempio s​ul tema dei rifugiati e​ della migrazione.

Foto Brando Cimarosti
Foto Brando Cimarosti

Riguardo a quell’inchiesta, mi ricordo che ne usciva un dato che mi pareva inverosimile: la maggior parte di loro dichiarava di guadagnare tra 1000 e 2000 euro al mese, un lusso di questi tempi
Si, i dati erano lontani dalle aspettative: un 20% era s​otto​ la soglia di povertà, un 20% guadagnava bene, e poi c’era un’area centrale che comunque sembrava cavarsela. I risultati dicevano che a Milano, che comunque è una città privilegiata per la concentrazione di lavoro
legato alla cultura, molti riescono a guadagnare o almeno sopravvivere, ma facendo marchette. Quasi tutti lamentavano e lamentano di essere costretti a fare cose che per loro non hanno senso, o addirittura contraddicono le proprie convinzioni e avviliscono le competenze.

Torre Galfa, 2012
Torre Galfa, 2012

Questo magari succede anche perché chi si mobilita appartiene a una fascia più colta, o più politicizzata, rispetto alla media, e quindi sente più fortemente la contraddizione.
Si, può essere vero, gli artisti fanno fatica ad avere una coscienza di classe, sono molto frammentati, c’è poco la sensazione di potersi unire per lottare insieme, nella quotidianità è più facile avere le masse ad un buon concerto, che ad una riunione in cui si parla di tutti i nostri problemi, ma questo fa parte della vita, e ha anche un suo senso.

foto Pietro Baroni
foto Pietro Baroni

Poi abbiamo cominciato a lavorare a una proposta legale per la gestione degli spazi abbandonati: qui dopo la prima estate abbiamo fatto un’assemblea dei movimenti cittadini: come gestire dal basso il patrimonio urbanistico lasciato in abbandono, un’assemblea aperta riconosciuta come soggetto di riferimento, che costruisca modelli di gestione collettiva alternativi ai classici concorsi che assegnano a partenariati pubblico-­privato. Elaborammo un documento di cittadinanza attiva. Era già una bozza programmatica, che intercettava i risultati della commissione Rodotà, le elaborazioni sugli usi civici dell’Asilo Filangieri di Napoli. A partire da questo, dopo un precorso partecipato da diversi soggetti su di un tavolo proposto dal Comune​ abbiamo elaborato una delibera che è stata depositata in consiglio comunale, in attesa di diventare legge.
Un altro cardine era evitare la deriva della sussidiarietà: in mancanza di soldi pubblici, costringo i cittadini a supplire con le proprie energie ed economie.

Foto Eugenio Marongiu
Foto Eugenio Marongiu

Forse anche per evitare il trionfo del terzo settore e di CL, Comunione e Liberazione.
Si, ma anche per la tendenza delle persone che partecipano ai movimenti ad autosfruttarsi: tenere in piedi uno spazio richiede moltissimo tempo, e non ne resta per vivere. Per sfuggire a questa trappola ci sono degli strumenti normativi che possono riconoscere questi luoghi come risorse, e quindi possono agevolare queste strutture sulle tasse, sui permessi, sulla burocrazia: la cooperazione dal basso deve diventare sostenibile, se la gente crea servizi questi devono essere se non remunerati, almeno agevolati.
Abbiamo creato, i​n un gruppo di genitori, ​un asilo autogestito, per esempio, ma dobbiamo fare finta che non sia un asilo. In Germania è pieno di “k​ita”​,​ma qui tra ASL, destinazione dello spazio, etc, la competizione con chi gestisce i partenariati pubblico­privato dei servizi dal punto di vista burocratico è ingestibile. Ogni volta che ti autorganizzi dal basso per mettere una toppa alla distruzione del welfare trovi incredibili vuoti normativi e ostacoli burocratici. Per questo oltre all’autorganizzazione è necessario elaborare delle proposte per cambiare il quadro normativo.

Macao  a Palazzo Citterio, Foto Lele
Macao a Palazzo Citterio, Foto Lele

Che ne pensi delle vicende delle grosse assegnazioni di questi anni (BaseMilano, Santeria)?
Ogni caso è a sé, il comune ha fatto un gesto di apertura sul recupero degli spazi abbandonati e sulle condizioni economiche e nei soggetti da coinvolgere. Io però sono scettico perché secondo me c’è un forte rischio d’impresa, e l’investimento per essere sostenibile condizionerà necessariamente i contenuti e l’accesso a questi spazi. Sia per un problema di cultura che burocratico. Gli standard gestionali richiesti per quegli spazi condizionano il programma.
Qui c’è un grande iato tra una proposta mainstream di bassa qualità con grandi investimenti, e le proposte che nascono da una produzione diffusa che fa cose spesso in periferia, quasi sempre poco supprotata e invisibile. Credo che Macao faccia eccezione in questo iato, nonostante la precarietà del quadro normativo, perché aggregando costellazioni di progetti che trovano soldi in maniera alternativa riesce a fare sistema, a uscire da quella dispersione e invisibilità, e a produrre ricerche importanti.
Anche rispetto al Valle: nel mondo uno dei discorsi più vivi, ormai anche per il venture capitalism degli USA, riguarda la destrutturazione dei corpi produttivi: le decentralized autonomus organizations, DAOs. Non investire sulla centralità organizzativa, creare delle piattaforme che permettono di convergere velocemente su progetto. Macao è un soggetto aperto e non identitario in cui il ricercatore universitario, il punk e il giardiniere riescono a convergere su un progetto e a trovare i soldi per produrlo. Si lavora sull’accesso, la trasparenza, sulla condivisione dei mezzi di produzione. Dal punto di vista economico Macao ha dei costi centralizzati, ma tentiamo di tenerli al minimo, per ridurre i fattori di rischio: abbiamo pochi baristi, poche persone con un ruolo fisso. Avvengono tante cose, ma il lavoro e le funzioni, e i costi, sono distribuiti tra i soggetti che organizzano i progetti. Questo si traduce in una maggiore libertà nei programmi e in una grande flessibilità che riduce il rischio di indebitamento.

Foto Brando Cimarosti
Foto Brando Cimarosti

Ma quindi si guadagna facendo cose a Macao?
Si certo: ch​i organizza iniziative deve di​chiarare quanto paga i lavoratori, dagli artisti alle persone che montano o puliscono, e noi abbiamo i dati di questi bilanci. Esistono dei costi centrali, ma rispetto ad altre istituzioni a quanto ne so sono molto inferiori. Al Reina Sofia di Madrid ci hanno invitato a un meeting sulle sperimentazioni di questi modelli economici e gestionali, perché, ci dicevano, sono utili per affrontare un futuro prossimo in cui i fondi per la cultura calano inesorabilmente, e diventa necessario individuare nuove strategie alternative al puro mercato. ​Anche in Silicon Valley stanno investendo sul block chain, smart contracts, basic income, noi dobbiamo farlo meglio .

È questo il mondo che stavate intercettando con AB strike?
La cosa è cominciata quando abbiamo ospitato a Macao il core team di Bitcoin, due anni fa. Si sono messi in una stanzetta con gli schermi a scrivere codice per un mese. Noi abbiamo cercato di capire che vuol dire fare politica attraverso un hackeraggio di questo genere. Bitcoin era un fenomeno di rottura perché per la prima volta c’era un’infrastruttura finanziaria che faceva a meno delle banche, completamente gestito dagli utenti che ne facevano uso, attraverso una struttura che si incardina su block chain, un file che registra tutte le transazioni ma allo stesso tempo è costruito da quelli che fanno le transazioni.

Macao in Viale Molise
Macao in Viale Molise

Anche se non controllato
No, perché l’algoritmo che controlla è gestito dagli inventori del bitcoin. La nostra valutazione del bitcoin alla fine non è positiva: perché è diventato come moneta di riserva e non di produzione, e perché il mercato ha subito cercato di speculare sul bitcoin. Ma il fenomeno è interessante perché va indagata la possibilità di autorganizzarsi anche sul piano delle infrastrutture digitali. Si riescono a concepire delle strutture decisionali comuni? È possibile progettare degli algoritmi in cui, per esempio, l’accumulazione comporti una perdita, grazie a un meccanismo di interesse negativo? Oppure in cui si premiano investimenti di tipo sociale­cooperativo penalizzando il capitale puro?
Noi stiamo partecipando al progetto D-Cent, con l’hacker Jaromil, Denis Roio. È un progetto di mappatura di tutte le cryptocurrencies, e di creazione di tools per gestire meccanismi deliberativi, piattaforme di crowdfunding, etc. Da qui abbiamo poi intercettato un dibattito più teorico impostato insieme a ​Effimera​ che ha coinvolto studiosi come Fumagalli, Marazzi, Vercellone, sulle monete del comune, poi sfociato in un convegno a Macao ​e in un libro pubblicato da A​lfabeta2.​
Era anche il tema della Biennale di Atene: riappropriarsi del valore prodotto collettivamente, con un tessuto fittissimo di autorganizzazione. Gli operai che riavviano la produzione in fabbrica, 400 ospedali auorganizzati, palazzi occupati a fini abitativi. C’erano il Robin Hood Minor Asset Management ed Enric Duran, un catalano che ha rubato alle banche quasi 500000 euro per consegnarli ai movimenti spagnoli, ideatore poi di Faircoop, una banca a tessuto cooperativo, e Faircoin, la sua moneta, utile a gestire la produzione con un’infrastruttura economica redistributiva.
A ottobre Macao ha fatto un’inchiesta sul lavoro a Expo, facendo finta di prendere sul serio l’evento come “laboratorio sul futuro”. A questi lavoratori noi chiedevamo tra le altre cose cosa pensassero dell’automazione del lavoro, di un futuro in cui non avremo più bisogno di lavorare, perchè i robot stanno lavorando per noi. Ne usciva una consapevolezza diffusa delle conseguenze nefaste dell’automazione ­ che assorbirà in vent’anni circa la metà della forza lavoro – e anche un rammarico generale, ma questo non cambiava le aspirazioni. Il desiderio più comune restava un buon piazzamento in una multinazionale. L’obiettivo delle lotte diventa quello di ridurre il rapporto tra orario di lavoro e salario, inventarsi degli strumenti di ingegneria sociale per alimentare un sistema alternativo al predominio salariale per la sopravvivenza sociale e individuale, e la valorizzazione delle energie spese in comune.

Biennale di Atene
Biennale di Atene

Come siete entrati a EXPO?
Camuffandoci da Fondazione finlandese, R​ethink How​­ con la copertura di Robin Hood Minor Asset Management che effettivamente è finlandese, insieme all’Università di Bergamo e di Pavia (grazie a Lucarelli e Fumagalli)
Sempre con Robin Hood stiamo elaborando un M​anuale della sopravvivenza sul Lavoro,​­ una gamification sulle varie trasformazioni del mondo del lavoro, che delinea scenari futuri diversi a seconda del campo con tecniche di sopravvivenza elaborate in risposta ai problemiche si possono incontrare.

I risultati di queste battaglie, questi pensieri, questi esperimenti, vengono però spesso reinterpretati alla luce di un’unica narrazione, che unisce l’assemblea di Macao e il coworking, lo sforzo cooperativo e la start up, in poche parole spoglia i movimenti della carica politica per riversare dei contenuti neutralizzati nel pastone dell’innovazione e della sharing economy o sharing culture, come la vuoi chiamare.
Dal punto di vista tattico esistono moltissime pratiche che cercano in modo sincero di innescare processi più o meno radicali utili a sopravvivere in un mondo finanziarizzato. Chi ci governa si è abituato a fare propri questi linguaggi e termini in funzione di politiche conservatrici e neoliberali.

ABstrike
ABstrike

Ma più che la scena politica, che ha sempre e comunque cercato di capitalizzare qualsiasi fenomeno gli capiti sotto mano, mi lasciano perplessa le reti, quei network che fungono da mediatori, collettori di cose molto diverse e che però a mio parere invece di valorizzarle le rullano come uno schiacciasassi.
Se leggi E​uropa Creativa 2014-­2020, il programma culturale lanciato un paio di anni fa dalle istituzioni europee, non si parla d’altro che di ​innovazione tecnologica, piattaforme, rigenerazione urbana, audience development, meccanismi partecipativi. Rena o CheFare sono interpreti di un’onda lunga che viene molto da lontano: è un’agenda europea e non solo. La condivisione è Amazon, Facebook, ma anche il Fuorisalone o la Biennale, si sa. Le parole d’ordine sono le stesse nostre. Il problema è capire chi comanda e come viene redistribuita la ricchezza. Chi ci guadagna?

E che risposte ti stai dando?
Nell’inchiesta che abbiamo fatto al Fuorisalone, ad esempio, risulta chiaro che ci guadagnano pochissimi, con le forze di tutti.

Inedito a Macao

Voi con chi collaborate di più a Milano?
Serpica Naro, O’, le Strasse, gli editori indipendenti, Archivio Moroni, Offtopic, Effimera, il Leoncavallo, We Make, Rimaflow, l’Università statale, parecchie etichette discografiche indipendenti, festival IT, Partigiani in ogni quartiere, Isola Pepe Verde, tanti altri e pure voi di Zero.