Manu Gerosa

Il suo film, Between Sisters, è fra i documentari italiani da vedere per forza. E noi abbiamo chiesto a Jacopo Rondinelli di intervistarlo

Scritto da Jacopo Rondinelli il 11 maggio 2017
Aggiornato il 16 maggio 2017

Cinque anni fa, tra una chiacchiera e l’altra, l’amico documentarista Manu Gerosa mi parlò di un progetto piuttosto singolare, che stava portando avanti nei momenti di pausa tra un lavoro e l’altro: durante momenti di vita quotidiana, stava filmando sua madre e la sorella di lei, le loro interazioni, il loro semplice vivere. Nel corso degli anni Manu mi ha mostrato le riprese, momenti – esilaranti e struggenti insieme – nei quali le due donne manifestano un legame insolito, profondo e conflittuale.
Col tempo quella che era iniziata come una specie di filmino delle vacanze è diventata una terapia famigliare a favor di telecamera, di cui il regista stesso è parte attiva. Dopo aver visto il film, che dal 19 trovate per una settimana intera al Beltrade, mi sono spesso trovato a immaginare cosa succederebbe se prendessi la telecamera e seguissi nella loro intimità i membri della mia famiglia, con il rischio di scoprire verità scomode o chissà quali segreti. Che poi è proprio quello che succede nel film di Manu.
Soprattutto per questo motivo sono convinto che Between Sisters sia qualcosa di unico. Se comunque ve ne servissero altri, cito il commento al film di tale Claudia Cardinale: «Un magnifico ritratto sulla fuga del tempo, sulla famiglia e sul perdono».
Visto che dopo Milano, il film arriverà nelle sale di un po’ tutta Italia, ho fatto una chiacchierata con Manu Gerosa, regista, figlio e nipote.

ZERO – Descrivi con tre aggettivi Between Sisters
Manu Gerosa – Direi comico, tenero e intenso

Del film non sei solo il regista, ma anche uno dei personaggi. Com’è stato gestire contemporaneamente questi ruoli?
Le due protagoniste sono Ornella e Teresa, due donne, due sorelle, ma essendo loro mia madre e mia zia, non potevo che far parte della vicenda. Questa situazione mi ha messo nella condizione privilegiata di raccontare la loro intimità, ma ha anche creato molte difficoltà a livello personale: l’atto stesso di girare un film su di loro ha innescato un cambiamento nella realtà, una realtà che coinvolge me in modo diretto. Perciò, mentre da una parte c’era il desiderio di raccontare una storia, dall’altra c’era una domanda che non smetteva di perseguitarmi: avevo il diritto di farlo?
Credo che la ricerca del confine tra il mio ruolo di regista e quello di figlio e nipote sia stata uno degli aspetti più complicati del progetto. Durante la realizzazione del film c’è stata una continua ridefinizione di questi ruoli, che non si è interrotta nemmeno in fase di montaggio.

Da come la descrivi, sembra sia stata un’esperienza intensa e da molti punti di vista; tanto che durante il film si ha spesso la sensazione di assistere a una terapia di gruppo, in cui ci si aspetta di tutto, fino all’ultima scena. Immagino che le incognite prima e durante le riprese siano state tante. Quanto è stato difficile mettere in piedi un progetto così?
All’inizio l’intenzione era fare un ritratto di famiglia: volevo descrivere personalità molto differenti, ma altrettanto legate. Non immaginavo dove mi avrebbe portato la storia e nemmeno che alla fine potesse diventare un film.
Poco a poco, però, mi sono accorto di come la videocamera spingesse tutti noi a uscire dagli schemi relazionali cui eravamo abituati; io guardavo mia madre e mia zia con occhi più attenti e in un certo senso era come se le stessi conoscendo di nuovo e per la prima volta. Allo stesso tempo Ornella e Teresa hanno cominciato a usare i momenti di ripresa per parlare di cose di cui non avevano mai parlato prima.
A quel punto, non potendo prevedere come sarebbe potuta evolvere la storia, ho deciso che avrei dovuto seguirla fino alla fine e vedere fino a dove mi avrebbe portato.

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Un bel viaggio…
Sì, infatti ho deciso di lasciare i lavori che stavo seguendo a Milano e tornare temporaneamente nella mia città d’origine, Rovereto, per filmare il più possibile. Ho ripreso la relazione tra Ornella e Teresa per più di tre anni, praticamente da solo. Poi, quando ho cominciato a montare delle sequenze e prendere parte ai mercati internazionali di documentari, mi sono accorto di quanto la vicenda suscitasse interesse.

So bene quanto per i documentari sia difficile partire con il budget e l’asset necessari, anche perché l’idea iniziale spesso cambia in corso d’opera e bisogna continuare ad adattarsi.
Dapprima la Trentino Film Comission ha deciso di sostenere il progetto e poi, pian piano, ho incontrato altri partner che hanno voluto scommettere con me. Sono così entrati in co-produzione il Belgio e il Qatar, che con le loro risorse mi hanno permesso di portare a termine tutta la post-produzione.

Com’è cambiato il rapporto con i tuoi famigliari, dopo Between Sisters?
Dopo il film, mia madre Ornella e mia zia Teresa hanno di certo una maggiore consapevolezza di chi sono realmente e degli elementi su cui si basa il loro legame; allo stesso tempo, però, potrei anche dire che il loro rapporto è rimasto lo stesso: ancora oggi si vedono tutti i giorni e provano un enorme affetto l’una per l’altra. Nei momenti che trascorrono insieme continuano a discutere, come hanno sempre fatto.

So che il film ha riscosso un buon successo in diversi festival in giro per il Pianeta. Quali sono stati i commenti che ti hanno reso più orgoglioso?
Per me è bello vedere come il film sia capace di emozionare persone di culture e paesi diversi; spesso qualcuno reagisce a una scena ancora prima di leggerne i sottotitoli e credo questo dimostri che la storia parla un linguaggio che va oltre le parole e i dialoghi.
Mi ha reso orgoglioso il calore con cui alcuni lo hanno accolto, soprattutto il fatto che alla fine di ogni proiezione capita sempre che qualcuno venga da me per dirmi che dopo aver “vissuto” il film si è innescata una riflessione sulla sua storia personale; sentono che devono fare qualcosa che fino a quel momento hanno evitato, siano una telefonata, una domanda o una chiacchierata con qualcuno.
Questo è l’effetto che speravo il film avesse.

Vero: uno degli aspetti più belli del tuo film è che descrive dinamiche famigliari in cui chiunque può riconoscersi subito, creando un effetto catartico che fa venir voglia di chiamare quel cugino, quel fratello, lo zio che non senti da tanto tempo.
In Between Sisters le due protagoniste si mettono davvero a nudo davanti agli spettatori e fanno vedere come spesso nelle relazioni con le persone più care si stabiliscano dinamiche da “intimi sconosciuti”; detto in altre parole, è come se si sia estremamente vicini, ma per paura di ferirsi o addirittura perdersi si eviti di mostrarsi per quel che si è. In questo modo non ci si conosce davvero. Ecco, quando le persone attraverso il film hanno la forza di riconoscere questa cosa nella loro stessa vita, allora credo che raccontare la storia di Ornella e Teresa sia servito.

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Come viene percepito all’estero un regista italiano di documentari?
Con una battuta, risponderei che viene percepito come qualcuno alla perenne ricerca di fondi, perché per la realizzazione di documentari, qui in Italia, i soldi non sono mai sufficienti. A parte gli scherzi, credo all’estero ci sia un occhio di riguardo nei confronti del cinema e del documentario italiano, soprattutto per l’influenza che abbiamo avuto in passato. Senza contare che negli anni più recenti molti nostri documentari d’autore hanno ricevuto riconoscimenti prestigiosi in festival internazionali.

In effetti sembra che il cinema italiano stia risvegliandosi e in tante declinazioni diverse. Il linguaggio documentaristico sta peraltro sempre più contaminando il cinema, chiamiamolo, “classico”. Penso a titoli come The Hurt Locker, o al filone dei found footage film. Che cosa vedi nel futuro di questo genere?
Credo che oggi più che mai le possibilità di contaminazione siano enormi. Il documentario può utilizzare qualsiasi strumento narrativo e stilistico, forse in maniera anche più libera rispetto al cinema di finzione, cosa che a sua volta stimola il cinema che tu chiami “classico” a ricercare di nuovi linguaggi.
Sono felice di vedere come il documentario d’autore sia uscito definitivamente dalla nicchia e dai suoi schemi convenzionali. Credo che oggi gli eventi della realtà, e intendo la realtà del mondo globale, influenzino in maniera così forte la nostra vita da costringere il cinema di finzione a ricorrere a strumenti documentaristici per raccontarla.

Tre documentari che hai visto recentemente e che consiglieresti vivamente.
Di recente sono stato invitato come giurato in un festival in Egitto e ho visto molte cose interessanti; fra le tante, cito Radio Kobani, un film olandese di un regista curdo, Those Who Remain, di una regista libanese, e lo strepitoso A Man Returned.

Chiudiamo con un classicone: progetti futuri?
Al momento sto lavorando a varie cose, ma in particolare su un nuovo documentario provvisoriamente intitolato One More Jump; è un film su alcuni ragazzi delle Striscia di Gaza che hanno formato una squadra di parkour e usano quella disciplina per riappropriarsi della loro terra, devastata dall’assedio israeliano, e per sognare di costruirsi un futuro.
Sarà girato in parte nella Striscia di Gaza e in parte in Italia, dove vive il fondatore della squadra che è riuscito ad andarsene. Attraverso le loro acrobazie e le loro vite, il film racconterà il desiderio di quei ragazzi di andarsene, ma anche il prezzo che si deve pagare quando si decida di abbandonare tutto quel che si ama.
Prodotto dalla torinese GraffitiDOC, il progetto ha vinto un premio l’anno scorso al workshop di sviluppo ESoDoc e quest’anno dovrebbe entrare nella fase di produzione.

JACOPO RONDINELLI
Classe 1973, milanese doc, è regista di spot, documentari e videoclip. Ha dato immagini, fra gli altri, a Il teatro degli Orrori, Subsonica, Perturbazione e Salmo. Sta lavorando al suo lungometraggio di debutto.