Sono fatta di Bologna: intervista a Vanna Vinci

Il rapporto con la città, la musica e l'ultimo lavoro su Frida Kahlo (che presenterà durante BilBOlbul) della ''fumettara filosofica''

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Vanna Vinci
lunedì 21 novembre 2016
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“Il mio problema non è tanto quello che gli altri pensano di me, ma quello che io penso di loro”: è solo una delle tantissime citazioni della Bambina Filosofica che potrebbero raccontarci di Vanna Vinci, una delle voci più importanti del fumetto italiano. Il suo ormai famosissimo alter ego – “nemmeno tanto alter” – punk e ribelle nato al Victoria Station “su un tovagliolino unto di patatine” è a sua volta uno dei tanti magnifici personaggi nati dalla sua matita e capaci di muoversi in uno spazio privato – e intriso di musica – sospeso tra presente e passato, tra realtà e altrove.
Vanna vive a Bologna da quasi 30 anni. Da quando è qui ha pubblicato le sue storie a fumetti per 24 Ore Cultura, Bao Publishing, Dargaud, Rizzoli Lizard, Hachette, Planeta, Kappa Edizioni, Kodansha. E nel frattempo è diventata un mito.
L’ultima sua pubblicazione è dedicata a Frida Kahlo, Frida. Operetta amorale a fumetti (24 Ore Cultura), icona che si aggiunge al novero di personaggi femminili borderline e legati al mondo dell’arte che tanto le piacciono (vedi anche La Casati. La Musa egoista e Tamara de Lempicka, icona dell’art deco).
Tra la presentazione del libro in occasione di BilBOlbul 2016, mercoledì 23 novembre alla Libreria Coop Zanichelli, e la mostra sull’arte messicana con la stessa Frida a Palazzo Albergati, non potevamo non incontrarci per conoscerla meglio.

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Quando sei nata e dove

Il 30 aprile del 1964 a Cagliari

Perché vivi a Bologna? 

Mi ci sono trasferita perché c’era la mia prima casa editrice, Granata Press di Luigi Bernardi. All’inizio degli anni 90 andavo e venivo perché c’era un’amica di mia madre che mi ospitava, poi in pianta stabile dal 1995. Ho avuto una piccola parentesi milanese (dove comunque torno di continuo e volentieri, visto che amo Milano!), ma sono tornata perché non ce la facevo a star lontana da qui, mi mancava troppo e avevo la saudade bolognese (che detto da una di Cagliari fa un po’ ridere forse).

Com’era quando sei arrivata?

Per quanto riguarda in generale la questione dei fumetti c’erano molti più editori e dal punto di vista del mercato editoriale era molto produttiva. Era un momento piuttosto propulsivo in Italia: c’erano molte riviste, stavano per nascere i manga, quindi l’orizzonte era molto vasto e c’erano molti più spazi. L’idea stessa di pubblicare su una rivista era molto rassicurante: io ho pubblicato la mia prima storia su Nova Express insieme a molti grandi autori internazionali. All’epoca c’erano certo più opportunità e garanzie, si poteva lavorare in maniera più ampia e stabile. Adesso è quasi impossibile. Ma, anche se gli editori sono calati notevolmente, la città mi sembra produttiva comunque, ci sono un sacco di giovani autori che ci lavorano e che producono, magari non seguendo i canali più consolidati ma percorrendo strade più piccole o poco esplorate.

I poster di CHEAP disegnati da Vanna Vinci per il Bologna Jazz Festival
I poster di CHEAP disegnati da Vanna Vinci per il Bologna Jazz Festival

E consiglieresti ancora a un giovane autore di trasferirsi qui come facesti tu quasi trent’anni fa?

Sì, assolutamente. Questa, come diceva Freak Antoni, “è una metropoli di provincia”, seppur un po’ decaduta, ma si vive bene e l’humus creativo della città c’è ancora, anche se le case editrici, per quanto riguarda i fumetti, sono quasi scomparse. Ma adesso si può lavorare anche senza spostarsi da casa… negli anni novanta era senz’altro molto diverso.

Quando hai deciso che il fumetto sarebbe stata la tua vita?

Io ho sempre disegnato. Ho cominciato a fare i fumetti a Cagliari che avevo 17 anni, senza nessuna ambizione e nella più completa ignoranza. Ho, invece, sempre avuto una propensione per la medicina, tant’è che mi ero iscritta in Odontoiatria (mia madre è medico). Dopo un anno, però, ho deciso di cambiar strada e passare all’Istituto Europeo di Design dove ho studiato grafica. In tutto quel tempo però non ho mai smesso di disegnare. Poi mi sono trasferita per un po’ a Milano, e là, nella più bieca solitudine, ho scritto la mia prima storia, ambienta tra Milano e Cagliari, L’altra parte, che poi è stata pubblicata da Bernardi. Da lì ho iniziato a prendere la cosa dei fumetti un po’ più seriamente, e con più costanza, continuando però con il lavoro di grafica. Anche adesso, che fare fumetti è diventato il mio lavoro principale, continuo, se mi capita, a collaborare con studi grafici, con illustrazioni e altro. Questo perché lavorando coi fumetti si rischia di finire in una specie di bolla ed è salutare ogni tanto ritornare nella “realtà” e fare qualcosa di completamente diverso, e soprattutto mettersi in gioco con altre persone. Sono stati comunque gli eventi a farmi arrivare qui, non l’ho deciso: diciamo che è stata la vita a portarmi sulla cattiva strada.

Perché ti definisci una “fumettara”?

Perché se dico “faccio i fumetti” non si capisce bene, ma se dico che sono una “fumettista” mi sembra di tirarmela troppo, di darmi una spolverata. Il termine “fumettara”, invece, che suona un po’ dispregiativo, è una sorta di rivendicazione o ribellione, anche se di poco conto, della cultura considerata di basso profilo.

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Non pensi, quindi che il fumetto sia letteratura?

Penso che sia un linguaggio culturale, e un certo tipo di letteratura, o di forma artistica, sì, ma provo anche un certo gusto quando continuano a considerarci dei reietti. Penso pure che molti fumettari sono più colti di molti scrittori (qui lo dico e qui lo nego). E poi non mi piace prendermi sul serio perché, come diceva qualcuno “non c’è niente di più stupido della serietà”.

I tuoi personaggi sono soprattutto femminili. Perché?

Prima di tutto perché essendo io una donna riesco a lavorare meglio con un genere in cui riesco a riconoscermi. Questo non significa però che un autore non possa raccontare anche profondamente e in modo complesso e completo un personaggio di sesso opposto al suo. A me interessa concentrarmi su personaggi femminili in certe situazioni particolari che riguardano fasi di dubbio, cambiamento o situazioni al limite o borderline.

Tre donne che stimi particolarmente?

Sicuramente mia madre che alla tenera età di 84 anni è il personaggio più destabilizzante che io abbia mai conosciuto. Un’altra è Colette, una che non ha mai guardato in faccia nessuno. Sicuramente la Marchesa Casati, che è stata una specie di fulmine per me. E tutte quelle bambine assassine, ribelli, abominevoli che sono le St. Trinian’s di Ronald Searle (per me è il punto di arrivo assoluto): le ho scoperte trovando il libro della Penguin in casa quand’ero piccola e ne ero rimasta completamente inorridita e sconvolta, poi però sono diventate i miei idoli. La Bambina Filosofica prende spunto anche da loro.

Da "La Casati. La musa egoista" di Vanna Vinci
Da “La Casati. La musa egoista” di Vanna Vinci

Mi racconti un po’ il tuo lavoro su Frida?

In occasione della personale di Torino, avevo già fatto per 24 Ore Cultura un lavoro su Tamara De Lempicka. Poi parlando col direttore editoriale abbiamo deciso di lavorare su Frida Kahlo, anche in previsione di una grande mostra che si terrà al Mudec nel 2018. Di lei sapevo poco, ma ho capito immediatamente che sarebbe stata un’avventura importante per me. Cercando un modo per raccontarla mi sono venuti in mente Leopardi e le sue Operette Morali e i tre dialoghi letterari di Paul Valéry, Eupalinos o l’architetto, L’anima e la danza e Dialogo dell’albero. Così è nata l’idea di un discorso tra Frida Kahlo e la sua grande compagna di vita, la morte. Parlano come due vecchie amiche, che sanno già tutto ma hanno voglia di ritornare su storie passate.

Da dove riesci a trarre la tua maggiore ispirazione?

Prima di tutto dalla mia testa, da alcune connessioni mentali. Poi dalle letture, che sono fondamentali. E anche da cose molto piccole che mi possono capitare nel quotidiano, perché non avendo grande attitudine per le avventure o i grandi intrecci quello che mi serve lo trovo nel privato, in spazi molto contenuti e piccoli.

La musica è parte fondamentale dei tuoi libri…

Pur non essendo molto informata e ritenendomi abbastanza ignorante in materia, la musica è una componente fondamentale non solo dei miei libri, ma anche della mia vita. Giro sempre con le cuffie, per dire, – e speriamo che non mi mettano mai sotto – e non faccio niente senza musica, ci dormo anche. Faccio un po’ fatica con la musica classica, escludendo Mozart, ma per il resto ascolto un po’ di tutto. In particolare la musica punk che ha per me una funzione terapeutica, tipo che se sono nevrastenica e molto stanca chiudo le finestre, metto i Sex Pistols o i Cramps, ballo un po’ e mi sfogo. La musica punk mi ha anche aiutato a finire dei libri, soprattutto quando dovevo andare veloce. Mi sarò massacrata, ma ho consegnato in tempo.

new york dolls

Cosa hai ascoltato mentre lavoravi su Frida e cosa ascolti in questo periodo?

Ho lavorato su Frida ascoltando quasi esclusivamente Chavela Vargas. Sulle ultime tre tavole però ho capito che mi stava uccidendo (perché Frida può uccidere) e ho sparato i Bee Gees, i Village People e Rod Stewart. Mi ha salvato Rod Stewart, davvero. In questo periodo sto ascoltando quasi solo esclusivamente musica ambient (dormo con Brian Eno) e un musicista che ho scoperto da poco, Dan Pound. Un’altra cosa che mi ha sempre preso molto, per la meditazione, è la goa trance.

Ti piace ancora andare ai concerti?

Non mi piace molto l’idea della folla, quindi ci vado se sono concerti piccoli. Tipo i Flashtones al Freakout: grandissimi loro, fantastico il posto.

Quanta Bologna c’è nei tuoi lavori?

C’è molta Bologna. Perché la città e il tessuto della città sono bellissimi. Ci sono delle proporzioni più aderenti all’essere umano di molte altre città e il fatto che i miei personaggi si possano muovere dentro la città che abito e conosco meglio, sicuramente mi aiuta ed è un percorso di lavoro visivo ed emotivo interessante. D’altra parte se io non avessi incontrato Luigi Bernardi, grazie al quale – ripeto – oggi sono qui, forse non avrei nemmeno lavorato con i fumetti, quindi posso dire, in una certa misura, di sentirmi fatta io stessa di Bologna e da Bologna, di una materia insomma che è propria di questa città.

Giovanni Mattioli, Vanna Vinci, Guarda che luna, Bologna, Kappa edizioni, 1998
Da “Guarda che luna”

Quali sono i luoghi della città a cui sei affezionata?

Mi piace un sacco via Val D’Aposa, con la sua chiesetta e il portico rialzato. Poi ho un legame sentimentale con via Marconi dove ci sono state le due sedi della casa editrice Granata. E via San Felice dove c’è stata la sede di Kappa. E poi con altre strade e piazze dove sono successe cose… amo il corpo della città come se fosse il corpo di una persona che amo.

Avrai fatto un sacco di dediche: la cosa più strana che ti hanno chiesto?

Il mio personaggio sedicenne Lillian Browne nuda con un cappello in testa… ma non l’ho fatto!

Tra poco è Natale: mi consigli un libro da regalare a mia cugina di 12 anni?

Il Giovane Holden.

Tu che regalo ti farai?

Io non me ne farò perché il Natale mi lascia totalmente indifferente, anzi, se possibile, mi scoccia. Ma l’ultimo regalo che mi sono fatta è un paio di pantaloni a righe arancioni e verdi delle mie amiche Dissociate.

natale bambina filosofica