Vincenzo De Bellis

Da Ennesima a Miart, passando per PeepHole.

Scritto da Rossella Farinotti il 22 marzo 2016
Aggiornato il 29 novembre 2017

Photo Marco De Scalzi

Foto di Marco De Scalzi

Ennesima sta per chiudere e Miart si avvicina, con una quantità incredibile di talk ed eventi. Vincenzo de Bellis, protagonista assoluto di questa stagione artistica nelle vesti di direttore e curatore, ha parlato con noi, spiegandoci la sua passione per il metalinguaggio e quella per il calcio, e dichiarando un amore profondo per la cucina stellata e un’altrettanto profonda diffidenza per il ballo.

Ennesima, Vettor Pisani PH ROBERTO MAROSSI
Ennesima, Vettor Pisani PH ROBERTO MAROSSI

ZERO: Vincenzo, non è un caso il fatto che ci troviamo in Triennale. Oltre a essere un luogo altamente simbolico per la città di Milano, è il luogo dove tu hai sviluppato recentemente una mostra importante. Quindi, prima di parlare della fiera, ti chiedo qualche cenno su questa mostra di cui si è tanto parlato in questi ultimi 2 mesi: Ennesima, la mostra sull’arte italiana. Perché l’idea di fare un’esposizione così complessa sull’arte italiana?
Vincenzo De Bellis:
Non è stata propriamente un’idea mia. La Triennale, dopo Expo, aveva deciso di dedicare tutta la produzione autunnale all’Italia, nei suoi vari campi di interesse, architettura, moda e arte. E a quel punto Edoardo Bonaspetti, curatore per l’arte contemporanea in Triennale, mi aveva invitato a pensare a qualcosa su questo tema. In un primo momento sono stato preso da un attimo di scetticismo, anche dovuto al timore di cadere in un clichè del tipo ogni artista un’opera e così via con la carrellata. Poi mi è venuta l’idea di fare una mostra di sette mostre, spostando il focus dal contenuto della mostra al contenitore. Che cosa significa fare una mostra? Prima di essere una mostra sull’arte italiana, Ennesima è una mostra su come si fa una mostra. Il metalinguaggio nell’arte non è tanto utilizzato, mentre nelle altre arti ha sempre funzionato. Pensate ai film di Truffaut, sono dei metafilm. Il teatro, la musica sono così: in questi ambiti si è ragionato su come viene costruita la comunicazione. L’arte non l’ha mai fatto. Sono grato e lo sarò per sempre alla Triennale come istituzione, alla sua Direzione e Edoardo per avermi dato questa possibilità e sostenuto nel progetto. Perchè ripeto, senza il loro spunto iniziale e senza la loro convinzione io non avrei mai pensato di fare una mostra così.

Ennesima, Poesia Visiva PH ROBERTO MAROSSI
Ennesima, Poesia Visiva PH ROBERTO MAROSSI

E quindi l’idea della divisione in settori qui alla mostra è un analogo della suddivisione delle sezioni della fiera?
Si, assolutamente. Diciamo che in generale il ripensamento dei formati tradizionali dell’arte è quello che mi ha sempre interessato. L’ho fatto con Peep Hole soprattutto, l’ho fatto con la fiera, e l’ho fatto con Ennesima. Diciamo che il mio interesse principale è ridefinire quello che faccio. Quindi quando affronto un nuovo incarico, temporaneo o no, è così che agisco, rimettendo in discussione il mio ruolo li.

Ennesima, Luca Vitone PH ROBERTO MAROSSI
Ennesima, Luca Vitone PH ROBERTO MAROSSI

Come funziona, ogni anno, la progettazione del cambiamento dei format e dei contenuti all’interno della fiera? Una fiera deve essere sempre diversa, non può annoiare.
Non è facile ripensare ogni volta. Ho avuto l’idea di mantenere la fiera abbastanza identica a se stessa ritoccando qualche dettaglio nei primi 3 anni, perché volevo dare un’idea di solidità che, negli anni passati, Miart non aveva mai avuto. Far percepire, subliminarmente o no, che una fiera ha un percorso molto lungo, cadenzato, di continuo miglioramento. Quest’anno era necessario dare una rinfrescata, perché tre anni nell’arte contemporanea sono tantissimi, e quindi abbiamo aggiunto una nuova sezione e modificato i parametri di una già esistente. Dunque queste sono le due novità interne alla fiera: la riorganizzazione di una sezione che è quella del design, e la nascita di una nuova che si intitola DECADES.

Ecco, mi parli della sezione DESIGN a cura di Domitilla Dardi?
Il design l’ho inserito fin dal primo anno, nella convinzione che siano due mondi assolutamente in sovrapposizione anche se in questo momento parlano a pubblici diversi, ragionano con logiche differenti però sono in realtà molto simili. Ormai i più grandi musei d’arte del mondo si sono dotati da anni di dipartimenti di design. E se lo fanno i musei, che normalmente sono le istituzioni più lente, e lo devono essere, allora le altre realtà, che dovrebbero essere più duttili e flessibili, perché restano indietro?
Milano internazionalmente è identificata per l’arte come il luogo di Manzoni e Fontana, per la moda, e poi per il design appunto. Perciò era fondamentale non dimenticarsi dell’arte moderna, anzi, tenere questo settore fortissimo, e aprire al mondo del design. E mentre negli anni precedenti con Federica Sala abbiamo lavorato molto sul design moderno, sui grandi maestri, quest’anno con Domitilla Dardi abbiamo deciso di aprire a delle produzioni più contemporanee. E quest’anno la sezione ha davvero delle gallerie di altissimo livello sia italiane che internazionali. Non necessariamente le più famose, ma di grande qualità. In Italia ci sono Nilufar, Galleria O. / Giustini Stagetti di Roma, Luisa delle Piane, e tra le straniere abbiamo gallerie meno note, non abbiamo David Gill, ma gallerie che stanno facendo un grande lavoro sui nuovi designer.

Catharine Ahearn, installation view at Peep-Hole 2015 Ph Laura Fantacuzzi
Catharine Ahearn, installation view at Peep-Hole 2015 Ph Laura Fantacuzzi

Quindi Domitilla Dardi l’hai scelta perché in Italia è sicuramente tra le curatrici di quelle forme di ricerca nel design più vicine realmente all’arte, sia nel modo di concepire le cose, sia nel presentarle e commercializzarle? Per esempio i Formafantasma prima che a Peep Hole erano stati al MAXXI…
Con Domitilla ci conosciamo da molto tempo, avevamo sempre cercato di collaborare, ma per vari motivi non siamo mai riusciti prima d’ora. La mostra di Formafantasma da Peep Hole, invece, nasce da tutt’altre strade. Con Andrea e Simone ci conosciamo da 4 anni e sono tanti anni che abbiamo loro pezzi – per noi intendo me e Bruna, mia moglie che è anche co-direttrice di Peep Hole. Poi l’anno scorso, parlando casualmente con loro in un viaggio in Sud Africa, dove ci siamo incontrati per caso in un parco di Cape Town, abbiamo iniziato a scambiarci idee ed è nata così la mostra: loro hanno espresso il desiderio di fare una mostra in un contesto più d’arte, e noi volevamo aprirci ad altro.

Con Bruna Roccasalva e Henderson
Con Bruna Roccasalva e Henderson

Un altro aspetto interessante che a noi piace sono i Miart talks che, ho scritto qui su Zero tempo fa, ormai sono diventati una sorta di “dates”, imperdibili appuntamenti in fiera: da Yuri Ancarani, giovane videomaker, al curator della sezione video del MCA di Chicago, e così via. Sei tu che decidi di invitare questi personaggi spesso provenienti da ambiti diversi dell’arte contemporanea pura? O siete in due, perché l’altra novità di quest’anno è la nomina a vice-direttore a Alessandro Rabottini?
I talks sono da sempre stati un mio pallino. L’idea di coinvolgere il mondo dell’arte istituzionale, quello che afferisce ai musei e alle istituzioni a raccontare ciò che quotidianamente fanno all’interno di una fiera che ha carattere puramente commerciale, ci sembrava la cosa più logica. La fiera poi rimane legata a ciò che succede nelle gallerie, che deve essere di natura commerciale. I talks sono una prassi per tutte le fiere, però noi abbiamo spinto un po’: normalmente sono uno o due al giorno, invece noi abbiamo esagerato, per noi è una sorta di grande conferenza. Alessandro, che nei primi tre anni ha avuto il ruolo di coordinatore curatoriale di Miart, è stato il mio primo collaboratore, era la persona che con me decideva tutti gli aspetti più curatoriali della fiera. Quest’anno abbiamo rivisto la posizione di Alessandro e ridefinito i talks, lui è diventato vice-direttore con molte responsabilità in più. In particolare lui si è occupato dei talks – anche di tanto altro – perché è stata la naturale prosecuzione di ciò che seguiva da anni. La novità di quest’anno è che abbiamo individuato un partner con cui pensare tutto il progetto, In Between Art Films, che è la casa di produzione di Beatrice Bulgari, che ha come mission di intercettare la contrapposizione tra arte e cinema. Abbiamo preso questo come punto di partenza, e abbiamo esteso l’idea del cinema a immagini in movimento, o a performatività, intercettando le relazioni col cinema ma anche col teatro sperimentale, le performing arts e il cinema stesso, inteso anche come vide d’artista. Per questo motivo le persone che vedete quest’anno sono molto trasversali, legate al mondo dei video o dell’arte performativa. Da Omar Kholeif, senior curator del MCA di Chicago, al coreografo Virgilio Sieni. Ripensando anche a quello che hanno fatto altre fiere con la performatività, trattando la performance come oggetto commerciale, come 14 rooms ad Art Basel o Live a Frieze a Londra, noi abbiamo deciso di tenerla fuori dalla parte espositiva dandogli questa veste.

Calvin Marcus 2015 Ph Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
Calvin Marcus 2015 Ph Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade

Sul piano del fatturato come va Miart?
Molto bene in generale. Ma poi bisogna distinguere il fatturato della fiera dal fatturato delle gallerie. Partiamo dal presupposto che io non mi occupo nello specifico di queste cose, ma dopo tre anni qualcosa ho imparato: il fatturato della fiera è legato al pagamento delle gallerie che partecipano ed è andato sempre crescendo. I dati sono aumentati, e l’incremento c’è stato da prima che arrivassi io e il mio primo anno, dove si è raddoppiato il numero di metri quadrati e nel primo anno c’erano 137 gallerie, poi 145, poi 153 e poi 154, ma più di quelle non ne vogliamo, non c’è spazio e non ne vogliamo di più. I prezzi della fiera sono rimasti identici. E questo è un dato. Siamo cresciuti anche perché sono cresciute le sponsorizzazioni.
Immagino anche che la fiera sia più interessante per diverse tipologie di sponsor proprio perché ragionate a più ampio raggio, con questa multidisciplinarietà che attrae. La fiera di Milano prima rappresentava un circuito molto chiuso e c’era poco di internazionale.
Soprattutto era molto locale, ed era meno appetibile per grandi brand. Tornando invece al fatturato delle gallerie, non ho dati, a parte quelli pubblici.

Miart fa mercato per le gallerie in Italia?
Noi facciamo venire il maggior numero possibile di collezionisti, come tutte le fiere, poi ogni galleria sceglie una strategia diversa. Il dato fondamentale che fa capire quanto sia cresciuto il fatturato è l’incremento di gallerie internazionali che fanno la fiera: se scelgono di venire da noi escludendo altre fiere vuol dire cha va bene. E poi quelle nuove arrivano perché sentono dalle altre che c’è mercato. Per inciso: la grande intuizione è stata quella di capire che l’arte storica italiana avrebbe avuto un picco di mercato in questi anni. E nel 2013 quando siamo partiti questo fenomeno non era così sviluppato. Ora lo è: il valore delle Italian sales è aumentato negli ultimi tre anni di oltre il 100% in termini di fatturato, quindi gli artisti italiani sono notevolmente cresciuti. Quelli storici.

Questo non ha un riflesso positivo anche sui contemporanei?
No, ma non è detto che le cose vadano sempre così. Ora le cose già stanno cambiando: siamo stati visti dagli stranieri, non dagli italiani, come quel luogo in cui andare a pescare gli artisti prima che vadano in asta. Per esempio Gianfranco Baruchello nel 2013, prima che facesse la Biennale, prima che venisse recuperato da De Carlo, l’avevamo esposto in una galleria meno conosciuta e avevamo fatto un focus su di lui. Schifano quando l’abbiamo fatto noi aveva un valore di 100/150.000 euro, dopo un anno e mezzo è diventato 600.000. Non sto dicendo che sia merito nostro: il valore di mercato varia per tantissime logiche che io non conosco neanche, ma devi avere, da curatore, la capacità di intuire che sta accadendo qualcosa, soprattutto con gli artisti della tua nazione.

Visto che sempre di più questi eventi sono aggregati, ci sono delle relazioni con la XXI Triennale e con il Salone del Mobile?
Si, uno dei lavori più grossi e importanti che è stato fatto è creare sinergie con quello che accade a Milano. Mi ero accorto che era un evento “invisibile”: dal tassista al comune cittadino, nessuno sapeva che c’era. Ora se tu chiedi a un tassista «portami al Miart», lui sa dove andare. E questa è una grande vittoria, perché vede la fiera non solo come evento di mercato, ma come evento per la città. Che è quello che avviene in qualsiasi città quando avviene una fiera d’arte. Tranne a Londra quando c’è Frieze. Il paradosso è che durante la settimana del Miart nessuno faceva nulla di speciale in quel periodo, invece con il mio arrivo sono nati degli eventi, all’inizio in modo sparso, poi sempre più strutturato e con tutte le istituzioni si fa un programma insieme. È ovvio che inserire Miart subito prima del Salone è stata una scelta condivisa con il Salone stesso e con il mondo del design, ciò che ruota intorno, ed è stata una volontà anche politica tra noi e il Comune per spostare l’attenzione in città per 10 giorni, perché tu comunichi Milano, non Miart, ma Milano, e va a beneficio dell’amministrazione pubblica. Il dialogo con HangarBicocca, quando è arrivato Vicente Todolì, qualche giorno prima che io arrivassi alla fiera tra l’altro, è stato immediato, perché anche lui sentiva la necessità di un rapporto con la città, aveva le stesse esigenze che avevo io, e sono stati i primi a collaborare con noi. Da sempre hanno inaugurato un giorno prima di noi. E con la Fondazione Trussardi è iniziato da subito un programma di collaborazione che continua anche quest’anno con l’unico progetto che Miart co-produce con loro.

Che progetto sarà?
Non si può dire. Abbiamo detto che c’è ed è in collaborazione tra Miart, Fondazione Trussardi e Fai però verrà fatto un comunicato apposta. E Fondazione Prada è il primo anno che si trova con il Miart, il loro programma era già definito, dunque non inaugureranno durante la nostra settimana, ma non è importante, anzi, meglio perché ci sono troppe cose che succedono. Però Prada farà una apertura speciale il venerdi gratuita fino a mezzanotte, e non l’ha mai fatto prima. E ha due mostre importanti: quella di Goshka Macuga e quella curata da Thomas Demand che inaugura il 18 marzo. Poi c’è Palazzo Reale, che ogni anno aspetta aprile per inaugurare la mostra dell’anno. Quest’anno appunto è Boccioni, l’anno scorso Leonardo, prima ancora Manzoni

Che rapporti avete con il Museo del Novecento e il PAC?
Il Museo del Novecento ora è senza direttore, quindi la loro partecipazione è minima. Partecipano con Boccioni insieme al Castello Sforzesco a Palazzo Reale.

Quindi prendono i lavori dal Museo del Novecento e li spostano a Palazzo Reale?
Non solo quelli del Museo del Novecento. E presentano il video di Ancarani, al Museo del Novecento. Invece per il PAC vedremo.

E il Museo della Scienza?
Quest’anno li c’è la Triennale.

Quindi ad esempio Carsten Holler all’Hangar fa qualcosa con voi, viene a un talk magari?
No, inauguriamo insieme e facciamo una serie di eventi concatenati: noi portiamo i nostri ospiti in una visita speciale, loro fanno una cena per noi. Una serie di attività. Un’altra cosa importante: inaugura Open Care, ai Frigoriferi Milanesi apre un nuovo centro d’arte contemporanea con una mostra sugli anni Settanta, curata da Marco Scotini, che sarà anche il direttore del Centro, con Lorenzo Paini, collezionista.

Passiamo a parlare del tuo rapporto con Milano: quali sono le persone che qui più frequenti e stimi?
L’istituzione che frequento di più è sicuramente questa, la Triennale. Ho passato più tempo qui che da Peep Hole nell’ultimo anno. Questo luogo (La Triennale) e questa istituzione sono troppo importanti per Milano e io sono onorato di averne fatto parte anche se solo per un progetto e per pochi mesi. Tra le persone c’è sicuramente l’intero staff di HangarBicocca: Vicente, Andrea Lissoni, anche se ormai è Tate, e anche Roberta Tenconi, che farà un lavoro fantastico. Massimiliano (Gioni) – lo so che sparo facile però penso che in assoluto il suo ruolo e quello della Fondazione in questa città siano stati fondamentali perché prima di loro in questa città nell’arte contemporanea non succedeva davvero niente. Sia a lui che a Beatrice andrebbe fatto un monumento. Marco Scotini è una persona con cui ho un ottimo rapporto, ci frequentiamo anche fuori dall’arte. Edoardo Bonaspetti, con cui collaboriamo in maniera strettissima: tutti legano la nostra collaborazione a Miart e alla Triennale, ma in realtà è nata da Mousse, perché in passato ho scritto li fin quando ho potuto. E Mousse quando era soltanto un magazine, non era casa editrice, ha fatto il primo progetto editoriale esterno alla rivista, con Peep Hole, che era Peep Hole Sheet, un trimestrale di scritti d’artista. La casa editrice è nata con quel progetto. Siamo al ventiseiesimo numero.

Ci sono molti uomini: qualche donna con cui lavori e hai affinità?
Beh c’è Bruna, che è mia moglie. Ma prima di ogni cosa è una mia collega: abbiano iniziato a lavorare insieme, anzi io lavoravo per lei. Quindi per me il mondo femminile dell’arte ha questa grande icona, Bruna, che è fondamentale per tutto, Peep Hole non esisterebbe senza lei, con lei condivido tutto, anche l’aria che respiro. Di donne ne ho citate: Roberta Tenconi, Beatrice Trussardi, Domitilla Dardi. Poi mi viene in mente Umberto Angelini, di UOVO festival, fa un lavoro straordinario in questa città. Guardo il loro aspetto professionale ma poi son tutte persone con cui siamo diventati amici. Poi c’è Massimo Torrigiani, un’altra persona che ha tantissimi meriti per aver toccato mondi diversi della contemporaneità. I ragazzi di Studio, come rivista è un progetto bellissimo e loro sono due persone fantastiche.

Quindi tu come giornali e riviste leggi: Mousse, Studio e poi qualcosa di interessante italiano?
Allora, il giornale di tutti i giorni è la Repubblica e prima leggevo tantissimo il Foglio il settimanale quello del sabato e la domenica, quando facevano il giornale culturale, ora non più. Come periodici Studio sicuramente, Undici, diretto da mio fratello, ma non solo per quello: perché sono un grande appassionato di calcio. Con i settimanali faccio fatica, secondo me sono diventati tutti illeggibili. L’Espresso è quello che leggevo di più, sono un grande appassionato di femminili. Mi piace molto la moda femminile.

Ma sulla moda non lavori?
Faccio fatica a trovare dei legami tra il mondo dell’arte e quello della moda su Miart. La moda ha un calendario rigidissimo. Poi il legame c’è perché tanta gente della moda è appassionata d’arte e colleziona. Con la moda come mondo industriale, rispetto al design, mi risulta più difficile trovare un incastro. Poi abbiamo degli sponsor, come Loro Piana ad esempio.

Mi vengono le grandi stagioni in cui Pitti coinvolgeva l’arte.
Ma lì era Pitti che chiamava l’arte. A Milano è diverso, è importante distinguere Prada da Fondazione Prada e Trussardi da Fondazione Trussardi.

E invece quelli che scrivono d’arte e di moda, come la Frisa, ti piacciono?
Be’, come fa a non piacere Maria Luisa Frisa, la stimo moltissimo, però non ci è mai capitato di collaborare. Il nostro primo anno di Miart abbiamo fatto degli incontri legati alla moda, ma è un mondo molto più chiuso. Poi è vero che molti designer della moda collaborano con gli artisti, ma si tratta di individui. La moda mi appassiona. I miei genitori avevano un’azienda di produzioni in pelle che ha chiuso negli anni Ottanta, quindi ho fatto la mia infanzia tra tessuti e pellami.
Era sotto casa mia

Per esempio tu e tua moglie frequentate le sfilate? E, di quello che c’è a Milano, cosa vi piace?
Diciamo che quando ci invitano noi andiamo volentieri. È difficile dirti cosa ci piace di più, non c’è niente che seguiamo davvero, ma come hobby giriamo per atelier e negozi. Facciamo windows licking! Non abbiamo nessuna expertise se non quello di ammirarla come un’arte. Ho un’amicizia con Castiglioni di Marni, quindi seguiamo quello che fanno e riteniamo che siano tra le aziende più interessanti; siamo molto vicini alla famiglia Missoni…

Dove vai a bere, a mangiare?
Premesso che bevo poco, vivo a due passi dal bar Basso, che quindi è il mio bar di riferimento. Siccome il mondo dell’arte frequenta molto il Fioraio Bianchi mi capita spesso di andare la, anche se per me è un po’ scomodo. Per mangiare un luogo che frequento molto è il Grissino, io vado in via Tiepolo, zona Città Studi (ce n’è un altro in via Plinio).

Sempre in quella zona. E a che cinema vai?
Al Plinius. Anche se ci vado poco, anche perché ora con un figlio di 3 anni è ancora più difficile. A me però piace molto mangiare bene: quindi tendenzialmente noi mangiamo spessissimo a casa, ed è Bruna a cucinare di più. Così riusciamo a mettere da parte i soldi perché ci piace mangiare molto bene quando andiamo fuori, e andiamo in posti come Massimo Bottura a Modena, da Vittorio a Brusaporto, a Milano frequentiamo abbastanza Berton, anche perché poi lui è socio di Pisacco o Dry, con cui abbiamo una collaborazione. Ecco, quando possiamo ci permettiamo un ristorante stellato. Per questo mangiamo spesso in casa.

E i libri?
Leggo soprattutto romanzi, pochissima saggistica e molta arte. La libreria dove mi rifornisco quando devo comprare i cataloghi perché non me li hanno regalati è la Libreria Bocca. Loro ci mettono del tempo, ma ti trovano tutto quello che vuoi. Invece per i romanzi vado ovunque, qualsiasi Feltrinelli va bene.

E quali romanzi leggi? Italiani, americani?
Un po’ tutto. Mi confronto molto con mio fratello gemello che fa il giornalista. Se vuoi sapere quale sia il mio autore preferito, e non credo sia lo scrittore migliore di tutti i tempi, è Mordecai Richler. È l’autore di cui ho letto di più, appassionandomi con la Versione di Barney per un motivo molto personale. Quando è uscito poi, come ho detto, leggevo molto il Foglio, e saprai che Ferrara ne ha fatto una malattia per la Versione di Barney.

Certo, perché totalmente politcally uncorrect.
Esattamente, e quindi era un’ossessione.

Dove compri i film?
I film non li compro. Li vedo al cinema quando posso e poi li guardo su Sky, perché sono un grande appassionato di calcio e quindi guardo tutto li.

E che tifi?
Il Bari. Invece per il cinema: la mia tesi di laurea era in Storia e critica del cinema all’Università di Lecce, e per anni mi sono sentito un critico cinematografico, pur non avendolo mai fatto. E adesso guardo tutto cinema contemporaneo. Frequento, come ho detto, poco il cinema accanto a casa, per questioni di tempo.

Infatti non ti faccio la domanda su dove vai a ballare…
Non sono mai andato. Ahimè, sono nato vecchio! Ci andavo in Puglia quando ero proprio ragazzino perché speravo di beccare qualcosa, ma invece …

Quindi non vai come Angelini o Torrigiani al Plastic?
Al Plastic ci sono andato qualche volta.

Ma ci vieni allo Zero design Festival il 18 marzo?
Si, ma non mi vedrete mai ballare.

Ma non berrai neanche i cocktail della maratona dei migliori barman di Milano?
Su quello ci sarà da divertirsi: non bevo quasi mai, ma di solito lo reggo l’alcol. L’ultima volta che mi sono ubriacato ero qui, in Triennale, durante un pranzo ho avuto l’idea di ordinare un gin tonic ed ero completamente ubriaco. Avevo una visita guidata in inglese dopo.

Intervista a cura di Rossella Farinotti e Lucia Tozzi