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Luca Ciammarughi

Pianista, giornalista musicale e conduttore radiofonico. Luca Ciammarughi sarà dal vivo a Masada il 17 aprile: ci racconta la sua vita e le sue passioni in questa lunga intervista.

Scritto da Corrado Beldì il 13 aprile 2016
Aggiornato il 23 gennaio 2017

Foto di Tony Federico

Pianista, giornalista musicale e conduttore radiofonico. Nato a Milano, Città Studi. Per chi vuole ascoltarlo, il 17 aprile al suonerà Masada nella nuova rassegna Masada Classico, con un programma comprendente musiche sue, di Rameau e Schubert. Astro emergente della divulgazione attraverso i social, Luca ci racconta la sua vita, le passioni, lo studio e la voglia di girare l’Europa per ascoltare cose nuove.

ZERO: Che musica ascolta Luca Ciammarughi?
LUCA CIAMMARUGHI: La cosiddetta classica, ma anche molto altro. Per esempio, spesso mi piace andare al Plastic il sabato sera. Sono un pessimo ballerino, certo mi muovo… in discoteca sono di quelli che si mettono ad ascoltare la musica con attenzione. Magari chiedo pure: “Che cos’è questo pezzo?”. Allora mi guardano come fossi un po’ matto. “Cosa te ne frega? Dai, vieni a ballare!”.

Che cosa significa per te ascoltare musica?
È qualcosa di simile alle “intermittenze del cuore” di Marcel Proust. Ogni brano, anche ascoltato casualmente nel presente, apre un mondo di ricordi e d’immagini sepolte nel tempo perduto.

Come ti sei appassionato al mondo dei suoni?
Mia madre cantava a me e a mio fratello gemello canzoni, appena nati. La prima che ricordo è Vecchio frack di Modugno. I miei avevano uno spirito un po’ sessantottino, siamo cresciuti ascoltando i Beatles. In casa avevo molti dischi e già a sette anni ho cominciato ad ascoltare un po’ di tutto, da Elvis Presley agli Afrika Bambaataa. Chiedevo alla mamma di portarmi a comprare i dischi e li ordinavo in modo ossessivo, recensendoli in dettagliate schede. E poi le valanghe di musicassette acquistate al mercato dell’Isola. Un giorno un negoziante disse: «Signora, questo bambino lo assumiamo!». Avevo nove anni.

"Amen Ra of Hip Hop Kulture" aka Afrika Bambaataa
“Amen Ra of Hip Hop Kulture” aka Afrika Bambaataa

Com’è entrato il pianoforte nella tua vita?
Piuttosto tardi: avevo undici anni quando mi mandarono alla Scuola Media a Sperimentazione Musicale Franceschi. Un pomeriggio la segretaria d’istituto chiamò a casa per chiedere che strumento volevo suonare e io risposi, d’istinto: «Il pianoforte!».

Oggi però si fa un po’ fatica a capire che mestiere fai…
Studio, concerti, scrittura, divulgazione: è tutto molto legato. Sono quasi ogni giorno su Radio Classica o su ClassicaViva Web Radio. Scrivo molto, ma mi considero più un musicografo che un musicologo: non credo all’approccio scientifico. Le parole possono evocare alcuni aspetti della musica, m’infastidisce invece chi cerca di sviscerare ogni aspetto come se stesse dissezionando un cadavere. Cerco di studiare il pianoforte il più possibile, certo non è una gestione facile del tempo. Se Benedetti Michelangeli suonava 10 ore al giorno, allora io quanto dovrei studiare?

Ti seguiamo su Facebook: viaggi molto per concerti in tutta Europa.
Mi piace ascoltare in continuazione cose nuove. Vado spesso in Francia. All’Opera di Lione, ad esempio, dove fanno tre opere in tre giorni con spazio a produzioni contemporanee. Ho appena visto Benjamin, dernière nuit, dedicata al suicidio di Walter Benjamin, scritta da Michel Tabachnik, un compositore riemerso da un passato piuttosto inquietante. L’anno scorso, sempre a Lione, mi è piaciuto moltissimo Le Jardin Eglouti di Michel Van Der Aa, un allievo di Louis Andriessen, con tanto di proiezioni e occhiali 3D per tutti.

Ascolti molta musica contemporanea?
Seguo spesso Sentieri Selvaggi. Mi è piaciuta molto, recentemente, la serata dedicata a Aaron Jay Kernis. Poi Divertimento Ensemble: bellissima l’esecuzione di Eight Songs for a Mad King di Peter Maxwell Davies.

Che cosa rappresenta per te la Scala?
Milano mi piace moltissimo e la Scala ovviamente è il punto di riferimento. Il programma è davvero ricco. Nelle ultime stagioni operistiche mi sono piaciuti particolarmente Lucio Silla di Mozart, soprattutto per la voce di Marianne Crebassa, il Wozzeck di Alban Berg diretto da Ingo Metzmacher e poi Il trionfo del tempo e del disinganno, di Georg Friedrich Händel. Bella la regia di Jürgen Flimm costruita a partire dalle figure allegoriche (tempo, disinganno, bellezza e piacere) dell’oratorio.

Quali concerti ricordi maggiormente dell’ultima stagione concertistica?
È stato davvero notevolissimo, qualche settimana fa, il concerto di Iván Fischer con la sua Budapest Festival Orchestra, in programma la Terza di Mahler. Fischer è un direttore che ha un rapporto con la propria orchestra che definirei artigianale, dato da anni di consuetudine: non c’è nulla di burocratico e c’è un’idea della musica come un lungo viaggio da fare insieme. Questo, almeno idealmente, ha anche a che fare con il mio approccio al pianoforte.

In che senso?
Non amo cambiare continuamente repertorio, mi piace l’idea che alcuni pezzi possano accompagnarmi negli anni e magari tornare anche tra vent’anni. La musica è un organismo che cresce con me.

Quali sono i tuoi compositori preferiti?
Bach, Mozart, Schubert e poi Debussy, che mi piace per mille motivi, intanto perché era ostile al mondo accademico e poi perché pensava sempre che la musica fosse un riflesso di qualcosa che va oltre la musica stessa. La natura non descritta ma intesa come qualcosa di misterioso, una foresta di simboli, per citare Baudelaire, oppure come disse Debussy stesso: «È più importante guardare il sorgere del sole, piuttosto che ascoltare la Pastorale di Beethoven».

Veniamo alla città: parlaci del tuo rapporto con Milano.
Da bambino la città mi appariva troppo frivola: forse ero un bambino molto serio. Ora invece la città mi piace tantissimo e forse non potrei vivere da nessun’altra parte. Sono affezionato soprattutto ai luoghi in cui ho studiato o lavoro. Le viuzze e le piazzette intorno a via Montebello e la zona Moscova: via Goito, via San Fermo, Piazza Sant’Angelo. Il chiostro del Conservatorio. La fine di Corso Italia, con le curiose chiese gemelle di San Celso e Santa Maria dei Miracoli e poi il quartiere delle Cinque Vie, una Milano ancora autentica.

Mi parli di qualcuno che a Milano, secondo te, è sottovalutato?
In musica ne conosco troppi per elencarli qui. Allora dico la Gastronomia Civelli in Corso Italia: salva la mia pausa pranzo in una zona in cui è difficilissimo mangiare bene senza spendere un capitale.

Che cosa cerchi per le strade di Milano?
Spesso vado in cerca di dischi in vinile e finisco sempre per capitare da Metropolis Dischi in via Padova o dal Discomane sui Navigli. Sono un collezionista compulsivo e sui generis: conservo in cumuli, non organizzo nulla ma in casa riesco a ritrovare quasi tutto. Compro le cose più disparate, tipo recentemente un disco di Suzy Solidor che canta Lily Marlène. Una cantante un po’ demodé ma bravissima.


Cosa ti piace fare la sera?

Mi piace moltissimo andare al cinema. Ho alcuni film che vorrei rivedere sempre, penso a Barry Lyndon di Kubrick e soprattutto a Les Quatrecents Coups di Francois Truffaut. Adoro poi Louis Malle e mi è piaciuto molto J’ai tué ma mère di Xavier Dolan. Ho un debole poi per la follia del primo Almodóvar, in particolare La legge del desiderio e Che ho fatto io per meritare questo?

Quali sono i tuoi ristoranti preferiti?
Mi piace moltissimo cambiare, sono un po’ un tipo “one shot”. L’altra sera sono stato al San Maurì Bistrot, un bistrot in via San Maurilio, dove si mangiano ottimi piatti tradizionali lombardi. In realtà sono un fanatico dei dolci. Quasi tutti giorni, andando e tornando dalla radio mi fermo alla Pasticceria Ranieri’s in Corso Italia e mi prendo un dolce. Fanno una fantastica sacher senza marmellata, ma con vari strati di cioccolato diversi. Ecco, di certo sono molto addicted al cioccolato.

Ti piace bere cocktail?
Fino a qualche anno fa ero astemio, ora proprio no. Mi piace il vino rosso, soprattutto Bourgogne. Poi mi piace la sperimentazione di nuovi cocktail, penso a Rita & Cocktails e a Café Trussardi. Ho passato una bellissima serata al 1930 Cocktail Bar suonando il pianoforte per tre ore, da Mozart alle canzoni francesi del Novecento. Fantastico il cocktail Martesana, con whisky e gorgonzola.

Chi sono i tuoi eroi?
La mia vera eroina è in musica: Barbara, in particolare quando canta Nantes e Göttingen.

Mi parli di qualcuno che vorresti conoscere?
Certo, vorrei conoscere Krystian Zimerman, non solo perché è un pianista supremo. Mi piace il suo essere sfuggente: è una persona che non rivela quasi nulla eppure, nelle rarissime interviste, dimostra un’intelligenza fulminante. Sembra proprio non voler mai dichiarare nulla di definitivo rispetto alla propria arte. Mi piacerebbe conoscerlo così, al bar, come stiamo chiacchierando noi due, per carpirgli qualche segreto.

Chi sono i musicisti più sopravvalutati del nostro tempo?
I sopravvalutati sono coloro che si sopravvalutano, riuscendo spesso a darla a bere a media o fan pronti a sottomettersi. Fra i concerti ascoltati recentemente, ho trovato esecrabile l’interpretazione di Yuja Wang del Concerto di Ravel, tutta di fretta, come a dire “guardate come mi vanno le dita!”. Fra i compositori, invece, non apprezzo l’eccesso di cerebralismo, stile Giacomo Manzoni.

Beh, la deriva pop è specchio dei nostri tempi…
Certamente. Lo capisco. Qui poi ti parla una persona edonista. Eppure non capisco chi segue un pianista per l’aspetto fisico, come a sostituire le proprie frustrazioni sessuali con un’icona. La musica deve essere un piacere indipendente: può essere meravigliosa anche se suonata, mettiamo, da un pianista brutto e obeso.

Che pianista è Luca Ciammarughi?

Stranamente il barocco è una costante, penso a Jean-Philippe Rameau, suonato al pianoforte invece che al clavicembalo, attirando a volte l’odio dei puristi. Ma non mi fisso su un periodo: suono anche musica contemporanea, penso agli Encores di Luciano Berio o a Musica per amici di Sylvano Bussotti, che portai anche al diploma. Il romanticismo rimane certo un cardine, soprattutto Schubert. In generale, sono un musicista abbastanza introspettivo: mi piacciono le pagine che hanno una componente legata alla contemplazione.

Luca Ciammarughi
Foto di Yana Davidova

Che cosa intendi di preciso?
Ci sono tanti temi tabù, che invece a me piacciono. Penso alla morte, ben rappresentata dal Requiem di Mozart, alla disperazione del Winterreise di Schubert, alla paura dell’inizio della Valse di Ravel oppure alla solitudine di fronte alla divinità della Sesta Partita di Bach. Mi piacciono le tematiche estreme e poi ho una grande passione per i Lieder, che in Italia non si suonano quasi più: forse sono ritenuti stucchevoli perché hanno un cuore espressivo troppo romantico. Persino Ivo Pogorelich una volta mi rispose, a proposito del romanticismo in Chopin: «Del romanticismo, ne può parlare con la sua parrucchiera?».

Chi sono i tuoi pianisti preferiti?
Ovviamente i pianisti immensi, come Sviatoslav Richter, Arturo Benedetti Michelangeli, Emil Gilels o Claudio Arrau. Ma i pianisti che mi piacciono sono davvero centinaia. Ho un debole per gli spiriti tormentati: Samson François, Glenn Gould, Dino Ciani, Youri Egorov, Radu Lupu. Fra le donne adoro Marcelle Meyer, musa del Group des Six. Tuttavia un giorno mi piacerebbe scrivere un libro sui pianisti meno conosciuti, i grandissimi che, per una ragione o per l’altra, non vengono collocati nell’empireo.

Quali sono state le tue influenze?
Certamente Paolo Bordoni, mio insegnante al Conservatorio e importante per la riscoperta di Schubert. Poi Dalton Baldwin, grande liederista, che trascende la percussione dello strumento per farlo cantare. Infine Éric Heidsieck, lui è un po’ la mia Nadia Boulanger: appena posso vado a Parigi a trovarlo nella sua casa piena di ricordi. Ha ormai ottant’anni ed è un ponte tra l’avanguardia e le radici dell’Ottocento: Heidsieck è stato allievo di Alfred Cortot, il quale aveva studiato con un allievo di Frédéric Chopin. Pensa che, quando vado a trovarlo, si stupisce sempre che io, così giovane, voglia passare del tempo con lui…

Come sarà invece la musica tra cent’anni?

Spero che superi la ridicola querelle tra le concezioni neotonale e avanguardistica. Entrambi gli estremi sono nefasti. Penso alla grandezza di Benjamin Britten, che riesce a usare entrambi i linguaggi in maniera propria alla situazione emotiva. Il Novecento, con le sue lacerazioni, ha portato alla luce la musica più dissonante ma è importante la capacità di saper abbinare e giustapporre tutte le possibilità che la musica ci offre.

Quali sono le cose che ti fanno più godere?
Scoprire persone con cui ho affinità elettive. Poi, se devo essere ancora più sincero, le cose che mi fanno godere maggiormente sono la musica e il sesso: sono territori in cui ci si può liberare davvero dalle convenzioni e dalle ipocrisie. La musicologa Susan McClary, ha scritto: «Musica e sesso sono psichicamente vicini di casa». Ovviamente l’eccesso è nefasto, perché si scivola in una tediosa routine che annulla ogni piacere.

Come ti vesti?
Nulla di lussuoso, non posso permettermelo! Però credo che ci si possa vestire bene anche spendendo poco, creandosi un look adatto a sé. Che noia il conformismo. In generale compro spesso scarpe, perché cammino evidentemente troppo o in modo strano, distruggendole in pochi mesi. Quando lavoravo in tv per il canale Classica di Sky, i registi si facevano quattro risate per le improbabili fantasie delle mie camicie.

Foto di Ornella Bibi
Foto di Ornella Bibi

Una tua debolezza?
Sicuramente il disordine domestico e poi la tendenza a essere ritardatario. A volte poi divento misantropo: lavorando molto nel settore comunicazione, sento il bisogno di una solitudine che non ho praticamente mai.

Un tuo gesto di ribellione?
A vent’anni scrissi una lettera a tutti i docenti del Conservatorio in cui davo praticamente della cretina a una docente che mi aveva escluso da una masterclass perché suonavo Bach “in modo tardoromantico”. La cosa fece scalpore. Oggi sarei meno impulsivo, ma avevo ragione.

Che cosa sogni per il futuro?
Continuare a coltivare la sfera della creazione, non solo in ambito musicale. La mia massima ambizione è quella di scrivere un romanzo che riesca a essere uno specchio epocale di questo nostro tempo e delle persone che lo popolano. Riuscire a scrivere, insomma, un romanzo-mondo.

Dove vai stasera?
Dovevo andare a cena da Orazio Sciortino, gli avevo anche comprato una bottiglia di Passito di Pantelleria da Faravelli. Purtroppo all’ultimo mi ha tirato un super pacco. Organizzo qualcos’altro e poi torno a casa a scrivere le note per il cofanetto di Pierre Monteux che uscirà nei prossimi mesi per Decca.