Vedere uno spettacolo di Romeo Castellucci, per me, significa tornare ogni volta a confrontarmi con la dimensione della memoria, con immagini che riconosco ma che sento di non aver mai visto davvero. Lo spazio non chiede comprensione, ma presenza. Una volta uscita da lì, nulla sembra avere più senso, eppure un’eco continua a sussurrare voci e suoni che trovano spazio in un immaginario che va oltre la ricerca del significato.
Castellucci, parlando degli oggetti di scena, dice: «La maschera appartiene solo a una persona e sarà sua per tutta la vita», e a me vengono i brividi. Vita e teatro qui collidono, rappresentazione ed esistenza risultano inseparabili, in una relazione che mi fa tornare in mente il Club Silencio di David Lynch, dove non esistono due piani distinti, ma un unico meccanismo in cui realtà e finzione sono indissolubilmente legate.
Come ogni anno la stagione di FOG in Triennale, curata da Umberto Angelini, arriva e ci spalanca davanti mesi di possibilità, di esperienze e visioni che non ci aspettiamo ma che aspettiamo bramosamente. Soprattutto se il primo dei sipari si apre su Castellucci, che piace e non piace, bianco nero odiato amato geniale controverso. Cala la maschera e la nebbia si dissipa.
Geschrieben von Franca Petroni