«C’era una volta…» è la prima frase che si legge all’inizio di Miracolo a Milano, una promessa di fiaba che dipana la storia, insieme nostalgica e visionaria, di Totò. Claudio Longhi, con la collaborazione di Paolo Di Paolo che ne cura la trasposizione teatrale, sceglie di portare sul palco del Piccolo Teatro il film del 1951 di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, ritrovando una Milano in bianco e nero, innevata e avvolta dalla nebbia: una città che oggi, a settantacinque anni di distanza, sembra non esistere più se non nei ricordi di chi l’ha vissuta o nell’immaginario di chi, alla fine, a Milano non abita.
Che cosa resta di quel realismo fantastico di cui il film porta l’etichetta? Che ne è del miracolo? Quale significato assume oggi questa parola nella città del business e della fretta? La trasposizione della pellicola sul palco, operata insieme ai dramaturg Lino Guanciale (anche in scena) e a Corrado Rovida, sembra restituire alla poesia del passato una nuova nostalgia del presente. Lo stesso tipo di rilettura accadeva, d’altronde, in Ho paura torero, sempre con la regia di Longhi, capace di sciogliere nello spettatore, attraverso la storia della Fata dell’angolo, il gelo presente nel cuore di un Cile sotto la dittatura. Se questo realismo magico costituisca una linea di continuità nelle sue ultime prove lo dirà il tempo; forse, però, in questo dialogo con la favola si intravede un interesse più profondo per il mezzo teatrale stesso: macchina capace di mostrare il miracolo per la durata dello spettacolo e poi sparire, per tornare il giorno dopo, uguale e sempre diverso.
Geschrieben von Francesca Rigato