Ha senso parlare ancora nel 2026 di post rock? Esiste un post rock? Non-genere fra i più amati ed odiati al tempo stesso, il post rock ha finito per essere tutto ed il contrario di tutto, abbracciando sotto la confortevole protezione di una definizione diventata di tendenza i gruppi più disparati. Fino di fatto a scomparire, ma ad essere al tempo stesso puntualmente rievocato, con appassionati immarcescibili e concerti che finiscono spesso per essere sold out, forse complice quella malinconia di fondo che, di generazione in generazione, continua a pervadere le nostre esistenze.
Gli irlandesi God Is An Astronaut sono ormai fra i campioni del genere, con un esordio datato 2002 e altri dieci album pubblicati, oltre a live e remix. A Roma li vedemmo per la prima volta nel 2009, quando suonarono al vecchio Init, e da allora quello con loro è quasi un appuntamento fisso.
A ottobre si sono esibiti a Largo Venue, accompagnati da Jo Quail, presentando il loro ultimo lavoro, „Embers“, e oggi tornano con un breve tour europeo estivo focalizzato su date italiane – a testimonianza del seguito che continuano ad avere dalle nostre parti – che saranno preparatorie per i grandi festival a seguire, primo fra tutti il francese Hellfest. Giochi di luce tra melodie, esplosioni sonore e rimandi al progressive e al metal (post anche quello…). La ricetta forse non cambierà mai, ma perchè dovrebbe?
Geschrieben von Carlo Cimmino