Il laboratorio gastronomico contemporaneo ideato da Alessandro Miocchi e Giuseppe Lo Iudice è stato uno dei punti di forza della risotrazione romana degli ultimi dieci anni. Un luogo che ha contribuito a far riscoprire il piacere del cibo e del vino, mettendo al centro un concetto molto semplice: tanto chi è a tavola quanto chi è ai fornelli deve stare bene e divertirsi, deve scoprire e mangiare cose buone, senza mai far prevalere l’idea oltre la sostanza. Così è successo da Retrobottega, così nelle altre propaggini del progetto: Retrovino, Retropasta, fino allo sperimentale kebab di Miao Miao.
Nel 2026 si apre un nuovo capitolo che, senza eccessi di retorica, è anche una grande sfida. Retrobottega infatti si posta all’ultimo piano di Rhinoceros, il palazzo immaginato da Alda Fendi e progettato da Jean Nouvel, dove si alternano mostre e residenze d’artista. Salita l’ultima rampa di scale si percepiscono subito due cose: la prima è di trovarsi in uno dei punti più belli della città, con una vista panoramica quasi a 360° che va dai templi di Ercole e Portuno fino alla Chiesa di San Giorgio al Velabro; la seconda è che il nuovo Retrobottega ha due anime ben distinte (ma comunicanti).
La prima è quella della terrazza, appunto: uno spazio immaginato per essere vissuto dalla colazione al dopocena con un ricambio continuo di persone (è possibile prenotare solo alcuni tavoli). La carta è vastissima: caffè, speciality, cold brew, kombucha, matcha, chai, birre artigianali fino ai cocktail alla spina realizzati in collaborazione con Smile. La proposta gastronomica vira anch’essa verso l’internazionale: una colazione intercontinentale in perenne espansione come l’universo con sfogliati, yogurt, uova e bacon, toast, tramezzini, club e pastrami sandwich, Caesar salad, selezioni di salumi e formaggi, fino al tiramisù. Altra nota positiva, la volontà di aprire la terrazza anche a dj set e piccoli live, due volte a settimana, per riaffermare un’idea di convivialità e accessibilità e allontanarsi dalla comune percezione romana che i rooftop siano solo spazi esclusivi ed escludenti.
La seconda anima è quella più „antica“, che tesse una tela che porta fino alla sede originaria in via della Stelletta. Il ristorante vero e proprio, anche se sempre fuori dagli schemi, a cominciare dal servizio su due tavoli sociali unici, uno interno e uno esterno. La proposta gioca su travestimenti e sorprese, su ricostruzioni di sapori consistenze. Ad esempio il Katsusando non ha carne ma carote bbq e cheddar, il carpaccio è di barbabietola con uova di quaglia e nei tortelli si nascondono delle costine di maiale. L’anatra laccata è croccante e perfettamente cotta, mentre il baccalà confit si adagia su un letto cremoso di burro bianco ai frutti di mare. Eccezionali i dolci, soprattutto la pera avvolta in una nuvola di zabaione e ibisco.
La carta dei vini è molto ricca e bilanciata, pesca dall’Italia e dalla Francia, ovviamente, ma anche da altre nazioni ormai riconosciute e competitive. La nostra scelta, ad esempio, è andata su una ribolla gialla dello sloveno Marinic. Trasloco riuscito insomma, con la certezza che al centro di tutto è rimasto il cibo: Food is (still) the drug.