Che ci fa un comunista come Godard da Prada?

Il suo studio, ribattezzato Le studio d'Orphée, è installato in Fondazione

Geschrieben von Lucia Tozzi il 9 Dezember 2019
Aggiornato il 23 Dezember 2019

Una stanza luminosa con un paio di schermi (pc e tv), qualche poltrona rabberciata, un mucchio di tappeti, aspirapolvere, libri, molte lampade, un leone d’oro e un palmarès buttati lì come fermalibri, cornici che inquadrano riproduzioni di quadri famosi. Un cordone delimita i 4/5 della stanza, come in un palazzo monumentale, che so Capodimonte, e nella stretta parte accessibile 5 persone al giorno potranno, previa prenotazione, guardare alcuni film di Godard COME LI GUARDA GODARD, nel suo studio di montaggio, da dietro alle sue spalle.
Si tratta dello Studio d’Orphée, il nuovo pezzo permanente aggiunto alla Fondazione Prada dopo la grotta di Thomas Demand, il fregio di Fontana, la torretta di Louise Bourgeois, i „funghi“ di Carsten Holler (massima attrazione da selfie di tutto l’edificio) e altri pezzi spettacolari della collezione.

La qualità dell’arte dipende in maniera esclusiva dal gusto e dalla lungimiranza di quei pochissimi, illuminati committenti che sanno che cosa stanno facendo

I film visibili, rigorosamente in francese e senza sottotitoli, sono il lungometraggio Le Livre d’image, 2018 e nove cortometraggi del regista — On s’est tous défilés, 1988; Je vous salue Sarajevo, 1993; Les enfants jouent à la Russie, 1993; The Old Place, 1998; De l’origine du XXIème siècle, 2000; Liberté et Patrie, 2002; Une bonne à tout faire, 2006; Vrai faux passeport, 2006; Une Catastrophe, 2008.

Certo, la selezione non include La chinoise o Le gai savoir, i suoi film sui maoisti e i movimenti sessantottini, o lo scandaloso (perché propalestinese) Ici et ailleurs. Ma è impossibile non chiedersi che ci fa l’agguerrito comunista nel tempio di Miuccia Prada, nella roccaforte ove si materializza la più monumentale convergenza tra moda, finanza, Real Estate e cultura d’Italia.
Forse oggi i legami tra arte e mercato sono così profondamente penetrati nella coscienza collettiva che questa può sembrare una questione ridicola, una domanda oziosa. Però Godard non è uno dei tanti artisti che pesca qua e là nelle ingiustizie del mondo (migrazioni, dittature, colonialismi) o rimastica rozzamente teorie filosofiche e sociologiche di moda (femminismi transizionali, postcolonial, Italian Theory, seste estinzioni e antropoceni, eccetera) per elemosinare un invito alla Documenta di turno. Godard è nato come intellettuale e critico, è l’incarnazione del regista colto, e ha usato la sua forza critica per fare battaglie violente, correndo attivamente il rischio di essere emarginato dai sistemi del potere culturale, cosa che più volte è accaduta. Arrivò persino a scontrarsi direttamente con il più famoso ministro della cultura della storia europea, André Malraux: una cosa impensabile per un artista o un regista o un qualunque esponente del mondo della cultura contemporaneo.
Godard non appartiene neanche, a quanto mi risulta, alla schiera degli intellettuali trasformisti che pure hanno largamente funestato per decenni il dibattito culturale francese ed europeo, e che nuovi intellettuali francesi stanno provvedendo a ricacciare, si spera, nell’oblio eterno.

La nostra epoca, con il crepuscolo dell’industria culturale, ha fatto piombare la cultura in un clima neofeudale

Che Miuccia Prada abbia voluto a ogni costo Godard alla Fondazione è assolutamente comprensibile: nessuno come lui e i suoi film ha indagato e interrogato così a fondo lo statuto delle immagini, il loro potere, giungendo anche a conclusioni opposte alle stesse premesse da cui era partito. Ed è sicuramente quello che in un modo diverso ha fatto anche lei.
Cosa abbia spinto lui a entrare nella collezione resta invece più misterioso, ma forse meno scontato di come si potrebbe pensare (necessità di liquidi – l’atavico nesso tra arte e prostituzione). Nessuno può negare, a meno di non affogare nella falsa coscienza, che la nostra epoca, con il crepuscolo dell’industria culturale, ha fatto piombare la cultura in un clima neofeudale. La qualità dell’arte dipende in maniera esclusiva dal gusto e dalla lungimiranza di quei pochissimi, illuminati committenti che sanno che cosa stanno facendo. Il resto è puro scambio, un brancolare di progetti, comunicazione e inseguimento della coolness che produce più che altro infelicità. Sistemi circolari di reti e riconoscimenti reciproci tra istituzioni universitarie e improbabili scuole, istituzioni pubbliche dominate da sponsor, finti centri sociali, indipendenti che non aspirano ad altro che a occupare ruoli dominanti, fondazioni bancarie e associazioni umanitarie, uffici stampa, agenzie pubblicitarie.

In questo vagare tra le brughiere del reale, perché resistere? Perché tirare le briglie davanti al ponte levatoio che da accesso al castello di Prada, ricco delle meraviglie del mondo, quando fuori impazzano gli appestati della CSR (Corporate Social Responsibility), della ESG (Environment, Social, Governance), dei selfie, delle stories e dei comunicati stampa?

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2020-01-10