Ad could not be loaded.

Il suono e la sua Eco

L'ultima stagione di Inner Spaces attraverso le sue protagoniste.

Geschrieben von Giorgia Pipoli il 20 März 2026

Kara-Lis Coverdale

Ci sono suoni che non si esauriscono nel momento in cui vengono emessi. Restano sospesi nell’aria per qualche istante, rimbalzano sulle superfici per poi tornare indietro trasformati, con un’intensità diversa, più fioca, forse, ma carica dell’esperienza che ha attraversato. 

L’Eco è una voce che sopravvive nella risonanza, una forza amplificatrice di voci rimaste a lungo marginali, a cui la rassegna di Inner Spaces lascia spazio. Nella tradizione antica si racconta di una figura condannata ad abitare i riverberi, una ninfa greca a cui fu sottratta la voce e costretta a restituire soltanto le parole degli altri. Eppure, proprio in questa condizione di impossibilità si annida una forma di potenza inattesa. Ogni volta che una parola ritorna sopravvive alla propria origine, anche quando la sorgente si è già dissolta. Non è mai uguale a se stessa: cambia timbro, direzione, intensità.

All’interno dell’Auditorium San Fedele succede qualcosa di simile. Prima che lo spettacolo inizi c’è sempre un momento di sospensione: il pubblico è seduto, le luci principali sono basse, gli strumenti sono già sul palco e per qualche secondo la sala sembra trattenere il respiro. Poi, tra gli scricchiolii legnosi del pavimento di chi tardivamente prende posto il suono emerge lentamente, si diffonde tra le file, risale lungo le pareti e rimbalza sulle superfici della sala. La musica non arriva da un punto preciso del palco ma emerge lentamente dall’ambiente stesso, come se l’architettura custodisse già una memoria sonora pronta ad attivarsi. Mi piace pensare che ogni esibizione lasci una traccia che continua a risuonare anche nei concerti successivi, generando una sorta di paesaggio acustico in continua trasformazione, dove trascorsi e geografie lontane finiscono per incontrarsi.

Inner Spaces è una rassegna che si configura come un viaggio che si distende nel corso dei mesi, attraversando l’intero arco dell’anno. Tra le molte presenze che si sono susseguite, e che continueranno ad abitare questo percorso, abbiamo scelto di ricomporre la traiettoria attraverso le pratiche delle figure femminili che ne hanno segnato e ridefinito le diverse fasi, mostrando come le loro pratiche ne abbiano orientato le trasformazioni, dando una chiave di lettura emblematica per l’approccio evocativo e memoriale che caratterizza l’intera rassegna.

Il varco verso le soglie percettive è stato aperto dalla performance della violoncellista e compositrice Lucy Railton che ha presentato Portali di Eternità, opera commissionata in occasione della collaborazione con Linecheck Music Festival:l lavoro nasce come espansione di Les Portails, composizione realizzata per il Groupe de Recherches Musicales, ma ripensato appositamente per il San Fedele. Qui la scrittura musicale entra in relazione con l’acusmonium, lasciando che la risonanza del suono diventi parte attiva della composizione.
Fin dalle prime vibrazioni del violoncello, le onde sonore hanno iniziato a diffondersi come un campo di risonanze in continua espansione, conducendo l’ascolto in un tempo rarefatto, che richiama quello dell’eternità evocato da Olivier Messiaen, la cui influenza spirituale attraversa questo lavoro come una presenza sotterranea nell’idea che la musica possa aprire ad una dimensione contemplativa dell’ascolto. La composizione non procede seguendo uno sviluppo lineare, ma sembra aprire una sequenza di passaggi percettivi, di piccole soglie sonore che invitano chi ascolta a spostarsi e ricalibrare la propria attenzione tra ciò che affiora e ciò che gradualmente si dissolve. Pian piano, la sorgente sonora stessa, il violoncello, si concede all’elettronica come estensione naturale del gesto strumentale aprendo una possibilità che lo strumento da solo non potrebbe raggiungere. L’elettronica diventa così il mezzo attraverso cui attraversare territori sonori più ampi e modellare il mondo acustico che l’artista immagina permettendole, attraverso il suono, di agire come medium e lasciare affiorare ciò che normalmente resta invisibile. 

Oltre i portali percettivi aperti da Railton, l’ascolto sembra entrare in uno stato diverso, più poroso. È da qui che iniziano a emergere altri territori interiori, pronti a prendere forma nelle esplorazioni sonore di Malibu e Polygonia.

Nelle composizioni di Malibu, musicista e cantante francese, il suono prende la forma di un paesaggio emotivo sospeso. Pianoforti smorzati, archi profondi e distese sintetiche luminose si intrecciano, mentre la sua voce emerge come un canto lontano fatto di respiri e vocalizzi. La sua delicatezza prende corpo nell’ambiente dell’auditorium, dove le sue tessiture ambient si espandono progressivamente avvolgendo l’esperienza in una dimensione intima e contemplativa. L’ascolto diventa un viaggio interiore quasi cinematografico dove i suoni si stratificano come scenari che scorrono lentamente davanti allo sguardo, evocando città notturne, orizzonti marini e ricordi sospesi tra malinconia e contemplazione. Le sue composizioni non sembrano mai voler arrivare a una destinazione precisa; piuttosto aprono uno spazio emotivo in cui l’ascoltatore può sostare, come in una zona crepuscolare dove il tempo rallenta e le immagini della memoria personale emergono con delicatezza.

Da quelle atmosfere sospese, l’ascolto scivola verso i paesaggi più dinamici e visionari di Polygonia (con cui abbiamo avuto il piacere di conversare proprio in occasione della sua performance). Nel live tratto da Dream Horizons sono state alternate pulsazioni elettroniche, campionamenti vocali e l’uso di strumenti a fiato e percussioni, creando una trama sonora stratificata in cui la grammatica della club culture, da cui proviene, si intreccia con influenze più lontane e con una sensibilità quasi rituale. In alcuni momenti le strutture ritmiche evocavano le spirali ipnotiche della psytrance, ma rallentate e trasformate in una materia più organica e visionaria. Il risultato è una musica che conserva l’energia del dancefloor ma la trasforma in un’esperienza più immersiva e immaginativa, dove ritmo, timbro e movimento sembrano aprire dimensioni mentali in continua mutazione.

Il lavoro delle tre artiste si concentra spesso sulla durata, sulla ripetizione e sulla rarefazione del suono, aprendo uno spazio percettivo diverso da quello della quotidianità. Quando l’ascolto si concentra sulle minime trasformazioni che ci circondano, anche la materia sonora cambia consistenza. Il suono non appare più come un flusso continuo, ma come una costellazione di piccoli eventi, vibrazioni isolate, frammenti, presenze quasi impercettibili che emergono e scompaiono nello spazio dell’ascolto.

In questo paesaggio, fatto delle tracce lasciate dalla stagione appena conclusa, emerge una maggiore consapevolezza, un’attenzione più sottile alle micro-trasformazioni del suono. A partire da qui prende forma  il prossimo capitolo della rassegna primaverile Riverberi in Risonanza, e più nello specifico diventa il tema centrale di una delle serate che vede come protagoniste Perila e Kara-Lis Coverdale.

Ad aprire la serata è stata Perila, che ha portato sul palco Metamorphosis, un live costruito a partire da elementi sonori minimi e quasi marginali. Field recordings, respiri, frammenti vocali e piccoli residui acustici raccolti dal mondo diventano la materia iniziale del suo lavoro in cui vengono lasciati affiorare come parti di un collage sonoro estremamente sensibile. la sua voce emerge quasi trattenuta, mentre sottili interventi elettronici ne ampliano la risonanza. Ne nasce una musica che sembra svilupparsi in una condizione di prossimità estrema dove ogni suono conserva qualcosa della propria origine, come se portasse ancora con sé il gesto o l’emozione da cui proviene. Più che una narrazione lineare, il suo lavoro è fatto di stratificazioni di presenze, offrendo quiete e tempo per l’introspezione.

Con l’ingresso di Kara-Lis Coverdale emerge un diverso modo di lavorare sul concetto di agglomerati sonori. La sua pratica attraversa territori musicali molto diversi, dalla musica programmatica ottocentesca, il jazz degli anni Settanta fino all’improvvisazione, mettendo continuamente in dialogo strumenti acustici e sintesi digitale. In questo intreccio la composizione diventa una forma di ricerca più intima, una musica luminosa e stratificata in cui memoria e presente convivono senza gerarchie. Durante la performance From Where You Came, il pianoforte appare con chiarezza per poi dissolversi nuovamente nella tessitura elettronica, come se la musica attraversasse ambienti sempre diversi. Nel lavoro di Coverdale convivono esperienze di lutto, sradicamento e ricerca di libertà con una riflessione più ampia sul senso di alienazione della modernità e sul desiderio di immaginare nuove storie possibili. 

In questa stagione, il suono, frantumato, ha tentato di mutare consistenza e, per un momento, trova una forma diversa, una cassa di risonanza in cui farsi materia e offrirsi al pubblico con la performance che ha portato per la prima volta la danza sul palco del San Fedele. Qui la coreografa e performer francese Fanny Sage, insieme al compositore Jonathan Fitoussi, ha costruito una relazione diretta tra movimento e suono in Poème Symphonique. La sua ricerca coreografica nasce con l’intenzione di tradurre in movimento le modulazioni sonore, come se ogni vibrazione trovasse una corrispondenza in un gesto: lo spazio della sala si trasforma in un campo sensibile in cui suono e movimento coesistono, dissolvendo la separazione tra concerto e performance.

Nei prossimi mesi, la rassegna aprirà nuovi capitoli che continueranno a interrogare il rapporto tra spazio, percezione e materia sonora. Per chi non ha ancora preso parte a questo rituale, gli appuntamenti che attendono la seconda parte della stagione rappresentano un invito a entrare nel paesaggio delle risonanze in divenire.

Tra gli appuntamenti più attesi della seconda parte della stagione c’è quello con la compositrice canadese Sarah Davachi. Il concerto si svolgerà nella chiesa di San Fedele, dove l’aria densa e polverosa ne amplificherà ogni risonanza e le vibrazioni profonde dell’organo si espanderanno lentamente, mentre sottili interventi elettronici ne prolungheranno il respiro. Per questa occasione la compositrice presenterà una nuova versione strumentale del Miserere mei, Deus, ispirata al Salmo 50. La supplica che attraversa il testo biblico viene qui affidata all’organo, che diventa una sorgente di risonanze profonde che si diffonderanno nella chiesa come una preghiera cantata.
Accanto a lei l’ensemble La Divina Armonia con il soprano Monica Piccinini e Noelia Reverte Reche alla viola, interpreterà lo Stabat Mater dolorosa. Le voci e gli strumenti della musica barocca riporteranno così nella sala la dimensione più umana e dolorosa della supplica. Tra l’organo contemporaneo e la scrittura seicentesca si apre uno spazio silenzioso e quieto, come dopo un lungo respiro.

Il percorso della rassegna riprenderà poi nell’auditorium, dove proseguirà per gli ultimi appuntamenti. Tra questi emerge la proposta della producer Dasha Rush che negli anni ha progressivamente spinto la propria pratica oltre i confini della techno, da cui proviene. Nei suoi live la materia elettronica si sviluppa come un organismo in continua metamorfosi tra sintetizzatori, voci trattate, registrazioni ambientali e stratificazioni, dove la pulsazione non guida più il movimento del corpo ma diventa una corrente sotterranea che attraversa l’ascolto.

In questa atmosfera raccolta si inserisce la ricerca della musicista austriaca Hélène Glüxam. Il suo lavoro nasce dal dialogo tra contrabbasso e voce, due presenze sonore che sembrano emergere dalla stessa sorgente. Le risonanze profonde dello strumento diventano il terreno da cui il canto prende forma, spesso appena accennato, come se la voce prolungasse naturalmente le vibrazioni del legno e delle corde. Nella performance il contrabbasso non è soltanto uno strumento, ma una materia sonora da esplorare nelle sue risonanze più interne. Glüxam lavora su una scrittura essenziale e rarefatta, in cui ogni gesto sonoro prende tempo per espandersi. Il risultato è una tessitura fragile e concentrata, dove la voce si intreccia alle frequenze più profonde dello strumento fino a diventare parte della stessa vibrazione. Ne emerge un paesaggio sonoro quasi meditativo, che invita l’ascolto a una prossimità inattesa con la materia del suono.
Nella stessa serata emergerà la voce di Eiko Ishibashi all’interno di un dialogo improvvisato con Christian Fennesz, Jim O’Rourke. Le sue linee melodiche e le trame elettroniche si intrecciano con i suoni trattati degli altri musicisti, dando forma a un paesaggio elettroacustico in continua trasformazione. Sarà l’incontro spontaneo dei loro tre timbri a tessere il tappeto sonoro che ci regaleranno.

Alle soglie percettive aperte dal violoncello di Lucy Railton fanno eco i paesaggi sospesi e cinematografici di Malibu e le architetture visionarie di Polygonia, mentre nei frammenti minimi e sensibili di Perila il suono si raccoglie in una dimensione di prossimità estrema. Le stratificazioni luminose e spirituali di Kara-Lis Coverdale si affiancano alle risonanze profonde e liturgiche di Sarah Davachi, in un dialogo continuo tra memoria e vibrazione. Allo stesso tempo, le architetture camaleontiche e stratificate di Dasha Rush e l’intimo intreccio tra voce e contrabbasso di Hélène Glüxam riportano il suono a una dimensione corporea e immersiva. A queste traiettorie si aggiunge la presenza di Eiko Ishibashi, che attraverso il dialogo apre ulteriori possibilità di sperimentazione, mentre il gesto coreografico di Fanny Sage traduce la vibrazione in movimento, espandendo il campo percettivo oltre il suono stesso.

Ciò che le avvicina, all’interno della rassegna, non sta nel risultato della loro ricerca, quanto più nel modo in cui scelgono di stare dentro al suono.


Ciò che le avvicina, all’interno della rassegna, non sta nel risultato della loro ricerca, quanto più nel modo in cui scelgono di stare dentro al suono. Non costruiscono un centro, non impongono una traiettoria da seguire. Piuttosto, aprono delle condizioni, degli spazi in cui qualcosa può accadere senza essere stato determinato in anticipo. La ricorrenza delle artiste all’interno della line up non è solo un dato quantitativo, segnala piuttosto una convergenza di pratiche che, pur restando autonome, condividono una stessa urgenza, quella di lavorare sulle condizioni dell’esperienza. 

Occupare un posto in sala quindi, significa entrare in questo tipo di relazione con l’ascolto e ritagliarsi uno spazio in cui la percezione può riaprirsi in una diversa modalità. Non c’è molto da capire, c’è da restare, abitare una durata che non offre appigli immediati e che non guida. È una richiesta sottile ma esigente quella di cercare un equilibrio interiore mentre tutto attorno si incrina, tra crolli e tensioni può sembrare paradossale. Eppure è forse proprio in queste possibilità, fragili ma ostinate, che l’esperienza artistica continua a trovare una delle sue funzioni più profonde: momenti in cui il presente può essere abitato diversamente, e in cui l’attenzione, anche solo per un istante, torna a essere qualcosa di condiviso e condivisibile.

È questa soglia che qualcosa si deposita e resta come una traccia che persiste anche quando la voce si è già dissolta. Una vibrazione minima, in cui affiorano frammenti di storie e possibilità di riconoscimento. Forse è proprio questa la parte importante di ciò che rimane: non il suono in sé, ma la sua Eco.