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Mercato Crespi, quale futuro per il cuore di viale Monza?

La riqualificazione del Crespi riapre una domanda che riguarda tutta Milano: perché cambiare i luoghi che funzionano già?

Geschrieben von Lorenzo Cibrario il 9 Juni 2026

Icone religiose incorniciate ricoprono una parete illuminata da una fila di lucine bianche. Al banco del pane Marco serve i clienti uno dopo l’altro, mentre poco più in là un fruttivendolo dispone albicocche, meloni e fragole come se stesse componendo una natura morta, con cura. Al bar del mercato un uomo baffuto legge la Gazzetta davanti a un caffè macchiato. È una mattina qualsiasi al Mercato Crespi di viale Monza. Basta però allargare lo sguardo oltre questi frammenti di quotidianità per accorgersi che qualcosa non torna. Tra i banchi ancora attivi si aprono vuoti inattesi: alcuni stalli sono chiusi, altri appaiono abbandonati da tempo, altri ancora sembrano sopravvivere in una sorta di sospensione. Il mercato è vivo, ma porta addosso i segni di una lunga incertezza.

A prima vista sembrerebbe una storia di gentrificazione come altre. Il destino del Mercato Crespi di viale Monza sembra già scritto nel linguaggio che Milano usa da anni per raccontare se stessa (e quello che i detrattori della nuova Milano usano per attaccarla). Se il comune usa parole come riqualificazione, investimenti, efficienza, sicurezza, modernizzazione, la gente del posto usa parole come memoria, collettività, presidio sociale. Una contrapposizione ormai familiare nella Milano del XXI secolo (ma anche nel XX, dai): passato contro futuro, pubblico contro privato, piccola contro grande distribuzione.

Lo storico mercato coperto di viale Monza, tra i quindici passati dal Comune di Milano alla S.p.A Sogemi nell’estate del 2025, sarà infatti sottoposto a un intervento di riqualificazione che dovrebbe partire alla fine di quest’anno. Prima dell’avvio dei lavori, tuttavia, il progetto ha generato forti tensioni tra gli esercenti e una parte del quartiere, com’è comprensibile. La richiesta di lasciare gli spazi entro il 31 dicembre del 2025 ha dato il via a proteste, assemblee pubbliche e alla nascita di un comitato cittadino deciso a difendere il ruolo sociale del mercato. In seguito alle contestazioni, Sogemi ha concesso una proroga fino al 30 aprile 2026 prima e ora sembrerebbe a fine anno — il tutto, sottolineano alcuni commercianti del mercato, senza una comunicazione ufficiale, ma comunicato a voce, tramite passaparola.

«Si è perso il senso di comunità. Prima ha ospitato gli immigrati del sud e dal Veneto, poi quelli dal resto del mondo, ma ora cosa diventerà?»

«Non sappiamo come andrà a finire» mi dice il signore del banco frutta e verdura: «Noi intanto andiamo avanti» con una grande forza di volontà che quasi mi convince che andrà tutto bene. Qualcuno mi confessa che «Mi hanno offerto di andare al mercato Rombon, ma che ci vado a fare?» con una nota di tristezza nella voce. A quanto pare, mi spiegano gli esercenti del Mercato, una comunicazione pessima tra il Comune, la Sogemi e i commercianti sembra lasciare tutti scontenti, in un limbo che non si capisce bene a chi giovi: «non sappiamo quanto dovremo pagare di affitto quando il mercato riaprirà» mi dice il barista del punto di ristoro del mercato, «e che ce ne facciamo della nostra apparecchiatura? I frighi? Il banco? È tutta roba nostra» fanno eco dallo stallo del pane e della pasta fresca.

Eppure la vicenda del Mercato Crespi aggiunge qualcosa a questo copione. Le città cambiano, e i mercati con loro. È sempre stato così. Nessuno vorrebbe congelare Milano in una fotografia in bianco e nero o trasformare ogni insegna storica in un monumento — anche se hanno quell’effetto Wes Anderson che piace tanto alla mia generazione. Non stiamo parlando di difendere il passato a tutti i costi. Il punto, credo, è capire che cosa accade quando si interviene su un luogo che, nonostante tutto, funziona già.

Perché il Mercato Crespi non è un reperto urbano derelitto e marcio, o anche solo abbandonato com’era il Rombon a Lambrate. È un posto dove si vende pane, carne, frutta e verdura, certo. Ma è anche un bar dove ci si ferma per un Campari e una partita a scopa, un rifugio per pensionati che dopo la spesa leggono il giornale, un punto di riferimento per famiglie, studenti, nuovi abitanti del quartiere e frequentatori occasionali. In altre parole, è uno di quei luoghi sempre più rari in cui la funzione economica e quella sociale non sono separabili. Non solo, il Mercato Crespi esiste da quasi cent’anni e nell’ultimo secolo ha visto viale Monza ripulirsi, diventare più sicura, aprirsi a nuove comunità e brandizzarsi come NoLo — dunque perché cambiarlo, viene da chiedersi con naturalezza, se finora andava bene?

E la gente di viale Monza che ne pensa? La riqualificazione del mercato si instaura in un più generale cambiamento della zona. Parlando con i cittadini, infatti, escono fuori diversi punti di vista: «vent’anni fa qui era una brutta zona, faceva paura» mi dice Fabio, un architetto che conosco a NoLoSo sabato sera; per Marta, professoressa che ha comprato casa in viale Monza nel 2000: «si è perso il senso di comunità di quest’area. Prima ha ospitato gli immigrati del sud e dal Veneto, poi quelli dal resto del mondo, ma ora cosa diventerà? Chi se lo può permettere di vivere qui?». «La zona è bella, centrale e fa gola a tutti: professionisti, giovani coppie, il Comune, la Sogemi, tutti vogliono un pezzo di viale Monza, ma chi pensa ai residenti, ai commercianti che da sempre vivono in questa zona di Milano?» aggiunge una signora che fa la spesa tra friggitelli e zucchine.

Incontro, in una soleggiata mattina di inizio giugno, Elisabetta Ferrarini, membro del „Comitato per la salvaguardia del valore poetico, sociale e umano del mercato di Via Crespi“, che con grande passione mi racconta i fatti degli ultimi anni, e la loro richiesta che il mercato mantenga la sua parte sociale, che gli spazi dei lotti vengano assegnati agli esercenti, anche se, precisa, dal 2019 il comune di Milano non ha più assegnato stalli nel mercato Crespi. Chissà se sia intenzionale a questo progetto di riqualificazione, si interroga Elisabetta.

«Non puoi rimanere in un luogo senza diventare consumatore, non puoi essere una persona».

Forse la domanda da porsi non è se il mercato debba essere preservato così com’è. La domanda è se, nella corsa a rendere gli spazi più efficienti, più attrattivi e più ordinati, siamo ancora capaci di riconoscere il valore di ciò che non compare nei progetti architettonici: le abitudini, le relazioni, le forme di convivenza? Il rischio, si intende, è che trasformando il Crespi in un mercato di ultima generazione si perda la poesia, certo, ma soprattutto le dinamiche sociali. In questa Milano, mi dice Elisabetta, «non puoi rimanere in un luogo senza diventare consumatore, non puoi essere una persona — è da qui che deriva anche il nome del nostro comitato, perché è un valore umano quel mercato, non ha solamente un valore di consumo». Un discorso più ampio, chiaro, che però trova in questa storia un ottimo esempio.

Incontro anche Carmen, che mi racconta che il Comitato sta cercando di sedersi al tavolo con Sogemi per spingere un dialogo tra le diverse parti: «proposte concrete, per confrontarci tra tutte le parti in causa» nella storia di questo mercato, e mi invita ai prossimi incontri che il Comitato organizza per continuare a far parlare di questo caso in tutta Milano.

E mentre si cerca un dialogo e si preparano nuove proposte concrete, la sfida del Crespi resta aperta. Non si tratta di fermare il futuro, ma di capire se a Milano si potrà ancora entrare in un luogo pubblico per essere persone, e non soltanto consumatori.

(Le prossime assemblee pubbliche fra comune, sogemi, mercato e comitato si svolgeranno il 10 e il 17 giugno 2026 alle ore 18 presso la ex chiesetta del Parco Trotto di Via Mosso)

Le foto e il testo sono di Lorenzo Cibrario.