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Un accordo invisibile oltre i margini della norma: la quinta edizione di LOST Music Festival

Viaggio frammentato interiore ed esteriore nel labirinto di bambù più grande del mondo.

Geschrieben von Giorgia Pipoli il 5 Juni 2026

foto di Stefano Mattea

Quando Jorge Luis Borges ricevette da Franco Maria Ricci la promessa di un labirinto di bambù, il più grande del mondo, aveva il sapore di qualcosa di irrealizzabile. Borges, con l’ironia tranquilla di chi aveva già attraversato infinite versioni dello stesso enigma, gli rispose che quello che lui si proponeva di concretizzare, aveva già una sua forma nelle distese di sabbia del deserto: un luogo in cui ci si perde non perché ci siano troppe possibilità, ma perché non se ne incontra nessuna.

L’idea che non servano muri, bivi o confini, ma una distesa senza fine dove ogni direzione somiglia all’altra e dove l’orizzonte si allontana ad ogni passo, è un’immagine che rimase impressa a Ricci. Credo non sia un caso, se il labirinto che anni dopo sarebbe sorto proprio nel luogo in cui venne dichiarato questo desiderio, sia fatto di una materia viva e mutevole. Come se la promessa fatta non consistesse nel contraddire il deserto, ma nel tradurlo, trasformando l’infinito in un percorso e dando una forma all’atto dello smarrirsi.

 

Ogni promessa esiste nell’attesa che la separa dal suo compimento, nel tempo che apre davanti a sé. È una forma di fiducia e di abbandono nell’accettare di muoversi verso qualcosa che non ancora esiste. A Fontanellato, il Labirinto della Masone è la trasposizione del tentativo chimerico di inseguire l’ignoto e tutto ciò che esiste ai margini della norma. Parole riconducibili all’ideatore del dedalo impossibile e che Luca Giudici ci tiene a ricordare ogni qual volta gli viene chiesto quale sia il suo punto di partenza, quando ogni anno inizia ad immaginare l’identità di LOST, il festival che nei primi giorni di luglio invita nuovi abitanti in questo villaggio temporaneo.

Ogni storia ha bisogno di un ambiente in cui accadere: questa prende vita nelle campagne emiliane, in un posto dove le pareti di bambù assorbono i rumori del mondo esterno e insonorizzano i riferimenti abituali, che si assottigliano fino quasi a scomparire.

Ci sono dei luoghi che modificano la percezione di chi li abita e LOST nasce dentro questa alterazione.

Ci sono dei luoghi che modificano la percezione di chi li abita e LOST nasce dentro questa alterazione. Da qualche parte, tra chi nei mesi lo immagina e chi solo per qualche giorno lo attraversa, si stabilisce un’intesa silenziosa, una promessa non scritta, dove si accetta di abbandonarsi alla costruzione di una credenza condivisa. Il sole delle lunghe giornate estive tarda a scendere oltre la linea verde che chiude lo sguardo sull’orizzonte nell’attesa che qualcosa inizi. Nella convivialità spontanea che si crea dallo stare insieme, o più probabilmente per la prossimità delle tende nel campeggiare, ci si perde in una sorta di ostinazione leggera, quasi infantile, che prolunga il gioco del nascondersi per poi, in qualche modo, ritrovarsi. 

Ogni tentativo di orientamento è condizionato dal suono, che guida attraverso la luce e il buio dei giorni che si alternano: sono le onde sonore ad indicare il tragitto tra i tre palchi dove le esibizioni live si alternano. Nel corso delle giornate, il labirinto muta continuamente in modo imprevedibile, e con esso anche l’ascolto. La ricerca sonora si muove ai margini della sperimentazione avanguardistica, accostando frequenze lontane per suoni e geografie. Un’imprevedibilità da tutelare per lasciarsi trasportare dal buio della notte alle prime sfumature dell’alba, ma la curiosità spinge, qui la lineup completa.

Nel ritmo lento delle ore che scorrono, cala il buio: sotto il cielo, quegli ambienti di cui penseresti di poter riconoscere ormai ogni angolo, smettono di essere familiari per rivelarsi in infinite narrazioni attraverso incanti finiti. I fasci di luce che Bianca Peruzzi dirige con maestria ci conducono in piccoli spazi di realtà che non avevamo ancora considerato. La luce, con il suo potere cinematografico lascia spazio al buio concedendo ad ogni punto luminoso la possibilità di un racconto. 

 

Vivere il Labirinto della Masone durante le giornate di LOST è una permanenza in uno spazio laterale dove non esiste un programma a scandire le giornate, ma un fluire di eventi che affiorano dove ogni persona può decidere come e quando attraversarli, lasciandosi guidare dalla curiosità della scoperta. Ogni suo angolo sembra viaggiare su una propria continuità e seguire una propria storia, irripetibile dopo averla vissuta. Ciò che rimane una volta usciti, è una sensazione simile a quella che si prova al risveglio, quando per qualche istante un sogno continua ad occupare il posto della realtà pur non riuscendo a localizzarlo spaziotemporalmente.