Ruggero Pietromarchi

Punti focali e nuovi tasselli della sesta edizione di Terraforma

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Direttore artistico

Geschrieben von Chiara Colli il 24 Juni 2019
Aggiornato il 8 Juli 2019

Cosa rende Terraforma un festival unico in Italia? L’esperienza, la dimensione dilatata e “ultraterrena”, l’atmosfera di immersione in un contesto, quello del parco di Villa Arconati, che è parte integrante del progetto e pertanto chiede di essere compreso e rispettato. Un contenitore che non avrebbe la stessa potenza senza il suo contenuto, il programma, orientato alla ricerca e all’elettronica ma ogni anno diverso, costruito per proporre nuovi stimoli a chi condivide per tre giorni quel mood speciale. Ma a fare davvero la differenza forse è ancora un altro fattore: l’essere pensato come un progetto a lungo termine, un discorso in divenire. Un ragionamento organico in ogni sua parte, dalla scelta degli act, all’impegno sulla sostenibilità fino alla comunicazione. Con l’occasione unica di vedere la performance sul linguaggio del futuro della divina Laurie Anderson, la première del progetto Stargate di Lorenzo Senni con materiale inedito, le “cascate alfabetiche” curate da Francesco Cavaliere per lo spazio Kiosque à Musique e il riconoscimento da parte dell’Award di A Greener Festival, ogni edizione aggiunge un tassello al processo di “terraformazione”, fusione, evoluzione e conoscenza reciproca tra il festival e il pubblico. In una lunga chiacchierata mentre è a Matera per la chiusura della residenza del progetto Stargate, ne parliamo con l’anima e mente di Terraforma, nonché fondatore di Threes, agenzia devota alla realizzazione di eventi che creano connessioni tra cultura e contesto ambientale.

Quest'anno il festival si concentra sul tema del linguaggio, ma un discorso importante sulla comunicazione è in primo luogo quello sull'ascolto. Fin dall'inizio Terraforma ha modificato o comunque cercato di creare forme peculiari/esperenziali di ascolto, che tipo di riflessione c'è sull'argomento a monte del festival?

Terraforma nasce dall’esigenza di ricreare una situazione di ascolto molto precisa. Non avere set in simultanea è un messaggio forte rispetto all’attenzione, la concentrazione e lo spazio di cui ciascuna performance ha bisogno per essere apprezzata. Il festival si è posto sin dall’inizio l’obiettivo di creare condizioni il più possibile ottimali per l’esibizione dell’artista e per l’ascolto da parte del pubblico. E questo a partire dalla costruzione del palco e delle varie strutture: eliminando le barriere, creando una sorta di intimità, cosa complessa in uno spazio all’aperto e all’interno della dimensione festivaliera. E poi la scelta degli impianti, diversi a seconda della performance e del genere. È difficile dare delle “istruzioni” a chi partecipa, la nostra prerogativa è sempre stata che la musica parlasse per se stessa, tenendo Terraforma il più “pulito” possibile da qualsiasi messaggio esplicito che non fosse il suono stesso.

Un po' come l'aspetto della sostenibilità ambientale, che è l'altra anima del festival...

Anche quello è sempre stato interpretato da noi più come una modalità di lavoro che come un messaggio esplicito. Poi le cose evolvono e anche il tema di questa sesta edizione, il linguaggio, credo sia la dimostrazione di come crescono i progetti, rispetto al contesto “sociale” in cui viviamo anche noi con Terraforma sentiamo la necessità di prendere più posizione. All’inizio del festival uno dei sentimenti più forti, da cui siamo partiti, era «Abbiamo sentito parlare così tanto che ora di parole non ne vogliamo quasi più: apriamoci, sciogliamoci e ascoltiamo». È incredibile, ma poi ti rendi conto che questo approccio funziona, quello che succede al festival è che le persone all’unisono vivono un’armonia particolare, senza che ci sia bisogno di dirlo.

Dopo cinque edizioni, pensi che le persone siano diventate ricettive/collaborative sulle cause “ecologiste” perorate da Terraforma?

Come dicevo non stiamo con la frusta e i messaggi sono fin pochi, sicuramente c’è ancora tanto lavoro da fare… Poi ogni anno il festival cresce – non di numeri folli ma un po‘ sì, ed è quello che ci permette di andare avanti – e ci si rende conto che più si ragiona su scale numeriche grandi e più l’aspetto della sostenibilità diventa complesso da gestire. Quest’anno però sarà un grande turning point, se tutto va bene. Lo diciamo sempre, sono dei tentativi: bisogna provare delle sfide sia dal punto di vista della programmazione, e questo è stato uno dei punti di partenza di Terraforma, sia da quello della sostenibilità. Per esempio l’anno scorso avevamo tutti i bicchieri compostabili, ma nessuno se n’è reso conto… C’era scritto ma forse non era leggibile, noi magari non siamo stati bravi a veicolare la cosa, il pubblico forse è poco attento, a un festival non stai a leggere cosa c’è scritto sul bicchiere. Quest’anno c’è un ulteriore passo in avanti con tutti i bicchieri di plastica riutilizzabile, ognuno dovrà conservare e lavare il suo durante i tre giorni. La cosa che mi piace di questa novità è la “call to action”, per la prima volta dal punto di vista della sostenibilità. Finora si è chiesto al pubblico soltanto di fare attenzione a determinati aspetti, quest’anno sarà diverso perché lo chiamiamo ad agire, a condividere una “scomodità”: i bicchieri avranno un laccio per tenerli, lavarli, ci sarà una cauzione per chi lo riacquista e credo davvero che sia solo una questione di abitudine. Ci vuole uno sforzo da parte di tutti.

Quest'anno il cartellone è più ricco di concerti e meno di act “clubbing oriented”...

L’anno scorso volevo che le persone vivessero il festival quasi come un rave, ci voleva un’edizione in cui la gente ballasse fino allo sfinimento. Ci sta, ma sapevo che quella dopo sarebbe stata totalmente diversa: col festival riusciamo sempre a crearci uno spazio in cui anno dopo anno possiamo fare quello che ci pare, e questa libertà che ci siamo conquistati anche nel rapporto col pubblico è preziosissima. Quello che cerco di fare è “sgomitare” per tenere questo spazio di libertà il più ampio possibile, in modo tale che ogni anno possiamo reinventarci senza avere un certo tipo di aspettative da attendere, sono consapevole che l’anno scorso c’erano un numero significativo di dj e quest’anno siamo andati in direzione contraria. Una scelta intenzionale, proprio per non avere una direzione unica.

Come avete scelto il focus sul linguaggio, è stata la performance di Laurie Anderson “The Language of the Future” a ispirarlo o si è trattata di una coincidenza perfetta?

La cosa che mi diverte è intendere Terraforma come un ecosistema, un habitat, un pianeta nella sua galassia e quindi ogni anno andando a svelarne, approfondirne, studiarne un diverso aspetto. Ho iniziato a ragionare sull’idea del segno, una sorta di alfabeto legato a Terraforma, alla fine dell’edizione scorsa: l’anno scorso c’era una prospettiva cosmica, quasi fantascientifica, legata al concetto di “terraformazione”. – con l’artwork realizzato da Emanuele Marcuccio che consisteva in una piastra metallica perforata attraverso cui l’osservatore poteva fantasticare su un’identità futuribile del festival – e quindi la techno spaziale di Jeff Mills o il planetario con Caterina Barbieri. Quest’anno volevo ragionare sulla parola, sul linguaggio, riflessioni che sono frutto di un percorso di ricerca che ha preso forma nel corso delle varie edizioni. Un passaggio chiave è stato l’inizio della collaborazione con Francesco Cavaliere, per me in assoluto uno dei sodalizi più importanti. Il primo anno, nel 2017, lo abbiamo invitato a presentare i suoi “Gancio Cielo”, lo stesso anno ha lavorato all’artwork del festival e poi a seguire abbiamo collaborato extra Terraforma con una residenza a Favignana. Quest’anno torna curando il programma di un nuovo spazio, il Kiosque à Musique. Un altro incontro/spunto importante verso la direzione presa quest’anno è stato Donato Dozzy, in particolare col disco “Sintetizzatrice”, che ha registrato con la cantante Anna Caragnano ed è uscito nel 2015 su Editions Mego; ricordo lui che mi dice: «Fratè, è il momento che approccio la voce!» (risate, NdR). E poi piano piano la scoperta di Demetrio Stratos, di cui è stato il 40esimo anno dalla scomparsa e se tutto torna dovrebbe comparire in qualche maniera durante il festival. Questi sono alcuni punti focali che ho collezionato negli anni e che mi hanno spinto a percorrere questo filone della ricerca sul linguaggio, tasselli che hanno portato all’idea dell’alfabeto ed esplicitati a livello grafico dall’artwork di Nathalie Du Pasquier. E poi è arrivata Laurie. Quando il tema era già delineato sono incappato in questa sua performance particolare che era nel programma del 2017 del Transmediale e lì si è chiuso il cerchio.

La timeline del festival con l’artwork di Nathalie Du Pasquier

L'altra performance che a Terraforma troverà un palcoscenico pressoché unico è quella di Stargate - il volto “cosmico” di Lorenzo Senni - che dopo una settimana di residenza a Matera assieme a una band presenterà del materiale inedito prima a Villa Arconati e poi al Sonar. Come ha preso forma questo progetto, al di là del tuo rapporto di amicizia e fitte collaborazioni con Lorenzo?

Stargate in realtà è un ripescaggio dall’edizione passata: in quella prospettiva “cosmica”, uno dei tasselli doveva essere un lavoro abbastanza composito assieme a Lorenzo. Noi collaboriamo su Presto?! da diversi anni, ma non era mai venuto a suonare al festival se non il primo anno insieme al collettivo CB21. Nei miei piani c’era che aprisse con con “Oracle” – performance installativa presentata al Macba per il Sonar nel 2013 – e chiudere con Stargate, mi sembrava non potesse esserci nulla di più intergalattico. Ma i piani spesso vanno in maniera diversa da come li immaginiamo e questa collaborazione ha avuto bisogno di più tempo; Lorenzo voleva prima registrare nuovo materiale e rendere Stargate un progetto corale, con un gruppo, aveva bisogno di tempo e ispirazione – l’immaginario è un po‘ quello epico stile Pink Floyd a Pompei. Red Bull mi aveva parlato di questo studio mobile che stavano attrezzando, con l’idea di portare i musicisti a registrare fuori dai grandi centri e in posti sperduti: mi è sembrata l’occasione ideale per far tornare Lorenzo a lavorare, lontano dai soliti contesti. All’inizio doveva essere a San Galgano, in Toscana, poi ha preso forma l’ipotesi di Matera, che essendo anche Capitale Europea della Cultura 2019 si è rivelata come l’occasione perfetta per riprendere il progetto e focalizzarlo qua.

Con chi ha registrato e cosa puoi dirci del live, di cui è stata fatta una data zero proprio a Matera a metà giugno?

Con lui ci sono il chitarrista e collaboratore storico del progetto, Eddy Current, Francesco Fantini che è un arrangiatore con cui già lavoravamo per il TranceParenti e il batterista Andrea Ferro. Dopo un po‘ di prove a Milano si sono chiusi in questo studio mobile, posizionato con uno scenario incredibile sui sassi. Il live è molto intenso. Lorenzo ha fortissima quest’anima e questo background legato al suo passato come batterista punk, noise e hardcore e il live è un’estensione di tale approccio. Anche il fatto di confrontarsi con una band è qualcosa che ha nel sangue e che desiderava rimettere in gioco da tempo. È incredibile come riesca a riversare un’energia epica in tutto ciò che fa, pur mantenendo un tiro precisissimo: ero preoccupato, perché quando vai a inserire riff di chitarre elettriche e percussioni al limite dell’heavy metal non è scontato che riesci a costruire un set con un certo tipo di arrangiamenti e un tiro che è comunque quello “alla Lorenzo Senni”. Eppure è punk. Sono felice perché è stata la quadratura di un progetto a lungo termine che trova nel Sonar una vetrina importante, non è scontato che la collaborazione con un brand sia soddisfacente.

In realtà lo stesso Terraforma sembra pensato come un “progetto a lungo termine”, sia nella possibilità di rinnovare ogni anno il taglio del cartellone sia nel rapporto con la Villa, che dalla prima edizione state contribuendo a riqualificare con nuove strutture e progetti sostenibili...

È pensato come un progetto che cresca nel tempo, senza fretta. È interessante come le cose si evolvano nelle maniere più inaspettate: in parte sarà frutto della casualità, ma per certi versi sembra che la nascita di Terraforma coincida con l’inizio di una nuova fase virtuosa, di trasformazione e crescita per Milano, che oggi risulta un po‘ un caso particolare nel contesto socio-politico italiano. Magari è un caso, magari no, ma è bello che Terraforma sia nato proprio in quegli anni. È incredibile anche come Villa Arconati sia rifiorita nell’ultimo periodo, soprattutto grazie alla ripresa a spron battuto delle attività da parte della Fondazione Rancilo. Non sto dicendo che sia tutto merito di Terraforma, ma è evidente che ci siano dei traini, che da cosa nasca cosa: al di là del festival, oggi Villa Arconati è molto frequentata anche dalle famiglie e ci sono parecchie attività estive, dopo un lungo periodo di quasi-abbandono.

Per completare il discorso sull'anima “ambientalista” del festival, va detto che qualche mese fa siete stati premiati per l'attenzione alla sostenibilità da A Greener Festival, associazione inglese no profit attiva nel monitoraggio di soluzioni green per eventi musicali. Terraforma era l'unica manifestazione italiana presente, su 35 totali. Di contatti e collaborazioni con l'estero credo ne abbiate parecchi, perché scegliere di restare in Italia – dove l'apertura, gli incentivi, la sensibilità e l'accoglienza verso alcune tematiche, quelle culturali e ambientali soprattutto, sono preoccupantemente bassi?

Cerco di vedere soprattutto il potenziale che c’è qui, e poi la natura dei nostri progetti è così site specific e legata al territorio che non vedo altrove le loro radici e possibile sviluppo. Poi, dipende dai progetti: siamo appena stati a Hong Kong per uno showcase del festival, l’unico che abbiamo fatto fuori dall’Italia perché l’occasione era davvero particolare – c’è stato richiesto di farne a Barcellona, Berlino, ma non potendo sviluppare lì dei progetti con radici troppo profonde li abbiamo lasciati cadere, non erano così interessanti. Certo, quando ti chiedono di andare dall’altra parte del mondo la curiosità c’è, è un ottimo modo per rinfrescare le idee. La scelta di restare in Italia non è per fare i “crocerossini”, ma perché vediamo davvero delle potenzialità, siamo il Paese con il bagaglio culturale tra i più importanti al mondo e altamente “sottosviluppato” e quindi innanzitutto vediamo un margine di crescita. D’altra parte credo che i progetti restino in piedi quando sono veri: quando rispecchiano delle necessità e quando riflettono una realtà. Io conosco la realtà italiana perché è quella in cui sono cresciuto e che mi sento in grado di leggere e interpretare. E per questo mi fido di poter sviluppare dei progetti qui, so di cosa sto parlando; se dovessi andare in Sud America mi sentieri un po‘ in difficoltà, perché non conosco abbastanza le dinamiche socio-culturali e politiche da poter sviluppare un progetto con una quadratura. Questo conosciamo: quindi da una parte c’è il potenziale, dall’altra il nostro polso della situazione. Sono nato a Palermo e ho vissuto molto a Roma, il mio sogno è sviluppare progetti in queste due città, dove c’è un patrimonio enorme ma anche una necessità spasmodica di progetti e apertura al nuovo. E a proposito di apertura, è incredibile come quelli che a mio avviso sono i due migliori festival in Italia abbiano luogo a sole due settimane di distanza. Oltre a Terraforma, l’altro per me è Saturnalia. Migliori perché le persone ci vanno spesso conoscendo poco della programmazione, quasi come una sessione di studio o di scoperta. L’approccio del festival a Macao è certamente più underground e in un contesto diverso, ma l’attitudine è anche qui avventurosa. Io stesso vado conoscendo una piccola parte della line up, con la curiosità, l’attenzione e la certezza di poter scoprire cose estremamente interessanti.

Chiudiamo con un elemento di novità, che è un po' sintesi sia dell'inclinazione ad arricchire il programma di Terraforma con “sessioni di studio sui generis”, sia della volontà di riqualificare il parco facendo attenzione al contesto specifico che vi ospita per il weekend: il Kiosque à Musique. Ce ne parli?

Anche il Kiosque è un tentativo sotto tanti punti di vista, nonché specchio della crescita del festival. Ci teniamo molto alla dimensione umana tra pubblico e artisti, in questo caso volevamo creare un ulteriore ambiente che fosse più intimo rispetto agli altri palchi. Il progetto, dal punto di vista strutturale e architettonico, è nato dalla riflessione/collaborazione con il festival belga Meakusma: volevamo realizzare una struttura che da un lato avesse la funzione pratica di ospitare workshop, talk e installazioni, dall’altro che potesse avere una funzionalità al di là del momento specifico della programmazione, studiando un sistema che rendesse il chiosco una sorta di padiglione per l’ascolto dei suoni del parco – sia di quello di Villa Arconati, sia del parco in cui si svolge Meakusma. È un esperimento anche questo, che cerca di avere un senso a 360 gradi: creando un’architettura con tecniche di costruzione sostenibili, nei materiali come nell’uso di energie rinnovabili per alimentare l’impianto acustico, ma anche l’idea di ragionare nell’ottica di network. Con il festival belga abbiamo partecipato a un bando europeo, che ci ha permesso di realizzare questa struttura, che è stata progettata da noi ma costruita in team con una squadra di ragazzi belgi che vengono da noi, come poi noi andremo a costruirla da loro. Idealmente la struttura è stata pensata per restare nel parco, ma questo è ancora da confermare.

Il programma è decisamente avventuroso...

Sì, all’interno ci sono le “cascate alfabetiche” di Francesco Cavaliere, che come dicevo è stato un compagno di scoperta fondamentale nella mia ricerca sul linguaggio. Ci tenevo che avesse un ruolo particolare all’interno di questa edizione, così gli ho proposto una sorta di residenza – gli ho detto «Vieni ad abitare questa tartaruga che stiamo costruendo e portaci le tue creature…». E così insieme abbiamo costruito questo programma, che sarà costituito da circa tre interventi in ciascun giorno dove amici, artisti, collaboratori presenteranno il loro lavoro. Non saranno quindi performance in senso stretto, più delle presentazioni. Donato Epiro presenterà il lavoro di curatore della sua etichetta Canti Magnetici, insieme a Luigi Monteanni di Artetetra che farà delle listening session dei propri field recording. Enrico Malatesta presenterà un libro di prossima pubblicazione su Presto?!, “Lily Star”, raccolta delle sue ricerche in ambito pirotecnico: oltre a essere il batterista/percussionista che tutti conosciamo, dal lunedì al venerdì Enrico lavora per uno dei più importanti rivenditori di fuochi d’artificio in Italia e quindi, come fosse un libro di poesia concreta, ha messo insieme la sua ricerca e la presenterà a Terraforma. Poi ci sarà James Ferraro con il suo lavoro d’indagine sull’intelligenza artificiale e infine quella che forse è la presentazione più vicina alla performance, Leila Hassan con un reading su una serie di testi di Sam Ashley – figlio di Robert – con cui ha collaborato. E poi ci sarà la presentazione di Francesco, da cui dobbiamo aspettarci due performance molto originali e visionarie, tipicamente nel suo stile.

Contenuto pubblicato su ZeroMilano - 2019-07-01