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Jessica Amianto Barbato

Da dentro un'aula dell’università c’è una voce che conquista l’etere, e arriva da Radio Bicocca

quartiere Bicocca

Geschrieben von Diego Belfiore il 17 März 2023
Aggiornato il 23 März 2023

Foto di Lera Polivanova

Se appoggi un orecchio alla 1014 dell’università sentirai qualcuno che parla, e se a una certa bussi – e ti consiglio di farlo quando smettono di parlare – è molto probabile che ti apra Jess e che tu venga catapultato e coinvolto in una delle tante dirette di Radio Bicocca. La webradio che è l’eye in the sky dei nostri palazzoni, l’entità non lo sai ma c’è sempre, ubiqua negli anfratti e nelle ariose piazzette della Bicocca.

«Venne da noi il vincitore di una Slam Poetry, un signore di una certa età: ha iniziato a parlare a inizio diretta e ha parlato sopra a tutto.»

 

Tutti gli speaker delle radio hanno un nome, voi siete i radio-bicocchini?

Effettivamente è una bella domanda perché non ci abbiamo mai pensato! Dopo lo scrivo sulla lavagna.

Raccontami un po’ della radio, come nasce?

Siamo un’associazione studentesca – e quindi non riconosciuta –, apolitica e apartitica. La storia risale al 2015, quando ci siamo chiesti come mai ancora non esistesse una radio dell’università o del quartiere. C’era però un gruppo intenzionato a fondarla, e nell’ottobre di quell’anno ci trovammo per discuterne. La aprimmo l’anno successivo. Di quel gruppo siamo rimasti in uno e mezzo, cioè io e un altro paio di persone che fanno dentro e fuori. Ci vedevamo il sabato e registravamo delle pillole; io stavo al mixer, poi mi hanno tirata dentro a una diretta e ho fatto da spalla, un po’ la Kendrick Lamarta della situazione. È giusto dire che ho iniziato per caso.

Quanti siete adesso?

Siamo circa una trentina tra studenti, ex studenti e dipendenti di ateneo per scelta di statuto. Gli speaker sono una decina mentre la redazione è una cosa un po’ più vaga: c’è chi è più attivo, chi meno, e abbiamo un sito dove c’è un notiziario pop, non nel senso musicale ma di qualsiasi cosa che sia “popolare”.

Di cosa parlano i vostri programmi?

I programmi non hanno un argomento fisso, il lunedì c’è una mezz’ora di introduzione dei nuovi brani, abbiamo un programma di calcio il martedì dalle 17.30 alle 18.30 mentre tutti gli altri programmi sono generalisti. Lo speaker sceglie gli argomenti e prepara la puntata, diciamo che è importante avere un minimo di cultura generale su ciò che accade nel mondo per proporre sempre cose nuove.

La Musica la scegli tu?

Sì, tutta! Ultimamente passiamo solo artisti italiani e giovani – per fortuna gli emergenti hanno anche un buon tiro. Non c’è un genere definito, quindi qualsiasi cosa mi piaccia la mando in onda. Una cosa che cerco di intuire è se un artista può avere successo o meno, una cosa del tipo “chissà se questo sfonda?”. Mi arrivano tipo cinquanta canzoni a settimana, le ascolto tutte e ne carico sei o sette.

In questo tempo vi siete fatti un’idea di chi sia il vostro pubblico?

Allora, ci eravamo fatti un’idea pre-pandemia. Con la pandemia sono saliti gli ascolti, crediamo soprattutto in ambito universitario perché eravamo molto presenti sui social in quel periodo. Attualmente non so se il nostro pubblico sia solo di universitari, sicuramente ci sono tante persone che conosciamo direttamente come speaker e quindi, per estensione, credo che il nostro pubblico sia comunque di universitari, ma in fondo non siamo così ben targettizzati.

Perché nel 2023 ha ancora senso fare radio?

Credo che oggi più che mai abbia senso fare radio in un mondo di podcast. Quando ti confronti con la dimensione live hai tante cose a cui pensare, sai che non potrai stoppare la registrazione perché quello che dici esce e va così. Ti abitui a pensare quando parli, ad avere dei tempi, a trovare sintonia con la persona con cui stai parlando.

Portate mai la radio fuori dagli studi?

Partecipiamo agli eventi a cui ci invitano in università, open day, iniziative, conferenze, congressi, cose di questo tipo. Quest’anno sarà il venticinquesimo anno della nascita dell’università e probabilmente avremo qualche attività in ballo. Cerchiamo di collaborare anche con altre associazioni, quindi se ci sono iniziative al di fuori di qua cerchiamo di partecipare, mettiamo musica oppure facciamo interviste, giochi, cose di questo tipo. Ora ci sono dei progetti in cantiere insieme alle altre radio universitarie.

Qual è il progetto che è andato meglio?

La risposta sincera è il primo appuntamento 1014, un progetto che ha l’intenzione di prendere gli artisti emergenti e dare loro uno spazio per suonare. L’abbiamo pensato noi di Radio Bicocca ma esula dalle dinamiche che ci sono con l’università.

So che fate anche un percorso di formazione per studenti, ce ne parli?

In realtà abbiamo due percorsi, base e practice. Possono partecipare studenti, ex studenti, dipendenti d’ateneo e chi fa parte della radio. Il percorso base è fatto di talk condotti da personaggi del mondo dell’intrattenimento, della musica e del giornalismo italiano. Il practice, la parte pratica, invece si divide in tre aree: speaker, redazione e area tecnica.

Qual è l’intervista che ti è rimasta di più?

Yungblud. Era il 2018, ed era uscita “I Love You, Will You Marry Me?” e sapevo che sarebbe venuto in Italia per un concerto. A novembre ho mandato una mail a Virgin Records e ovviamente zero risposte fino alla mattina del 28 gennaio, che era il giorno concerto. Mi scrive “URGENTE: intervista programmata in Universal alle 16”. Yungblud all’epoca era fidanzato con Halsey e aveva in produzione il singolo con Travis Barker (11 minutes). Ci rilascia l’anteprima e, curiosità, era lì con la fidanzata attuale. Me lo ricordo perché anche lei si chiama Jessica. È stata la prima volta che ho detto “ok siamo dei poveri sfigati però possiamo arrivare anche a persone che hanno un altro tipo di carriera”.

Mentre l’intervista più inutile?

Qui, ne ho due! Ho intervistato un ex componente di una band molto famosa, che in post pandemia cercava di lanciare il suo progetto solista; il problema è che ha passato tutta l’intervista, un’ora e passa, a parlare male dell’ex band. Io ho detto: “Sta cosa non la posso pubblicare perché ci becchiamo una denuncia”. Tre mesi dopo sono tornati insieme con un altro nome e lui, come nelle migliori love story, era di nuovo dentro, assurdo. L’altra è più bizzarra; all’epoca avevamo le canzoni che entravano a schiaffo, quindi, quando finiva lo spazio per parlare entrava subito la canzone senza che si potesse fare nulla per fermarla. Venne da noi il vincitore di una Slam Poetry, un signore di una certa età: ha iniziato a parlare a inizio diretta ed è andato avanti senza fermarsi nemmeno quando entravano le canzoni, ha parlato sopra a tutto. È diventata una cosa comica, forse sta ancora online, devo controllare.

Cosa dici invece del quartiere?

Allora, facciamo che parlo per gli studenti che è più facile; se studi qui hai due possibilità: prendendo come riferimento l’U6, spalle alla stazione, nell’area sinistra hai piazza della Trivulziana che è un posto caruccio dove fermarsi a studiare e chiacchierare. Chi invece frequenta la parte destra ha molta meno vita ma ha i centri commerciali, può uscire da lezione e farsi un giro. Sicuramente non deve mancare un passaggio all’HangarBicocca. Sai cos’è bello? Se esci dall’U6 e passi davanti a Oscar che fa il risotto e poi continui a camminare verso Garibaldi, vedi lo skyline di Milano in fondo al viale e ti fai dei mega viaggi mentali. L’importante è ascoltare gli M83 nel mentre.

Chi sono gli M83?

Poi ti educo.

E se il quartiere fosse una canzone sarebbe?

I Bet You Look Good On The Dancefloor degli Arctic Monkeys. In giro c’è questa mappa dei quartieri di Milano in cui, mettiamola così, ogni quartiere ha una sua “nomea”. Qui è tipo il fallimento dell’urbanistica. Effettivamente arrivi in Bicocca, vedi questi mega palazzoni e dici: “che schifo”. Ma ti rendi conto poi che ha la sua vita, soprattutto se vieni qui verso le sette e mezza, otto, la trovi piena di studenti, c’è movimento, in qualche modo è pure bello. Sarà poi che per me qui c’è la radio e allora è più bello ancora. Mi piacerebbe viverci, mettiamola così.