Luca Trevisani e Francesca Verga

La panificazione dell'arte, tra storia e materia .

quartiere NoLo

Geschrieben von Piergiorgio Caserini il 23 April 2021
Aggiornato il 20 April 2021

Foto di Anna Adamo e Guido Borso

Siamo andati a incontrare Luca Trevisani e Francesca Verga. Abbiamo parlato da subito di NoLo, manco il tempo di versare un bicchierino di birra. Qui si riconosce la formula del paesino nel quartiere, vera e cruda, un po’ come Palermo ci hanno detto. Francesca è una ricercatrice e lavoratrice dell’arte, e Luca è un artista da parecchi anni. Se non lo sapevate: male; andate a vedere le sue mostre e leggete questa intervista tra pane, storia e scultura – letteralmente.

Dettaglio, „In Bocca“, Pinksummer 2021. Foto di Giulio Boem, © Luca Trevisani e Pinksummer Contemporary Art
Dettaglio, „In Bocca“, Pinksummer 2021. Foto di Giulio Boem, © Luca Trevisani e Pinksummer Contemporary Art

Allora, Luca vive qua da due anni e mezzo, Francesca, di Milano, è ritornata in città da tre mesi. In tanti ci hanno detto che NoLo mantiene un po’ quell’atmosfera di paese, si respira un’aria di prossimità, di vicinanza. Tutti salutano e sono sempre le stesse facce, vi ritrovate?

Francesca Verga: Sì, ed è un po’ quello che ci mancava da Palermo. Una città dove se esci in bicicletta ritrovi tutte le persone che ti salutano quasi come se ti aspettassero, perché sanno che esci di casa per quell’ora, tutti i giorni. Appena arrivati qui a NoLo siamo andati a presentarci a Mimmo, di Varisco, che è proprio sotto casa e per noi è diventato un riferimento, per qualunque cosa. Ecco, mi piace molto l’idea di ristabilire una routine per cui sai che puoi andare dal panettiere anche più volte al giorno, La Bottega del Fornaio, qua sotto, che è buonissimo. Lo stesso vale per il mercato, alla bancarella dove ormai ti conoscono. O l’enoteca La Botte, in via Giacosa.

 

Luca Trevisani: Siamo finiti qua per caso. Le cose belle della vita. È successo quando Francesca ha lasciato Palermo per andare a Marsiglia. Lì ho deciso di tornare a Milano, dove già avevo lo studio da parecchi anni nonostante prima fossi a Berlino. Non sapevo dove cercare casa, e quando ho trovato questa l’ho presa su due piedi. Si trovava vicino allo studio, è a due passi dal centro, ed è diventata subito come una pantofola.

C’è questa magica routine che in ogni altro posto di Milano non ho mai trovato. Ti dirò, mi ricorda degli aspetti di Palermo, dove tutti diventano fantastici conoscenti e anche amici, anche con me che sono un veneto burbero e un po’ orso. Non è male quando si riesce a essere un po’ più umani l’uno con l’altro.  È una zona di persone solidali, dove il tessuto sociale non si sfalda, almeno speriamo. Non è come quello che successe altrove, che comincia con il capitale calato dall’alto e finisce come la città dei render. Qua sembra non possa succedere. Poi chissà…

FV: È come conoscere tutti in un paese ma allo stesso tempo essere in città. Io sono cresciuta nel quartiere Vigentino a Milano che è abbastanza scollegato dalla città ed è una sorta di campana di vetro, un piccolo paese all’interno della città. A differenza del quartiere NoLo dove invece conosci tutti ma allo stesso tempo sei inserito all’interno della città.

LT: Ma poi tu lo sai che quando mi affaccio alla camera da letto, vedo la stanza in cui Battisti scrisse Acqua Azzurra acqua chiara? Mica male no? È un po’ come abitare davanti al luogo dove il Manzoni ha scritto i promessi sposi.

Ci raccontate un po’ di voi? Che fate, chi siete, da dove venite?

FV: Ci siamo conosciuti 8 anni fa e ho seguito Luca a Berlino, dove ho cominciato a lavorare per SAVVY Contemporary, uno spazio no-profit dove mi occupavo della produzione e gestione delle mostre. In seguito mi sono trasferita ad Amsterdam e poi a Palermo dove per tre anni ho coordinato il progetto di Manifesta 12 a livello gestionale, una bella sfida. Tra il 2019 e 2020 ho lavorato a Manifesta 13, a Marsiglia, nel coordinamento curatoriale con artisti e curatori. Ora sto facendo un Dottorato all’Università di Amsterdam, con una tesi sulla ricostruzione concettuale dei ricordi nelle prime performance e nelle opere video di Mike Kelley.

 

LT: E io ora che dico? Allora, io sono un artista da molti anni. Lo sono, lo faccio, non lo so bene. Ultimamente l’insegnamento è diventato molto importante per il mio lavoro, forse è la parte più spiccatamente politica del mio essere artista. Perché insegnare non vuol dire insegnare a dei giovani a diventare artisti, ma a crescere con l’arte, le immagini, la materia. Io dico che sono uno scultore perché lavoro con la materia, perché alla fine tutti siamo fatti di materia. Specialmente oggi, quando tutti credono che siamo smaterializzati… ma è una cazzata sonora. E siccome mi occupo di materia, lavoro tantissimo con il cibo, perché il cibo è la materia per eccellenza che ci determina, la nostra dieta è il modo in cui costruiamo il mondo e le economie di scala.

Beh, il cibo è tecnica in fondo.

LT: Sai l’oggetto tecnologico più grande che l’uomo abbia mai fatto è il pane, non la bomba atomica. Ci sono voluti centinaia di anni, poi il pane ha permesso l’esistenza della città, degli stati, ci ha condotto all’economia che conosciamo oggi. La borsa di Wall Street nasce dalla prima michetta mai fatta, è il primo accumulo di capitale. Per questo mi occupo anche di storie, in fondo siamo gli animali che siamo perché abbiamo inventato il pettegolezzo, e possiamo parlare su noi stessi, concettualizzarci. A dirla tutta, poi, mi piace molto cucinare… in effetti non so bene dove comincio, se parte prima la scultura o prima la cucina.

Mostre in programma?

LT: Ai primi di marzo aprirò una mia nuova personale da Pinksummer. Si intitolerà In Bocca, e sarà fatta proprio di cibo. È una serie di lavori inediti, dei fossili prodotti da me, un’idea che mi piace molto, impronte fatte di materia e di tempo. Ci saranno delle ciotole che ho realizzato svuotando ed essiccando verdure… dalla zucca, al peperone, all’avocado… li “tassidermizzo”, trattandoli proprio come se fossero dei faraoni. È un processo piuttosto complicato, che le fa diventare dei contenitori di tempo. Un’altra serie che ci sarà sono delle grandi carte, che preferisco chiamare sculture piatte. Ho cominciato a realizzarle a Marsiglia con i nostri avanzi di cibo frullati, scrivendo sulle carte assieme all’acido degli agrumi.

Scritture automatiche per cui non sapevo cosa sarebbe successo con questi lavori, il rapporto con il cibo d’altronde è un rapporto con la storia. Sai, per esempio il pane viene spesso dato per scontato. Si dice del pane quotidiano, infatti, ma la realtà è che la panificazione è stata una frattura completa tra l’uomo e l’animale. Ricordo questo libro fantastico che avevo studiato molti anni fa, Il Pane Selvaggio di Piero Camporesi, che racconta tutto il rapporto con la panificazione e il cibo nell’Europa premoderna. Tra l’altro, recentemente ho vinto un bando, Cantica21 promosso dal MAECI e dal MiBACT per il quale realizzerò delle sculture di pane. Delle scarpe di pane che saranno destinate al Maxxi.

Come mai la scelta delle scarpe?

LT: Perché noi camminiamo, abbiamo conquistato il pianeta camminando, se vuoi l’atto del camminare è anche un inno alla curiosità. E una suola è già da sé una scultura fantastica, sono dei bassorilievi, lo stiacciato, e lasciano un’impronta, un’orma. Poi oltre a questi strati di pensiero tra pane, cultura del cibo, storia, c’è la questione di quelle scarpe normalcore americane, quelle riprese poi da Balenciaga. Quando tutti mettevano queste scarpe enormi sembrava reiterassero il principio del Suv: passive-aggressive, dell’andarsene in giro senza sentire nulla, certi di una potenza che si dà nelle dimensioni. E allora sai che c’è? Io te le faccio di pane, te le sgonfio, te le faccio fragili, umili e potentissime.

Insomma, saranno 21 sculture, una per regione e quindi panificazioni diverse, con ricette e storie pazzesche. Per esempio, c’è un pane sardo che ha una storia interessante, per cui si pensava mangiassero terra. Furono gli antropologi sabaudi a raccontare questa storia, con un po’ di ideologia lombrosiana, perché questo pane era fatto di ghiande e argilla (che invece cotta a basse temperature sviluppa tutta una serie di microorganismi che aiutano molto il corpo).