Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza è il libro di Tommaso Sarti edito nel 2025 da DeriveApprodi. Attingendo dai cultural studies e attraverso un lavoro di ricerca etnografico realizzato con trapper, rapper, attiviste, educatori, «teppisti» Sarti sovverte il discorso che dipinge i «maranza» come i «nuovi diavoli» del nostro tempo, analizzando le modalità attraverso le quali i giovani e le giovani rivendicano la propria visibilità nello spazio pubblico.
A partire dalle rivolte degli ultimi giorni, ecco una conversazione con l’autore sulle sottoculture giovanili, sull’etichetta «maranza», sulle bande e sulle condizioni sociali e politiche che attraversano le nuove generazioni.
Partiamo dalle manifestazioni e i riot dell'ultimo periodo.
Credo che quello che è successo fosse in qualche modo prevedibile. Da tempo, una parte della scena musicale e giovanile cerca di esprimere una rabbia che non siamo riusciti, o non abbiamo voluto, ascoltare. Non voglio dire che qualcuno avesse previsto esattamente questi eventi, ma quello che stiamo vedendo era già presente nei discorsi e nelle esperienze di queste generazioni.
Mi sembra poi che si continui a parlare di violenza senza interrogarsi davvero su cosa significhi. Una vetrina rotta viene presentata come qualcosa di particolarmente grave, mentre assistiamo a violenze enormemente più grandi in altre parti del mondo. Questo non significa giustificare qualsiasi comportamento, ma chiedersi perché alcuni episodi suscitino tanta indignazione e altri molto meno.
C’è anche una responsabilità delle generazioni precedenti: abbiamo dimenticato cosa significhi essere giovani e, spesso, non sappiamo metterci nei panni di chi vive un’esperienza migratoria. È più semplice attribuire tutta la colpa ai ragazzi che provare a capire le condizioni in cui crescono. Le rivolte sono anche una risposta a una società che non vuole piegarsi e scomparire nel silenzio.
Il termine «maranza» è al centro di molte discussioni: c'è chi lo considera dispregiativo, mentre alcuni ragazzi lo rivendicano. È un'etichetta che può finire per identificare una sottocultura, come è successo con il punk?
Sì. Le etichette nascono spesso all’esterno delle scene che pretendono di descrivere. Il termine «maranza» ha avuto una diffusione particolare: ho iniziato la mia ricerca nel 2021 e, all’epoca, non era ancora utilizzato diffusamente dagli stessi ragazzi. Negli anni successivi è diventato di dominio pubblico, fino a essere usato nel discorso politico e giornalistico.
È un meccanismo simile a quello del punk: prima arriva un’etichetta imposta dall’esterno, poi chi viene identificato in quel modo può riappropriarsene. È un processo che richiama gli studi sul panico morale, da Stanley Cohen alla scuola di Birmingham. Se vieni continuamente descritto come pericoloso e delinquente, puoi finire per riconoscerti nell’immagine che gli altri hanno costruito di te.
Quindi il problema non è tanto la parola in sé, quanto il modo in cui viene usata?
Esatto. Se il termine viene utilizzato da chi si riconosce in quella scena, può assumere un significato diverso rispetto a quando viene usato dall’esterno per attaccare e stigmatizzare. In quel caso smette di essere descrittivo e diventa uno strumento per individuare un nemico.
La parola «maranza» è passata dai social a un uso politico molto più ampio, fino a entrare nel linguaggio delle misure di sicurezza. Ma dietro l’etichetta scompare la persona concreta. Essere identificati come maranza non significa necessariamente commettere determinati reati: si può essere lavoratori, studenti, produttori musicali o vivere situazioni molto diverse. Non possiamo ridurre tutte queste esperienze a un’unica immagine.
Nel tuo lavoro parli della guerra come dispositivo di contenimento dei giovani proletari. Come leggi il ritorno del tema della guerra e della preparazione militare?
Storicamente, a essere mandati al fronte erano soprattutto i giovani delle classi popolari. Le classi più ricche potevano più facilmente sottrarsi a quel destino. Allo stesso tempo, la guerra modifica gli equilibri sociali: sottrae giovani alla vita quotidiana e cambia i tempi e le possibilità della socialità, della musica e delle forme di protesta.
Oggi vediamo crescere il discorso sulla guerra e, in diversi Paesi europei, tornano nelle scuole esercitazioni e iniziative legate alla preparazione militare. Mi chiedo a cosa servano davvero queste pratiche. Non credo che il patriottismo si costruisca in questo modo: temo piuttosto che si preparino generazioni da mandare al fronte, invece di lasciarle nelle piazze e nelle strade, dove potrebbero contestare chi detiene il potere.
Veniamo alle bande e alle gang, che affronti anche nel tuo lavoro. Come possiamo leggere il rapporto tra questi gruppi e i ragazzi di cui stiamo parlando?
Sulle bande esistono studi importanti, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti, che criticano la rappresentazione di questi gruppi come realtà esclusivamente criminali. Bisogna chiedersi che cosa significhi aggregarsi per proteggersi, difendersi, costruire fiducia e appartenenza, soprattutto quando si proviene da contesti marginalizzati e segnati dalla violenza istituzionale.
Questo non significa negare che all’interno dei gruppi possano esserci violenza e comportamenti criminali. Significa riconoscere che non sono gli unici elementi che li caratterizzano. Ci sono gruppi che sviluppano soprattutto forme di comunità e altri che possono trasformarsi in organizzazioni criminali. Le differenze vanno comprese, non cancellate.
Con l’arrivo di una nuova generazione di trap sono emersi anche in Italia gruppi e collettivi di amici che si riconoscono in nomi e codici comuni. Non sono necessariamente paragonabili alle gang statunitensi più note: spesso sono aggregazioni fluide, attraversabili, in cui si può entrare e uscire. È interessante osservare il bisogno di costruire comunità e di essere riconosciuti, anche attraverso modi di presentarsi più duri e conflittuali.
Questi gruppi sono prevalentemente maschili?
Nell’immaginario comune vengono rappresentati soprattutto come gruppi di ragazzi, ma queste scene e questi contesti musicali sono attraversati sempre di più anche dalle ragazze. Si vedono incontri e mescolanze maggiori, sia dal punto di vista del genere sia da quello delle origini. Non significa che le differenze siano scomparse, ma che questi mondi sono più articolati di quanto si tenda a credere.
Si dice spesso che questi ragazzi non abbiano una visione politica e che le loro azioni siano soltanto violenza. Sei d'accordo?
Assolutamente no. Dipende anche da cosa intendiamo per politica e per visione politica. Per molto tempo abbiamo dato per scontato che questi giovani fossero interessati soltanto ai soldi, ai vestiti firmati e alle macchine, e che quindi non avessero nulla da dire sul mondo.
Poi sono stati loro a mostrarci il contrario, per esempio con le mobilitazioni per la Palestina, con la capacità di stare in piazza e resistere alle cariche della polizia. Anche i comunicati diffusi dopo le rivolte mostrano che sanno costruire un discorso collettivo e indicare ciò a cui aspirano, senza voler essere necessariamente guidati o rappresentati dalla militanza bianca e occidentale.
La loro rabbia è legata anche alle condizioni materiali. Se una persona deve svegliarsi alle tre o alle quattro del mattino, spendere per andare al lavoro più di quanto riesca a guadagnare e vivere sotto uno sguardo costantemente giudicante, non possiamo stupirci che a un certo punto quella rabbia esploda.
C’è poi una contraddizione evidente: educhiamo intere generazioni a desiderare beni di consumo che non possono permettersi. Una giacca può costare seicento, settecento o ottocento euro. Poi ci sorprendiamo se qualcuno colpisce i simboli di quel sistema o cerca di appropriarsi di ciò che gli viene continuamente presentato come indispensabile. Anche qui dobbiamo domandarci che cosa chiamiamo violenza.
Hai definito la rivolta un momento di euforia collettiva, persino una forma di empowerment. È anche questo un aspetto politico?
Sì. Non si tratta soltanto della mancanza di prospettive o di beni materiali: è il momento in cui il tappo salta, quando gli argini non riescono più a contenere la situazione. La rivolta nasce da condizioni materiali e motivazioni politiche, esplicite o meno, non dal fatto che qualcuno si svegli la mattina senza sapere cosa fare.
In quel momento può esserci anche gioia. Il resto dell’esistenza di queste generazioni è spesso segnato dalla tristezza e dalla mancanza di prospettive; la felicità viene costruita soprattutto attraverso gli affetti e le relazioni. La rivolta può diventare un momento di euforia proprio perché rompe una condizione di contenimento.
Questo non significa dimenticare i danni e i feriti, né sostenere che tutto sia positivo. Ma credo sia legittimo riconoscere anche la gioia che può emergere da un momento di rottura, soprattutto quando è la risposta a qualcosa di profondamente negativo che sta accadendo intorno.
In strada abbiamo visto ragazzi con background migratorio e molti coetanei con famiglie italiane. Possiamo leggere questa partecipazione come un fenomeno soprattutto generazionale, più che come una questione di origine?
Sì, credo che sia una questione fortemente generazionale. Non bisogna necessariamente vivere in una periferia milanese per avere motivi per scendere in piazza. Lo vediamo anche nei collettivi di giovani e giovanissimi, sempre più eterogenei, in cui si incontrano ragazzi e ragazze con storie familiari diverse.
Le nuove generazioni crescono insieme nelle scuole, negli spazi educativi e nello sport. Condividono esperienze e imparano a conoscere la vita degli altri. Posso diventare amico di una persona che vive in condizioni molto diverse dalle mie: non vivrò necessariamente la sua stessa vita, ma posso prendermene cura e riconoscere quelle condizioni come un problema che mi riguarda.
È questo che permette di costruire comunità e di fare politica insieme. Nelle generazioni precedenti, invece, le assemblee e gli spazi della militanza erano spesso molto più bianchi. Anche per supponenza, a volte pensavamo di sapere già tutto, senza accorgerci di chi restava fuori. Oggi queste relazioni stanno cambiando e credo che possiamo imparare da loro un modo diverso di intendere la politica e la militanza.
Gli spazi fisici di socialità e autonomia sono sempre meno, mentre questi ragazzi si organizzano anche online. Come leggi questo rapporto con la rete?
Sono d’accordo sul fatto che gli spazi fisici in cui sperimentare altre forme di socialità siano sempre meno. Questo vale per tutti, ma soprattutto per le nuove generazioni. Viviamo in un mondo in cui il disciplinamento è sempre più pervasivo: basta pensare al registro elettronico, che rende immediatamente visibile anche l’assenza da scuola, o al riconoscimento biometrico.
Queste tecnologie rendono più difficile sottrarsi al controllo, anche nelle cose quotidiane e nella possibilità di protestare. Gli spazi online diventano allora luoghi di confronto e organizzazione. In Francia, per esempio, ci sono state iniziative in cui la partecipazione a distanza ha coinvolto centinaia di persone, fino a mandare in crisi i collegamenti.
Esiste però una contraddizione. Da una parte, alcuni gruppi prestano molta attenzione a non mostrare i volti e a proteggere le persone dalle identificazioni; dall’altra, capita che i ragazzi si riprendano mentre fanno determinate cose o trasmettano dirette, esponendosi a rischi. È una commistione interessante, ma anche pericolosa.
Dalla commistione nasce anche un nuovo modo di stare in piazza...
Certo, e ci sono elementi molto interessanti. Durante le manifestazioni in Francia, anche mentre vengono caricati o colpiti dai proiettili antisommossa, alcuni ragazzi trovano il modo di giocare, di fare le loro «battle di aura», di vestirsi come personaggi dei manga. C’è una capacità di stare in piazza che tiene insieme conflitto, coraggio e divertimento.
Per molto tempo questi elementi sono stati presentati come simboli di ignoranza. Invece mostrano che c’è vitalità, che queste persone sono vive e trovano modi propri per esprimersi. Non voglio esotizzarli né idealizzarli: anche queste generazioni hanno contraddizioni e problemi da affrontare. Ma credo sia importante riconoscerne la forza.
Io, appartenendo a una generazione precedente, mi domando se avrei avuto lo stesso coraggio. Probabilmente avrei avuto molta più paura. Per questo sono contento di vedere questa vitalità e questa euforia: ci mostrano modi di stare in piazza e di fare politica dai quali possiamo imparare.