Per realizzare questa intervista c’è voluto qualche giorno. Normale routine: contattare il festival, l’entourage della compagnia Chunky Move, fissare l’appuntamento con Anthony Hamilton, il suo direttore artistico, attraversare quattro giorni di Rewire – stupefacente anche in questa edizione – scrivere, editare, raccogliere il materiale fotografico e così via. Più o meno nello stesso periodo, lo scenario internazionale è saltato di nuovo e in maniera piuttosto seria stavolta. Parliamo del conflitto in Iran ovviamente, che sta rivelando quanto il mondo globalizzato sia fragile, perché basta anche solo il blocco di uno stretto marino per iniziare a dipingere il futuro di nero. In questo contesto sembra quanto mai attuale, se non addirittura profetica, la performance da cui nasce questa intervista.
Non solo per il titolo, „U>N>I>T>E>D“, che è un invito giusto e necessario in qualsiasi epoca, ma, soprattutto, per la capacità di prefigurare un collasso e quello che potrà maturare dopo. Un’etica, un’estetica e anche una spiritualità DIY, nata dal tramonto dell’era delle città, dalle loro architetture splendenti e tecnologie (apparentemente) senza limiti. Un futuro da scrutare attraverso le crepe del presente, in cui l’energia su cui si basa il mondo che conosciamo potrebbe non esistere più. Bisognerà allora tornare a cucire insieme i vestiti; ascoltare musiche che nascono da ciò che si può percuotere ritmicamente come nei gamelan indonesiani; ballare collettivamente e simbolicamente; dotarsi di apparati ed estensioni che sembrano provenire dal futuro, ma in realtà ricombinano materiali dismessi e ricordano di forme „primitive“ di vita come gli aracnidi. Macchina, uomo, ancora macchina e ancora dopo uomo. Come sempre, dal primo giorno sulla terra, impegnati a trovare un’armonia all’interno del caos.
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"U>N>I>T>E>D" ha debuttato in Europa alla Biennale Danza di Venezia del 2025, il secondo passaggio è stato invece in uno dei festival musicali più completi e interessanti del mondo, il Rewire a Den Haag.
Un festival come il Rewire è per noi un contesto diverso e davvero particolare: di solito lavoriamo all’interno di programmazioni di danza, altre volte in contenitori multidisciplinari e sì, anche nei festival, ma non così focalizzati sulla musica. Abbiamo già avuto collaborazioni con rassegne musicali più piccole, sia in Australia che all’estero, ma ora c’è davvero una tendenza a ospitare nuove forme di performance all’interno dei festival musicali classici, perché il pubblico desidera vivere anche al loro interno una varietà di esperienze. È un’evoluzione molto interessane. La danza contemporanea in Australia, e in generale anche all’estero, ha un pubblico molto ristretto, per cui essere presente in questi festival per me è sia qualcosa di strategico, sia qualcosa che mi appassiona davvero.
Come è nato "U>N>I>T>E>D"?
Circa tre anni fa stavo ripensando ad alcuni lavori che avevo realizzato e a questa sorta di fascinazione costante che ho per le esperienze immersive, che integrano idee sulla materialità: non solo sulla tecnologia, ma anche sugli strumenti, sulla loro storia e sul rapporto che abbiamo costruito con l’ambiente in quanto specie. Per me è un tema ricorrente. Spesso mi sono trovato a collaborare con designer per sviluppare apparati tecnologici che i ballerini e gli artisti avrebbero indossato in grandi processioni e parate. Il più delle volte però tendevano a essere piuttosto ingombranti e poco agili, non molto adatti a coreografie complesse. Così ho lavorato con gli stessi collaboratori ma con un brief diverso, cercando di sviluppare apparati più simili al corpo. Dall’incontro a Bali con Gabber Modus Operandi invece è nato l’interesse tematico sulla musica e la club culture. Eravamo già fan gli uni degli altri, ci seguivamo e apprezzavamo via Instragram etc. Poi abbiamo deciso di passare un po‘ di tempo assieme per vedere se c’era una sorta di affinità e da lì le cose si sono sviluppate molto velocemente. A Bali abbiamo portato un prototipo di costume e tutti ne siamo stati molto entusiasti. Abbiamo capito subito di avere trovato un’intesa e di avere un interesse comune per l’aspetto materico della forma. Abbiamo parlato molto anche di idee più filosofiche sull’urbanizzazione e sulla possibilità di sviluppo di nuove forme di religione e spiritualità nell’ambiente urbanizzato.
È stata la tua prima volta a Bali?
No, ci ero già stato in vacanza e per una piccola performance all’interno di un resort che si chiama Potato Head. Ha circa quindici anni ed è stato uno dei primi ad aver adottato pratiche sostenibili a Bali: costruiscono e creano tutti gli elementi decorativi per le camere – vasi, tazze, portasciugamani, etc. – con plastiche e ceramiche riciclate ad esempio. E i laboratori sono proprio lì: è davvero incredibile. Come detto, lì ho fatto un paio di piccoli interventi per il loro programma culturale, in particolare per lanciare una scultura dell’artista visivo newyorkese Futura 2000, un pioniere della graffiti art.
Bali ha in qualche modo influenzato la tua idea di come tecnologia, materialità e spiritualità sono connesse tra loro?
Credo che le conversazioni che ho avuto con Kas e Ican (i due Gabber Modus Operandi, nda) abbiano avuto un filo conduttore che è comune a livello globale: l’urbanizzazione e la necessità di costruire una mitologia e delle storie attorno alla nostra esperienza di urbanizzazione. L’opera si chiama „U>N>I>T>E>D“ proprio perché parla di un’esperienza unificata, di una connessione globale. Credo però che il senso del mistico nell’ambiente urbanizzato è probabilmente più forte in luoghi come l’Indonesia o Bali. Soprattutto in alcune controculture emergenti, legate ad esempio al motocross o al freestyle, che sono molto diffuse a Giacarta, a Giava, etc. Siamo entrambi molto interessati a quest’idea di un mondo che è un mix tra aspirazione utopica e cultura DIY, fatta di rattoppi e riparazioni. Lì vedi cumuli di spazzatura, fili, roba penzolante, elettronica fai-da-te per portare la corrente a casa. Quindi è una dimensione molto presente visivamente e non è mai nascosta. In un posto con una forte pianificazione urbanistica come Melbourne invece, si spendono un sacco di soldi per nascondere tutto. Spesso invece è più interessante poter vedere la realtà attraverso le crepe.
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Parlando di musica, cosa hai chiesto di portare nello spettacolo a Gabber Modus Operandi?
Quello che mi ha attratto è che la loro musica è intrisa di lunghi intervalli di tempo. A me interessa molto l’idea di musica come tecnologia, come strumento in grado di fare molte cose. Una di queste è comunicare e segnalare. Abbiamo parlato molto del fatto che a Bali il gamelan è diverso da comunità a comunità: ogni villaggio ha il suo suono, il suo sistema di accordatura. I villaggi si possono riconoscere attraverso il tono, è davvero incredibile. C’è un’idea straordinaria della musica come qualcosa di diverso, come se avesse una sorta di utilità, uno scopo pratico. In ogni caso, Kas mi ha mandato molte bozze, schizzi di composizioni su cui stava sperimentando e me le ha lasciate a disposizione, come un vera e propria library con cui costruire un certo arco drammaturgico in cui ci sono picchi, flessioni, momenti in cui il pubblico vive una sorta di esperienza rilassante, che subito dopo riparte invece con una certa intensità. È come scrivere un album: un viaggio in cui l’energia viene accumulata e poi rilasciata, accumulata e poi rilasciata di nuovo.
Cosa invece hai chiesto a Future Loundry, l'altro progetto creativo balinese coinvolto in "U>N>I>T>E>D"?
Future Loundry ha lavorato parallelamente a un’azienda di Melbourne che si chiama Creature Technology. Creature Technology ha realizzato le tute esoscheletriche, invece Future Loundry ha realizzato i costumi (t-shirt, felpe, pantaloni etc.). Future Loundry è un brand fondato da Ican di Gabber Modus Operandi e da sua moglie Manda. La sensazione che ho avuto è che la musica dei Gabber Modus Operandi non si potesse separare dalla parte visiva legata alla moda, perché parte di un unica storia, di un unica mitologia. Sia Creature Technolgy che Future Loundry hanno una sensibilità e un’etica comune, che li porta a riutilizzare materiale esistenti e a reinventarli attraverso un approccio creativo all’upcycling. Salvo alcuni piccoli elementi stampati in 3D, in „United“ è tutto riciclato, dagli esoscheletri ai costumi alla scenografia. Abbiamo utilizzato ad esempio serbatoi di auto che io e il mio responsabile di produzione abbiamo recuperato dagli sfasciacarrozze qui a Melbourne. È tutto molto DIY. La mia ispirazione proviene da alcuni artisti come RAMM:ΣLL:ZΣΣ, uno street artist d’avanguardia della New York degli anni Ottanta e anche un vero outsider nella scena hip-hop.
Guardando lo spettacolo ho individuato alcune parole chiave su cui mi piacerebbe avere un tuo parere. La prima è "futuro".
Io penso che il futuro è adesso: è una proiezione di cose che provengono dal presente. Cerco di riportare sempre le persone al presente e ricordare loro che stiamo immaginando il futuro con cose che esistono in questo preciso istante. Credo che la nostra percezione del tempo e il modo in cui lo organizziamo attraverso il linguaggio e percezioni di tipo lineare, sia una sorta di abitudine. È qualcosa di abituale che forse però non è oggettivamente reale. Certo, siamo guidati dal giorno e dalla notte, dalla natura ciclica dei corpi celesti, quindi in realtà non possiamo sfuggire più di tanto a questo tipo di assimilazione del tempo. Guardando al mio lavoro nello specifico, ormai sono consapevole di muovermi in un ambiente, quello dell’arte, davvero volatile e rischioso, in termini di finanziamenti, fondi e sopravvivenza in generale. Questo mi impedisce di pensare troppo al futuro perché altrimenti non correrei alcun rischio. Quando si è molto preoccupati si diventa anche molto cauti. Penso che il futuro richieda coraggio alle persone, la capacità di fare le cose ora, di provarci ora e di sperimentare ora. Penso anche che si possa controllare solo ciò che si ha direttamente davanti. Ed è importante incontrare persone con buona volontà nella propria cerchia ristretta.
La seconda parola è "tecnologia".
Penso che in „U>N>I>T>E>D“ ci sia una visione abbastanza rétro del rapporto tra tecnologia, corpo e biologia, e che questo rapporto sia rappresentato anche in maniera piuttosto „diretta“. Insomma, da tempo nel nostro corpo abbiamo arti meccanici, pacemaker, impianti acustici, protesi di ogni tipo. Di solito si tratta di cose non evidenti a livello visivo, cerchiamo di nasconderle bene. Mi interessa molto di più ricordare alle persone che sono sedute su una sedia, che lavorano con un computer, che possono parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo. Anche quando prendiamo in mano una penna siamo già una specie di cyborg. Ho scritto un piccolo saggio per la Biennale di Venezia dello scorso anno che parlava della storia del cyborg e dell’idea che la percezione esterna che ho di me stesso, del mio ambiente circostante e del mio effetto su quell’ambiente, rappresenta già una sorta di prima via verso la tecnologia. La storia della tecnologia per me è la cosa più interessante: come si relaziona all’autocoscienza e all’attivazione dell’autocoscienza che avviene in noi come specie.
Hai anticipato altre due parole: "percezione" e "coscienza".
Così come il futuro, anche i cambiamenti della percezione dovuti alla tecnologi sono un qualcosa che è già in atto. Stanno già accadendo. Basta dare un’occhiata ai dati sugli effetti che lo stare per molte ore davanti a uno schermo o l’uso eccessivo del telefono hanno sul nostro stato psicologico, ad esempio. Qualche anno fa ho letto un libro davvero interessante scritto da John Gray, un economista britannico diventato filosofo. Il libro si chiama „Straw Dogs: Thoughts on Humans and Other Animals“ e parla dell’idea che l’etica va avanti e indietro, viaggia tra bene e male, mentre la tecnologia è cumulativa, continua, costante. Acquisiamo sempre più conoscenza attraverso la scienza e la tecnologia, ma il rapporto etico che abbiamo con essa cambia. Ed è proprio qui che sta il pericolo, quando la capacità di fare le cose aumenta e la tecnologia sfugge sempre di più al nostro controllo. Ad esempio, oggi si può accedere alla pornografia 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a qualsiasi età. E la situazione diventa sempre più estrema. È una tecnologia che è andata ben oltre ciò che anche solo quindici anni fa sarebbe stato considerato completamente inaccettabile, qualcosa che non avremmo mai potuto immaginare. Trovo internet uno spazio davvero interessante, perché lo considero il luogo in cui confluiscono tutti gli angoli più oscuri della nostra psiche. Tutto si riversa in questo portale e possiamo accedervi in qualsiasi momento, mentre prima tutte le nostre fantasie più oscure vivevano nella nostra testa e non potevano uscire.
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Penso anche io che l'attuale problema relativo alla tecnologia sia la rapidità. Si evolve in maniera talmente veloce da non poterla più gestire.
Esatto, è proprio così. La tecnologia si muove molto più velocemente dei vecchi sistemi politici e di governo. Non puoi più riunirti in una stanza e prenderti qualche giorno per capire cosa fare. Devi saperlo immediatamente. Siamo in una sorta di mondo iper-reattivo.
Hai mai utilizzato l'intelligenza artificiale nei tuoi lavori?
No, non la uso per le opere creative, piuttosto per esplorare la scrittura e fare ricerche. Parlare con l’AI è come immergersi in una biblioteca e cercare di individuare una pagina di un libro sperduto, senza sapere dove andarlo a cercare. Trovo molto interessante quello che ha detto Adam Curtis, un documentarista della BBC, in un’intervista fantastica che gli è stata fatta lo scorso anno. In questo momento per lui l’AI non può fare altro che guardare all’indietro. Rovista negli archivi, nei testi che abbiamo già scritto, nelle parole che abbiamo detto, nelle idee che abbiamo pensato, nei sistemi politici che abbiamo già vissuto: l’AI è il nostro passato che torna per ossessionarci. Non è il futuro, perché non è in grado di immaginarlo. Il futuro è ancora un compito che abbiamo noi esseri umani. È un’idea davvero interessante: forse è arrivato davvero il momento di lasciarci tutto il passato alle spalle.
L'ultima parola è "società" e mi è venuta in mente pensando alla trave che sempre al di sopra dei performer e alla quale sono legati. Ogni tanto poi i performer si agganciano anche tra di loro, formando un corpo unico, coordinato, al di là delle singole individualità.
È un’interpretazione molto interessante. In realtà quella trave per me rappresenta un qualcosa che sta sia letteralmente che metaforicamente al di sopra di noi. L’ho utilizzata per creare un senso mistico, per indicare qualcosa che è nei cieli, irragiungibile; qualcosa che non comprendiamo mai completamente perché è al di fuori della nostra portata. Mi piace l’idea che ci rapportiamo così più o meno anche nei confronti della tecnologia, che è sempre di più un’entità inconoscibile, che si autodetermina e intraprende un suo percorso mentre noi cerchiamo di inseguirla. In ogni caso, la visione di fondo dello spettacolo è ottimistica. Il titolo, „U>N>I>T>E>D“, l’ho scelto con cognizione di causa, volevo che fosse un momento di aspirazione, che fosse visibile come anche all’interno del caos, della turbolenza, di tutti questi movimenti ruvidi, che possono un po‘ assomigliare al rotolarsi nel fango, ci sia una sorta di tenacia e di robustezza. Come a dire: sì, è difficile, ma insieme ce la faremo. Nonostante tutte le difficoltà continueremo a spingere, a creare bellezza, comunità, connessioni tra le macerie, tra le difficoltà e il caos. Una specie di positività anarco-aspirazionale anti-utopica! (ride, nda). Si tratta di trovare l’armonia nel caos.







