Non saprei dire se le maschere sono cadute, se il velo di Maya è stato squarciato. Di sicuro in questi ultimi tempi il dibattito critico attorno all’industria musicale e le sue problematicità sta vivendo un momento di grande fervore, anche qui su Zero.
Si potrebbe dire che il big bang sia stato Daniel Elk (CEO di Spotify) che utilizza i soldi degli abbonamenti per aiutare a costruire macchine da guerra in un genocidio. Questo, in fondo, fa capire quanto poco ce ne importi: tutte le problematicità esistevano già ed è servito un evento di questa portata per far timidamente scricchiolare la baracca. A questo aggiungiamo la crisi generale del settore: i finti scandali dei finti sold out, i concerti che ormai costano come una tac privata, le oasi come Bandcamp minacciate da multinazionali schiacciasassi, la scomparsa della classe media culturale, l’atomizzazione delle scene musicali e degli ascoltatori e chi più ne ha più ne metta.
Alberto “Bebo” Guidetti è musicista, scrittore, consulente di comunicazione e co-fondatore de Lo Stato Sociale. Negli anni oltre al lavoro con la band ha pubblicato sei libri, condotto podcast, portato in scena monologhi e lavorato su campagne di comunicazione politica in tutta Italia. Il „Capitale Musicale. Guida all’ascolto della governance algoritmica“ per Timeo, nasce dall’omonimo podcast e analizza come le piattaforme digitali abbiano trasformato la musica in uno strumento di estrazione del valore – il tutto analizzato da chi in quella macchina ci lavora da vent’anni. Ne abbiamo parlato a lungo in un rumorosissimo bar della via Ostiense, una densa chiaccherata che tocca tutti i temi del libro e oltre.
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Partirei con un grande classico: perché e come nasce l’idea di questo libro?
I perché sono legati soprattutto allo sviluppo temporale della carriera con Lo Stato Sociale. Siamo sempre stati indipendenti ma ad un certo punto ci siamo ritrovati ad avere una distribuzione major con Universal. Abbiamo iniziato nel 2009, quando ancora si vendevano i CD in maniera abbastanza cospicua, abbiamo visto arrivare iTunes con i file a pagamento e poi da lì le piattaforme, lo streaming. Insomma, è cambiato tutto. Ma: per quanto alle volte si possa cadere nello stereotipo della major che detta richieste e decide tutto, nel 99% dei casi non è così. Però è vero che doversi relazionare a una tecnologia sempre più pervasiva ha reso quasi impossibile avere un’agency propria. Insomma un effetto iatrogeno vero e proprio. Negli ultimissimi anni c’era molto malumore nella band nei riguardi di come funziona il mercato, proprio nella sua meccanica profonda. Tant’è che durante la lavorazione dell’ultimo disco, “Stupido sexy futuro” del 2023, se non fosse stato per dei contratti già firmati (che per una band indipendente sono soldi fondamentali), ci eravamo detti quanto sarebbe stato bello non pubblicare lo streaming. Avere solo il nostro Bandcamp, portare in giro il disco fisicamente, ai concerti, come abbiamo sempre fatto. Era un argomento molto presente nei nostri discorsi e anche nei miei interessi, visto che mi sono sempre interessato di come funzionano alcune questioni della vita legate all’estrazione del capitale, insomma una lettura marxista. Aver fermato la band mi ha dato modo di disintossicarmi da un ambiente che trovo tossico, quello della discografia italiana. Dall’altro lato anche di mettermi per davvero a studiare queste cose. Ho iniziato a scrivere un paio di articoli tra il mio blog e un po‘ di webzine.
Insomma hai saggiato un po’ l’acqua con i piedi. E l’incontro con Timeo?
Esatto, all’inizio pensieri un po‘ sparsi e poi mi sono detto che qualcosa c’era, un corpo teorico. Nello stesso periodo purtroppo è venuto a mancare un caro amico mio e di Corrado Melluso di Timeo, che si chiamava Vincenzo Cramarossa. Con Corrado praticamente era come se ci fossimo conosciuti da sempre attraverso Vincenzo, ma non ci eravamo mai conosciuti per davvero. Per questo motivo quando ho pensato che questa cosa poteva diventare un libro, la prima persona a cui ho pensato è stato lui. Avevo bisogno di un pazzo che avesse una casa editrice indipendente dal catalogo irragionevole, che potesse capire quello che volevo fare. Quindi siamo andati al Friends Café di Piazzale Prenestino, che è praticamente il suo secondo ufficio, abbiamo preso ventisette birrette croccanti e gli ho raccontato della mia idea. Lui non mi ha detto subito di sì, ma ha cominciato a spacchettare il tutto e a darmi consigli.
Ci sono tantissimi spunti, andrò un po’ di palo in frasca. Intanto hai toccato un argomento che sviluppi nel libro e che trovo molto interessante. Questa narrazione per cui gli artisti sono degli agnellini incapaci di intendere o di volere, che tutti stiano lì per fregarli, insomma delle vittime sacrificali. Tu fondamentale la smonti perché, a meno di frodi conclamate, nessuno può fare niente senza il tuo consenso. Credo che sia fondamentale che a snocciolare questo concetto sia qualcuno come te che vive entrambi i mondi.
Per noi è importante, dico noi perché parlo a nome della band. Ci siamo sempre posti in maniera piuttosto razionale davanti a questo tipo di lettura. Anche grazie alle persone che abbiamo avuto attorno dal primo secondo, come Matteo Costa Romagnoli il direttore artistico di Garrincha Dischi, il sesto componente dello Stato Sociale. Lui aveva tutta una serie di competenze, così come uno dei suoi più cari amici che è un importante avvocato della musica. Ci hanno messo attorno a un tavolo e ci hanno fatto una vera lezione: i contratti sono fatti in questa maniera, significano quest’altro, vogliono dire quest’altra cosa. Lui è la prima persona che trattava gli altri non come lo scemo del villaggio, ma come una persona che deve essere consapevole di quello che firma, perché comunque queste cose hanno dei valori legali importanti. Qualsiasi contratto ognuno firmi, che sia il contratto di lavoro, quello del mutuo per la casa o per una distribuzione discografica ed editoriale. Però, appunto, è più comodo, dal punto di vista pubblico, raccontare l’artista in modo naïf. Qualche tempo fa si è parlato tanto di questa grande manager che ha un po‘ prosciugato i suoi artisti, ma sai… Sono ragazzi giovani, sicuramente più facili da manovrare, però è anche una scusa per non vedere i due elefanti nella stanza: da un lato la fragilità umana e dall’altro un dato di fatto quasi banale: questo qui è un lavoro.
La firma l'hai messa insomma.
Esatto! Cerchiamo di non guardare con ottica padronale gli altri, ma sentiamoci responsabili delle nostre scelte. Il passo più grande che un artista può fare è quello di rendersi conto, e qui sono davvero un barbuto marxista, che è l’artista che produce tutto il valore economico. Non è il booking, non è il tuo management, non è tanto o meno la tua discografica, sei tu come persona. Insomma tu sei un grande datore di lavoro. È un’inversione della lettura della catena. Chi segue l’NBA sa che negli ultimi anni c’è stato un cambio di paradigma per cui ormai, grazie ad alcuni cambiamenti nei contratti dei giocatori, questi ultimi hanno praticamente più potere delle franchigie per cui giocano, che sono un po’ in loro balia. Players first insomma, la trovo una cosa fica, è centrale la sindacalizzazione. Ora non bisogna per forza arrivare a questo estremo però sarebbe bello pensare che effettivamente il sentore comune fosse quello di “Artist First”, citando proprio un grande distributore musicale. L’artista che sceglie, che crea. La narrazione dell’artista ingenuo è molto più comoda e fa gioco agli operatori che hanno la conoscenza legale del settore.
Il discorso sull’artista come creatore di valore mi fa pensare naturalmente al discorso di classe, che ho già affrontato qui su Zero. Cito l’artista perché alla fine è lui che per primo crea la rappresentazione di una qualunque narrativa, ovviamente anche quella di classe. Il mio sentore è che ci siamo veramente tutti rotti le palle. Uscendo anche dalla figura dell’artista, tutto il settore anche in ruoli tecnici o non, piccoli o grandi, sembra essere rappresentato soltanto da una classe sociale medio-alta. Al punto che questo sentore comune spegne anche l’entusiasmo verso le nuove uscite, verso la (non) diversità di proposta, una stanchezza diffusa e mancanza d’entusiasmo. Tu questo discorso lo fai soprattutto da un punto di vista di narrazioni individuali e collettive no?
Sì esatto, la lettura di classe cerco di portarla avanti sempre, ma c’è un grande problema di individuazione contro collettivizzazione. Vivere all’interno dell’economia della piattaforma fa sì che ognuno coltivi il proprio orto, anche dal punto di vista dell’identità. Per quello che riguarda l’artista, ancora di più: l’identità è l’unica “merce” che possiede per davvero, perché la musica viene ceduta, almeno nel suo sfruttamento economico, alle piattaforme e all’editore. Quello che manca secondo me non è coscienza di classe, che secondo me chi più chi meno ce l’ha, anche solo vagamente. La cosa che si perde in questo meccanismo è il ragionamento collettivo. Nel libro cito il mio amico Auroro Borealo, e la sua decisione di lasciare Spotify. Io trovo nobili queste iniziative personali, però non producono un engagement (se vogliamo usare questa parolaccia) dal punto di vista collettivo. Perché siamo sfilacciati, il comparto artistico non esiste, la sindacalizzazione men che meno, non esistono i contratti minimi, norme che tutelano – il discorso è diverso per la musica dal vivo, ma neanche troppo. La relazione con la discografia è un contratto tra parti e quindi è difficile poter immaginare di lavorare collettivamente su quel dato lì. Sarebbe bello poterlo fare invece sulle questioni della distribuzione, che sono importanti, perché lì effettivamente riconosci che esiste un padrone. Le big tech sono diventate un po‘ i padroni della musica. Tant’è che non solo c’è quell’effetto iatrogeno ma cambia anche il modello di produzione e la scrittura delle canzoni. Dieci o quindici anni fa volevi mettere un pezzo in un dj set e avevi l’intro, prima strofa, ritornello, etc. Adesso c’è subito l’hook, fai fatica a trovare il breakdown. Ha cambiato la grammatica musicale e ha cambiato la grammatica del potere, proprio perché sono delle scatole nere che non hanno una figura di relazione, è un’infinita disintermediazione che ha prodotto un terreno vuoto.
Che è un po’ il discorso che fai citando la teoria dello Stack di Benjamin H. Bratton
Esatto. Bretton, che tra l’altro è un consiglio di Corrado, mi ha dato appunto la lettura di questa cosa qua. È chiaro che sarà sempre Davide contro Golia, dall’altra parte la cosa interessante è che il capitale esiste nel momento in cui esiste la sua alterità. Nel momento in cui è davvero al 100% colonizzato da sé stesso, il capitalismo non può più esistere, perché non ha più niente da sussumere. Sembra essere il momento attuale, quanto meno una forte crisi di identità. Non si capisce bene quale sia la promessa… Io sono del 1985, avevo quindici anni nel 2000, quando è arrivata l’Europa. Sono contento di vivere in questa comunità europea, però le promesse, che erano di benessere economico, strutture materiali e via dicendo, poi alla fine hanno prodotto un impoverimento, un arretramento del welfare. Insomma questo capitale alla fine le promesse della good life non le sta rispettando, quindi è evidentemente in crisi di identità. Fuori però c’è l’antagonismo che produce alternative, qualcosa che possa almeno essere consolatorio (che comunque male non fa in tempi come questi) oppure che può addirittura diventare prassi. Questa settimana Subvert, che cito nel libro, ha inaugurato al pubblico dopo un anno di startup. Lo stesso Bandcamp è interessante, così come Mastodon è un territorio decentrato e che può funzionare a prescindere dalle scelte di una sola persona. Insomma la questione di classe è difficile da mantenere proprio perché c’è una grande disintegrazione e tenere le cose assieme richiede tanta energia. Non è un caso appunto, come ti dicevo, che il libro mi è venuto fuori nel momento in cui ho parcheggiato la band e quindi avevo anche le energie mentali per potermici dedicare.
Hai respirato un secondo. Perché poi è anche un po' questa la sensazione: è come se fossimo ingolfati, in preda ad un esaurimento nervoso. Al punto tale che la macchina, il capitale, chiamiamola come vogliamo, si muove in maniera ancora più predatoria: individua una cosa e la spolpa fino a quanto è possibile. Qualche tempo fa ho scritto un articolo su questo tema indagando il momento pop della cultura black americana durato una decina d’anni…
Per me è incredibile che un artista come Kendrick Lamar sia una superstar mondiale. Per la musica che fa. Quindici anni fa sarebbe stato impossibile.
Adesso quella wave sembra economicamente già superata, stanno tornando le chitarre e i tipi bianchi allampanati ad esempio, mentre il mondo si è radicalizzato di nuovo a destra. Hai riflettuto in qualche modo rispetto a questo movimento predatorio dell’industria musicale che poi altro non è che un modo per sopravvivere?
Se guardi i vari keynote dei distributori, le rare volte che le corporation e le major fanno un keynote, ti dicono sempre che va meglio dell’anno precedente. Il mio sentimento è che, per esempio, in Italia il mercato abbia raggiunto un plateau. Cioè, più di così che cosa dobbiamo fare? Siamo sessanta milioni, è un mercato piccolo. Riesce poco a sostenersi quello che è da sempre stato il motore della cultura, la classe media, intesa come prodotto culturale. Poteva essere Lo Stato Sociale stato sociale o i Ministri, anche Coez pre esplosione, Frah Quintale. C’erano veramente centinaia di artisti che potevano campare serenamente in quel gioco lì. La recessione non aiuta il consumo e quindi se si può tagliare la gente taglia sulle cose non necessarie e la cultura ovviamente è meno necessaria di fare la spesa. Questo fa in modo che poi il pubblico vada a fare un’altra cosa. Perché comunque l’intrattenimento lo cerca. Negli ultimi anni (e soprattutto a Roma) a me sembra che se devi vendere un concerto fai una fatica boia, se dici che sei uno stand-up comedian ti ritrovi cento persone davanti. Si spostano i consumi, è inevitabile, non è colpa di certo del pubblico in questo caso qua, però secondo me è un segnale, il mercato è stato stressato troppo.
Questo parallelismo con la stand up lo trovo azzeccato. Mi viene in mente la vecchia tiritera per cui ormai nessuno ascolta più gli album completi - però due ore di Tintoria ad esempio sì. Senza nulla togliere a quel tipo di podcast, che consumo molto anche io, siamo di fronte chiaramente a un ascolto diverso, meno concentrato, senza praticamente nessuna richiesta all’ascoltatore o sforzo intellettuale
Certo, infatti c’è meno affezione proprio perché c’è un dato simbolico diverso. Uno è una chiacchierata tra amici, che per quanto interessante difficilmente rappresenterà un momento fondamentale della mia vita; l’altro è un’opera artistica che invece quell’impatto lo ha. D’altro canto c’è un problema di indisponibilità del prodotto stesso. Il capitolo “possedere delle cose ci ha salvato la vita” l’ho scritto apposta: se io inizio ad ascoltarmi un disco sul digitale magari poi lo devo interrompere perché faccio altro. Oppure la piattaforma ti condiziona ad altri ascolti per vendere i suoi prodotti, che sono le playlist. Avere l’oggetto fisico è diverso: lo appoggi lì, rimane lì, lo rivedo, ho un accesso immediato a quella cosa. In quel capitolo estremizzo questa cosa. Però ecco sapere che ogni venerdì, ogni settimana, escono migliaia e migliaia di cose che possibilmente puoi ascoltare, crea confusione, crea imbarazzo, instabilità, stanchezza.
Che poi penso sia anche il motivo per cui assistiamo sempre di più alla polarizzazione dei discorsi. Se ad esempio un disco riesce a far parlar di sé per qualunque motivo (spesso non musicale) è un piccolo miracolo, quindi bisogna subito trovare un parte dove stare e per settimane, se non mesi, parlare solo di quello da una tribuna e dall’altra. Io ad esempio faccio fatica in quei casi, ho un rifiuto fortissimo e magari finisco per recuperare dischi un anno dopo passato il polverone, anche cose che poi magari mi piacciono molto.
Per me è la stessa identica cosa. Si crea questa polarizzazione per cui ti devo spingere a forza nella gola una roba, perché spesso è un prodotto pop su cui è stato investito un capitale enorme, quindi o va bene o siamo nella merda tutti quanti. Ma sì, crea una stanchezza che è proprio un “lasciatemi in pace”. Infatti credo che si leghi anche alla trasformazione del racconto attorno alla musica. Io sono cresciuto tra i magazine cartacei, poi le webzine, i forum di discussione, insomma: un tempo dilatato. Anche un’abitudine all’approfondimento, mi ha formato più come analisi critica che nell’inseguire l’hype. Ad esempio, la questione dei Geese. Io ho visto che tutti parlavano di questa band, ho ascoltato due pezzi e ho pensato: i Neutral Milk Hotel. Che cazzo me ne frega, li ascolterò quando avrò voglia, mi ritorno ad ascoltare Skeemask o l’altra mia merda elettronica che mi piace. Però appunto è tutto qui e ora, è tutto super veloce, quindi anche chi scrive di musica deve stare sul pezzo, cambiando focus ogni due giorni. Il prodotto culturale per diventare veramente parte della vita delle persone ha bisogno di sedimentare. Le piattaforme non aiutano da questo punto di vista e quindi l’ascolto diventa compulsivo, così come l’acquisto dei biglietti, è sempre predato dal capitale, condotto e mappato il più possibile. Ci si ritrova ad avere questa stanchezza di dire “mo che mi ascolto, ma perché mi devo ascoltare l’ennesima cosa, faccio una cosa più leggera che comunque mi accompagna nella vita e va bene così.” Io penso che appunto anche l’emergere della stand up indichi questa cosa qui, al netto che in Italia c’è un’ottima scena. Quindi non ne faccio un discorso di qualità, ma proprio di sentimento popolare: la gente ha bisogno di staccare.
Mi hai fatto venire in mente che qui su Zero avevo fatto una chiacchierata con Daniele e Stefano due o tre anni fa, proprio nel momento in cui stava esplodendo definitivamente, Tintoria. Gli feci una domanda, che ora farò anche a te, sull’importanza del sottobosco, quello che una volta chiamavamo underground. Loro mi risposero proprio che se una volta quella roba lì era rappresentata dalla musica, ora invece lo scettro se lo è preso la stand up comedy. Secondo te? Siamo incastrati nelle piattaforme o ancora esistono delle forme che sfuggono allo stack?
Quello che mi viene da dire è una cosa che non è entrata nel libro, ma di cui ho parlato tanto con amici e colleghe e colleghi. Quel mondo secondo me è finito perché la tecnologia è diventata pervasiva e tutti quanti ci siamo affidati come utilizzatori al player, allo streaming; un po‘ per l’assalto che è stato fatto al mercato; ma anche per la debolezza di chi quell’ingranaggio l’aveva costruito. Le etichette indipendenti si sono spostate dal fare la casa discografica al management. La casa discografica è una cosa che è strutturalmente fragile, scommette sull’arte, fa un’indagine, crea e magari ogni tanto ci prende anche. Il management è un termine corporate, no? Si tratta di far tornare i conti e migliorarli laddove è possibile. Quindi la relazione col proprio mestiere è cambiata, sono arrivati i primi soldi importanti, le major che hanno cominciato a mettere le mani dentro alle etichette in maniera senziente. Si è messo un po’ da parte quel lavoro di ricerca, tutela e crescita degli artisti, proprio nel momento in cui era più difficile far scoprire artisti nuovi. Dall’altro lato come utente, la stand-up in questo momento è premiata anche perché è forma perfetta nel reel da un minuto, per la distribuzione sui social network. Poi dentro ci sono i cani e i fenomeni, come anche nella musica. Però ecco, le due cose sono andate curiosamente in parallelo per un certo periodo, fino a che il COVID ha tagliato le gambe a tutta l’industria. In questo momento ci sono secondo me esperienze di etichette che cercano ancora di fare quello che si è fatto quindici o vent’anni fa ma con delle difficoltà oggettive che sono quasi insormontabili. Oggi non farei mai un’etichetta come Garrincha. Vedo che anche lo stesso Emiliano Colasanti di 42 Records ha i suoi artisti enormi e poi pubblica delle cose fighissime, estremamente particolari, secondo me quella è una lettura intelligente. Da un lato ho l’artista che sta molto bene sul mercato, è solido, per cui c’è un rapporto di fiducia sotto tutti i punti di vista, non solo nei termini umani ma anche lavorativi; mentre quello che facevo prima lo faccio su delle operazioni che non necessariamente devono diventare qualcos’altro. Sono belle perché sono belle. Colas è un grande conoscitore della musica, è un esperto, è uno che davvero ha una grande cappocciona, porto lui come esempio perché è un esempio virtuoso di un grande nome che riesce a tenere i piedi positivamente in più scarpe.
Mentre parli mi viene in mente forse l’unica “mancanza” che ho sentito leggendo il libro: il discorso anagrafico. Anche io spesso mi trovo a fare questi discorsi, scrivere articoli e via dicendo ma spesso la sensazione è quella di parlare ai convertiti o a una fascia d’eta che va dai venticinque (minimo) in su. Insomma non so se uno sta provando a giudicare un pesce perché non sa arrampicarsi su un albero.
Nel libro il punto di vista anagrafico non c’è, parto comunque dalla mia esperienza personale. Non voglio universalizzare troppo, però c’è un momento dell’età anagrafica in cui fai prima di pensare ed è quello che è anche il motore per chi è più vecchio. Se io avessi ancora cuore di fare lo scouting discografico dovrei andare in giro a cercarmi i posti di merda e le feste universitarie o quelle delle superiori e vedere cosa succede nel qui ed ora. Ora ho quarant’anni e un po‘ di esperienza l’ho messa assieme, è chiaro che rivolgo di più l’analisi a un mondo complesso che è strutturato e cerco di fare speculazioni per vedere dove mi porta il pensiero. Dall’altro lato è un po‘ quello che ci dicevamo prima, cioè quello che sta fuori è quello che poi verrà sussunto, se riesce ad emergere. Quindi è sempre questo antagonismo che tiene vivo il meccanismo del capitale.
Tu in questo senso nel libro citi il Cloud Rap come esempio di alterità che poi viene quasi subito assorbita.
Sì ora mi vengono in mente i Fountaines DC, una bella band, anche se non sono particolarmente fan. Però vengono fuori come questa specie di post-punk, riaggiornato ai canoni della produzione contemporanea. In realtà sono la punta di un iceberg del Regno Unito che da diversi anni menava sul post-punk, facendo una cosa completamente fuori mercato. A Bologna ci sono i Leatherette che amo moltissimo e che facevano questa roba prima degli stessi Fountaines, quindi quello che sta fuori al mercato potrebbe diventare un giorno il mercato è sempre questo il dualismo
Torniamo al meccanismo di prima: ho finito di spolpare una cosa non so più che fare allora adesso mi serve un cos’altro. Per qualche anno ci sono stati gli afrobeats, ora siamo tutti latino americani con Bad Bunny… Di nuovo: manca un po’ il respiro. Per un anno anno sei Portoricano, per uno Nigeriano, un altro di Compton, poi di nuovo bianco con la chitarra appesa al collo. Sempre alla rincorsa della prossima cosa da spolpare, della prossima identità.
Diciamo che si è accorciato il tempo del processo. Io quando ero ragazzo e mi affacciavo alle produzioni indie, che erano principalmente in lingua inglese, quindi americane e anglosassone in generale, ho goduto di roba prodotta negli anni Novanta che ha continuato ad essere prodotta fino al 2015 circa, quasi alla stessa maniera. Ora come ora effettivamente potresti navigare molto più rapidamente e fare delle compilation che somigliano a loro stesse solo per due anni. Il problema secondo me è che per esempio noi italiani ci sentiamo sul mercato globale, però poi la piattaforma in realtà è maestra nel costruire micromercati infiniti su ciascun utente quindi la realtà è che ognuno ha un piccolo mercato per sé stesso. D’altro canto questo sistema non permette l’esplosione sul piano internazionale, se non rarissime volte, proprio perché le piattaforme e il capitale nella sua struttura dei passaggi di elaborazione del prodotto sono infiniti gatekeepers. Quindi ti ritrovi in teoria ad avere tutto il mondo disponibile ma non poter essere veramente attore attivo in tutto il mondo.
Mi è venuta in mente una cosa che si collega al discorso di prima sull’artista. Recentemente mi è capitato davanti agli occhi un post provocatorio e divertente sulla necessità di tornare a fare un po’ di “public shaming” agli artisti che si vendono ai brand e alle major, come sana reazione alla continua aggressione algoritmica e di mercato. Una pratica che è completamente sparita, penso anche inconcepibile per chi è nato dal 2000 in poi, ma effettivamente era comune fino agli anni Novanta. Secondo te ha senso tornare a fare un po’ di sano shaming? Il discorso sulla trap è pertinente perché da questo punto di vista è proprio il genere che ha fatto saltare il banco: io rivendico che faccio qualunque cosa per prendermi i soldi e la musica è poco più che un accessorio a questa necessità di rivalsa.
Sì questa cosa è divertentissima. È spiegata bene nella prefazione al libro “Maranza di tutto il mondo unitevi” scritta da Amir Issa. Lui lì dice proprio questo: non ci dobbiamo stupire che facciano vedere i Rolex perché è un sinonimo di aver acquisito il simbolo di una classe che li ha sempre trattati come la merda. È un discorso individualista, ma molto interessante. Tornare a fare shaming? Non lo so. Sicuramente quello che si può fare è magari rifiutare l’ascolto, per quanto poi anche boicottare secondo me lascia il tempo che trova. Ecco, se invece poi questa cosa si produce anche in vado nel club indipendente o mi vado a spulciare microcataloghi, sto a perdere le ore a cercare, perché è proprio una cosa che voglio trovare, qualcosa che stia fuori da quel lato lì, allora ci sta, no? Additare qualcuno non ha senso, ormai i buoi siano scappati, come dicevi non gliene frega più cazzo a nessuno. Come chi se la mena sul body positivity, sul binary o non binary, però poi la/lo vedi in televisione o peggio nella pubblicità di Prime Video che fa la pubblicità delle lamette per i peli del corpo. Al marxista che c’è in me viene da urlare: quel pezzo di plastica è stato prodotto da delle donne sfruttate, dall’altra parte del mondo. Il tuo è un first world problem, evidentemente, è un posizionamento per accattare dei soldi, non c’è una struttura di classe sotto. Questo discorso è ormai troppo oltre e socialmente accettato. Ma il punto lo intercetti, hai ragione. Non so come fare a risolvere questa cosa qua: sono sempre fiducioso nelle nuove generazioni, nella loro capacità di costruire qualcosa di alternativo.
C’è un passaggio interessante nel libro. Racconti di quando per fare un piccolo esperimento, hai deciso di produrre un reel perfettamente aderente alle “richieste” della piattaforma - Instagram in questo caso. Effettivamente il risultato è un successo in termini di visualizzazioni, reach e via dicendo. La tua conclusione lì è quella di uscirne sconfitto per aver perso un’ora a montare un reel. Però, facendo l’avvocato del diavolo, lì tu hai “vinto”: hai veicolato un contenuto nel miglior modo possibile, un modo che potenzialmente può diventare anche remunerativo.
Hai detto bene, lì secondo le logiche della piattaforma io ho vinto. Però a me non interessa vincere, mi interessa essere felice. Quella cosa lì non mi dà felicità: non è la cosa che ho in canna, non è la cosa che desidero, ecco se vogliamo andare un po‘ freudianamente, non c’era un principio di piacere dietro, l’ho fatto perché mi ero spaccato il cervello nel cercare di capire come applicare su di me la regola del gioco. La regola del gioco rispettata in tutto e per tutto ha dimostrato che se vuoi funziona. Però poi… Non c’ho voglia, non è il mio, non ho bisogno di starci dentro e i soldi li vado a grattare da un’altra parte con tutte le difficoltà del caso.
È nella possibilità di scelta che mi è scattato il cortocircuito. Se mi metto nei panni di una ragazzina o ragazzino di sedici anni che vuole fare l’artista o qualcosa del genere, magari per come sono messe le cose oggi non la vede neanche un’alternativa alla piattaforma, soprattutto da un punto di vista economico.
Sì, però poi è una scorciatoia. Magari può essere che ti si affacci qualcuno, ma può essere anche che no. Se ti vai a fare le cosiddetta “gavetta” e sei bravo puoi diventare qualcuno.
Penso sia un tema anche per chi fa queste cose da tanti anni e non riesce a sfondare un tetto economico che gli permette veramente di vivere di quello che fa.
Le attività sulle piattaforme social sono appunto la creazione del capitale posizionale. E quindi io so fare una cosa che però c’entra o non c’entra con il meccanismo di funzionamento. Mi adeguo al meccanismo di funzionamento, quindi ho la possibilità di accedere a un pubblico più grande e quindi mi posiziono in maniera più visibile, più evidente e allora cerco di avere un mantenimento, se non una crescita da questo punto di vista. Che mi permetterà forse, chi lo sa, di andare a grattare qualche contratto, qualche collaborazione. Però è la ruota della fortuna, fuori da quello che dovrebbe essere il tuo core business. Il mio mestiere è scrivere, ragionare, su Instagram non funziona bene.
Mettere un po’ il carro davanti ai buoi.
Sì, cioè metti davanti prima il racconto e poi il lavoro su te stesso, sulla tua arte, sui tuoi desideri, le tue capacità.
Come avevo promesso salto di palo in frasca. Nel libro parli anche di Live Nation e del sistema che rappresenta, un monopolio che ormai comprende tutto: organizzazione di concerti, vendita dei biglietti e addirittura anche proprietà delle venues. Qualche tempo fa è comparsa la notizia che Live Nation ha acquisito ForumNet, ovvero la società che gestisce tre delle arene più importanti di Milano: Forum, Carroponte e Teatro Repower. Visto che vivi a Roma da quasi dieci anni, secondo te è una cosa che potrebbe succedere anche qui?
Quando parliamo di queste cose parliamo principalmente del mercato americano che è estremamente distorto: hanno fatto udienze, interrogazioni governative e via dicendo e ne sono sempre usciti abbastanza puliti. In Italia questa cosa succede molto poco ed è forse il primo caso. Non saprei, sicuramente qui sarebbero interessati a cose enormi tipo Ippodromo delle Capannelle o magari l’Atlantico. Però non c’è neanche il tipo di mercato musicale milanese e Roma è notoriamente una città difficile anche per i trasporti. Però se, volendo fare il film dell’orrore, tra cinque anni ci ritroviamo qua e ci diciamo che Live Nation si è comprato il Brancaccio, non mi stupirei. È chiaro che fa gola questa città, è un mercato enorme, tre milioni solo di residenti, più tutto il turismo e chi viene da fuori nelle vicinanze.
Quando tu vuoi sfuggire effettivamente allo Stack, cosa fai? E poi se ti va di elaborare un po’ su quella che è anche la chiusa del libro, il discorso dei futuri da recuperare.
Cosa faccio? Vado al bar sotto casa, letteralmente. Mi metto lì con un caffè, il telefono rimane in tasca e in tv mettono RTL 125, rigorosamente in muto. Mi metto lì, guardo queste cose e fantastico. Oltre a questo provo a sostenere quello che sta fuori, che sia un club indipendente, una band indipendente, un’associazione, una piattaforma cooperativa come Subvert o qualsiasi altra esperienza che si muove fuori dal mercato. Non vuol dire che ci devo mettere per forza i soldi. Vuol dire anche solo che, appunto come ti dicevo all’inizio, è consolatorio sapere che esistono, averne contezza. Nel libro cito Mark Fisher un paio di volte. Ci siamo molto abbuffati di questa cosa del realismo capitalista, però proprio perché il capitale ha bisogno dell’alterità, non è vero quello che alternative non esistono. Fischer ha dato una diagnosi, però noi da ormai vent’anni ci limitiamo ad assumere la sua diagnosi. Ma quando vai dal dottore, quello ti dà anche una soluzione. La diagnosi ti permette di triangolare, di ipotizzare una cura. Quindi sì: viviamo in mezzo al ritmo capitalista, ma sapere che il capitale per esistere ha bisogno di alterità e che quelle alterità le possiamo alimentare mi sembra fondamentale, la strategia di fuga principale. Oltre a passare il tempo con le persone vere, reali, con i loro difetti, le loro antipatie, ma anche i loro pregi e le loro qualità.


