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Suellen Rocca

Il 20 ottobre da Prada inaugura La scena artistica di Chicago: abbiamo intervistato una delle protagoniste

Geschrieben von Rossella Farinotti il 5 Oktober 2017
Aggiornato il 10 Juni 2019

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Chicago

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In occasione della mostra Famous Artists from Chicago. 1965-1975, curata da Germano Celant presso Fondazione Prada, ho avuto il privilegio di intervistare a Chicago una delle artiste più rappresentative – sia a livello stilistico che per memoria storica – di questo gruppo, definito successivamente dalla critica come quello degli “Immaginisti”. Suellen Rocca racconta come si sono sviluppati i diversi gruppi che oggi rivedremo – per la prima volta in Italia – in questa collettiva. Dai tempi della scuola all’Art Institute, fino alle prime mostre presso l’Hyde Park Art Center, luogo oggi ancora attivo per mostre e residenze di giovani artisti. Suellen è oggi curatrice e direttrice artistica dell’Elmhurst College di Chicago, dove è presente una vasta collezione di questo periodo di rottura pittorica tra gli anni ‘60 e ‘70 e da cui la Fondazione Prada ha preso in prestito tre opere molto simboliche del gruppo.

Suellen Rocca, Palm
Suellen Rocca, Palm Finger, 1968 ©Suellen Rocca, Courtesy Matthew Marks Gallery

ZERO: Per Milano la mostra Famous Artists from Chicago. 1965-1975 rappresenta un passo particolare. In Europa infatti la scena artistica americana dalla II guerra mondiale al Minimalismo, ad oggi è stata principalmente focalizzata su New York e Los Angeles (negli ultimi due decenni). Questo è ciò che passava oltreoceano. Suellen, pensi che questa supremazia dove Chicago era un po’ dimenticata fosse sentita anche negli Stati Uniti?
Suellen Rocca Si, penso che anche negli Stati Uniti fosse la stessa cosa.

Quando hai iniziato la tua pittura rivoluzionaria – parlo di rivoluzione perché dipingevi durante un periodo in cui l’arte era stata sintetizzata a un minimalismo di forma e verso il concettuale -, in cui colori vibranti, le tematiche pop e kitsch e l’uomo erano i principali soggetti dipinti, era in un gruppo? O il fatto che oggi tu sia chiamata con altri artisti come Ed Paschke, Roger Brown, Ed Flood, Art Green, Gladys Nilsson, Jim Nutt, Christina Ramberg e Karl Wirsum, i “Chicago Imagists” è il frutto di un’etichetta applicata successivamente?
Il termine Chicago Imagists è successivo, si tratta di una “post label”, come dici tu. Il critico e artista Franz Schultz inventò questo termine nel suo libro Fantastic Images. Ha definito così la generazione di artisti di Chicago che si è formata alla scuola dell’Art Institute dopo la Seconda guerra mondiale. Molti di questi artisti lavoravano con uno stile espressionista figurativo, e furono la prima generazione degli Imagists. Sono anche conosciuti come i Monster Roster (i mostri di turno). Artisti come Leon Golub, Dominic DiMeo, Seymour Rosofsky e June Leaf. Schultz definì poi una seconda generazione di Immaginisti di Chicago. Anch’essi studiarono all’Art Institute e iniziarono a emergere alla fine degli anni ’60, e si esibivano in gruppo presso l’Hyde Park Art Center. Anche questa generazione utilizzava l’immaginario figurativo, il loro lavoro spesso includeva colori brillanti, rimandi alla cultura popolare e un forte senso dello humour sia visivo che scritto. Questi artisti e i loro gruppi erano: Hairy Who (Art Green, Jim Falconer, Gladys Nilsson, Jim Nutt, Suellen Rocca e Karl Wirsum); Nonplussed Some (Ed Paschke, Sara Canright, Ed Flood); False Image (Christina Ramberg, Roger Brown, Phil Hanson, Eleanor Dube).
Spesso si confonde il termine “Immaginista” con gli specifici nomi dei gruppi. È importante ricordare che i nomi dei gruppi furono inventati dagli artisti stessi e che il termine “Chicago Imagist” fu scelto e definito dalla critica.

Suellen Rocca, Shouldered Beauty, 1965 ©Suellen Rocca, Courtesy Matthew Marks Gallery
Suellen Rocca, Shouldered Beauty, 1965
©Suellen Rocca, Courtesy Matthew Marks Gallery

Eri una delle poche pittrici femminili in quel periodo. È stato più difficile per te approcciare il sistema? Suellen, pensi che oggi, per le artiste donne, la situazione sia un po’ cambiata?
La comunità artistica di Chicago è nota per l’apertura nei confronti delle donne artiste più che, per esempio, New York. C’erano davvero molte artiste interessanti a Chicago durante gli anni ‘60 e ‘70, e anche prima. L’abbiamo infatti sempre detto di non aver subito discriminazioni a scuola, né tantomeno durante le mostre. Sicuramente, a livello storico, molte artiste donne sono state sottorappresentate nelle gallerie e nelle collezioni dei musei. Oggi penso che le cose siano migliorate, e miglioreranno ancora.

Suellen Rocca, Piety, 1985 ©Suellen Rocca, Courtesy Matthew Marks Gallery
Suellen Rocca, Piety, 1985
©Suellen Rocca, Courtesy Matthew Marks Gallery

Sei cresciuta a Chicago, che è sempre stata una città attiva e di rilievo per la cultura, l’arte visiva e per alcuni ideali di libertà. Come è stato iniziare a lavorare in questa città negli anni ‘60?
L’Art Institute di Chicago è un museo meraviglioso e, sin da quando ero molto giovane, ha rappresentato una seconda casa per me. Non c’è alcun dubbio che le opere lì custodite abbiano avuto una profonda influenza su di me da quando ero bambina, e poi più tardi, quando studiavo alla SAIC (La scuola dell’Art Institute), e continua ancora a ispirarmi. Negli anni ‘60, come studentessa alla SAIC (1960-64), andavo sempre nelle gallerie per ispirarmi alle opere della collezione. Poi i nostri insegnanti Ray Yoshida e Whitney Halstead ci mandavano al Field Museum of Natural History per ammirare quelle collezioni bellissime dell’antico Egitto, Africa, Oceania e l’arte native Americana, incoraggiandoci di farci ispirare anche dagli artisti non occidentali. Ci incoraggiavano a osservare anche gli oggetti e i manufatti quotidiani. C’era anche un forte interesse in una tipologia di artisti autodidatti come ad esempio Joseph Yoakum.
Nel 1960 Chicago aveva un panorama di gallerie davvero ridotto. Gli artisti di Famous Artists from Chicago 1965-75 sviluppavano le mostre all’Hyde Park Art Center prima di tutto, un centro non-profit nella zona sud di Chicago. Questo luogo era speciale per la presenza di Don Baum, il direttore del centro. Mi riferisco a Don Baum come all’‘impresario’, una persona che, per tutta la sua vita, ha incoraggiato i giovani talenti. Ed era anche un bravo artista che realizzava assemblages ed emerse in quella generazione post seconda Guerra mondiale. Poco dopo Phyllis Kind aprì una galleria nel nuovo distretto delle River North Gallery, e si portò dietro diversi artisti che avevano esposto presso l’Hyde Park Art Center come Hairy Who, Nonplussed Some e False Image.
Da quel momento si è vista una grandissima proliferazione di gallerie e musei. Ora Chicago possiede una comunità artistica vibrante con tante opportunità per fare mostre.

Christina Ramberg, Glimpsed, 1975
Christina Ramberg, Glimpsed, 1975

Pensi che questa mostra a Milano possa essere un primo approccio, un trait d’union, tra l’arte contemporanea di Milano e Chicago? Conosci un po’ il panorama del contemporaneo qui?
No, non ho familiarità con l’arte contemporanea milanese e non vedo l’ora di vedere gallerie, musei, sia di contemporanea che storiche. La Fondazione Prada per prima, Milano sembra affascinante – l’ho vista solo in fotografie e sono impaziente di vederla di persona.

Hai mai lavorato in Italia prima d’ora?
No mai.

Ohio Snake Mound, Roger Brown
Ohio Snake Mound, Roger Brown

Oggi sei curatrice della collezione e direttrice artistica delle mostre presso l’Elmhurst College. Qual è il tuo primo pensiero, il tuo scopo, quando insegni ai giovani artisti?
Voglio che i miei studenti guardino e pensino l’arte. Che cos’è un lavoro di comunicazione nell’arte? Personalmente credo che l’essere influenzati da qualcosa sia davvero importante. Come artista provo una connessione personale nei confronti della storia dell’arte dall’inizio fino al presente, ma ho una relazione speciale con alcuni artisti e opere in particolare.
La collezione dell’Elmhurst College è un’importante collezione di Immaginisti. Mi fa molto piacere lavorare per la collezione, fare la guida sia agli artisti, che ai visitatori e creare opportunità per un pubblico più ampio di fruire queste opere. Il fatto che abbiamo prestato tre dipinti per la mostra alla Fondazione Prada è un esempio di questo scambio che Milano sta facendo, e darà la possibilità di mostrare queste opere pazzesche a un grande pubblico. Le opere sono: Glimpsed di Christina Ramberg, Cobmaster di Ed Paschke e See Seven Cities di Roger Browns.

Ed Paschke, "Cobmaster," 1975
Ed Paschke, „Cobmaster,“ 1975

Nel 1970 hai deciso di smettere di dipingere per un lungo periodo – quasi 10 anni. Perché?
Era un periodo difficile della mia vita. Ricominciare a fare arte di nuovo è stato estremamente importante.

ray_yoshida_arbitrary_approach
Ray Yoshida, Arbitrary approach

Pensi che la tua pittura, e quella dei tuoi “colleghi” di Chicago, fosse politica? Pensi che oggi abbiamo bisogno di più politica nell’arte?
Penso che sia variato. Certamente alcuni lavori di Ed Paschke erano politici. Gli Hairy Who non avevano invece scopi politici. Art Green aveva tematiche politiche. Mentre nel mio lavoro non penso ci fosse qualcosa di politico. Alcuni scrittori hanno trovato delle implicazioni sociali in quello che facevamo. Molte delle immagini che utilizzavo venivano infatti dalla cultura popolare e venivano associate con un immaginario femminile (anelli di diamanti, reggiseni e corsetti). Vedevo questi elementi come icone della nostra cultura, una sorta di scrittura visiva.
Si, penso che oggi, e anche storicamente, la politica nell’arte sia importante. Rappresenta uno dei modi attraverso cui l’artista può esprimersi.