Elvira Frosini e Daniele Timpano partono dal drago più famoso dell’immaginario occidentale – quello tolkieniano, gigantesco, malvagio, indiscutibile – per dimostrare che oggi non sappiamo più bene perché lo stiamo inseguendo. Il contesto è quello del mito eroico: c’è un mostro, c’è una missione, c’è una comunità che ha bisogno di sentirsi giusta mentre colpisce. Solo che qui la caccia si inceppa subito.
Il drago non appare, si sposta, si moltiplica, cambia nome. E soprattutto serve. Serve a giustificare l’azione, a tenere in piedi il racconto, a non fare domande. Lo spettacolo smonta con sarcasmo l’idea stessa di nemico necessario, mostrando quanto sia comodo avere qualcosa da distruggere per non soffermarsi a pensare e a guardare il resto. Timpano parla molto, insiste, ripete, torna indietro. Il linguaggio è affilato, ironico, volutamente pedante a tratti, come se il teatro diventasse una lezione che deraglia di continuo.
La risata arriva, ma è sempre accompagnata dalla sensazione di star ridendo di qualcosa che ci riguarda fin troppo. La caccia, alla fine, non produce trofei. Produce solo stanchezza, sospetto e un dubbio fastidioso: se il drago fosse soprattutto un alibi? Uno strumento narrativo per continuare a sentirsi dalla parte giusta senza mai fermarsi a riflettere. E il teatro, ancora una volta, non salva: disturba. Ed è esattamente ciò che deve fare.
Written by Andrea Di Corrado