Dal 24 ottobre 2025, quando alla Triennale debutta la prima italiana di Goodbye, Lindita, a questo grigio febbraio 2026, in cui Mario Banushi torna con MAMI, accade un fatto significativo nella vita dell’artista. Il regista greco-albanese viene insignito del Leone d’Argento, e nella motivazione che spiega il premio, c’è una parola che colpisce più di altre: “ellittico”. Subito si insinua l’immagine di un corpo che orbita intorno al sole, ricavando dal proprio movimento un continuo gioco di luci e ombre; uno spostamento incessante dello sguardo e della prospettiva, in cui ciò che appare non è mai fisso, ma dipende dall’angolazione e dalla traiettoria. Ed è esattamente così che appaiono le opere di Banushi: quadri posti sotto una luce in continuo mutamento, capace di rivelare, di volta in volta, lati inattesi della stessa scena. Con MAMI interroga il significato di maternità e indaga l’origine della vita, cercando, in un’esperienza comune, altre realtà. E cos’altro deve fare il teatro, e l’arte in generale, se non aprire al nuovo? All’inatteso? A quel pensiero improvviso che affiora e prende voce in un: “non ci avevo mai pensato”.
Written by Francesca Rigato